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“Questo mondo non è più bianco”

51kESh87LRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Harlem, almeno materialmente, è cambiata pochissimo durante la vita dei miei genitori o la mia. Oggi come allora gli edifici sono vecchi e hanno un gran bisogno di riparazioni, le strade sono affollate e sporche, e ci sono troppi esseri umani per isolato. Gli affitti sono più alti che in ogni altra zona della città di qualcosa che va dal 10 al 58 per cento; il cibo, caro dappertutto, qui è più caro e di peggiore qualità; e ora che la guerra è finita e i soldi scarseggiano, i vestiti si scelgono con cura e si comprano di rado. I negri, tradizionalmente gli ultimi a essere assunti e i primi a essere licenziati, fanno sempre più fatica a trovare un lavoro e, mentre i prezzi salgono implacabilmente, i salari scendono. In tutta Harlem oggi si prova lo stesso amaro senso di attesa con cui, nella mia infanzia, aspettavamo l’inverno: sta arrivando e sarà duro; nessuno può farci niente. Tutta Harlem è pervasa da un senso di congestione molto simile all’insistente pulsazione, claustrofobica ed esasperante, che sentiamo nella testa quando cerchiamo di respirare in una stanza troppo piccola con tutte le finestre chiuse. Eppure l’uomo bianco che attraversa Harlem a piedi molto probabilmente non la troverà né sinistra né più miserabile di qualunque altro slum.

Questo mondo non è più bianco, James Baldwin, Bompiani, traduzione di Vincenzo Mantovani. È stato il primo a parlare di omosessualità nella comunità nera. Il che gli ha attirato contro una pioggia di dardi avvelenati. È stato la voce di chi non ha avuto voce. È stato un intellettuale sensazionale, dall’incredibile raffinatezza. Ha indagato l’anima dei suoi personaggi. Passando attraverso i corpi. Erotici. Violenti. Potenti. Sensuali. Violati. Segnati dalla vita. Dal dolore. Dalle cicatrici che lasciano le speranze quando restano non avverate. Ha scritto un maestoso romanzo sulla paura d’amare, La stanza di Giovanni, è stato un esegeta finissimo di temi come l’eccezione rispetto alla norma, la diversità, l’alterità, l’unicità, la moltiplicazione dei punti di vista, connettendo la realtà all’immaginario, anche filmico e letterario, che spesso si illude di saperla raccontare ma non vi riesce in quanto si relaziona alla materia con strumenti inadeguati, è il vero protagonista di I am not you negro, è l’immenso James Baldwin, che qui parla di Harlem, cinema, afroamericani all’estero e letteratura di protesta: da leggere e rileggere.

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