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“Questo è domani”

di Gabriele Ottaviani

A ben guardare, nessuno dei personaggi di Penny Lane è “normale”: sono tutti almeno un po’ strani, dal banchiere che non porta mai l’impermeabile quando piove al pompiere che lucida a specchio la propria macchina; dall’infermiera che vende papaveri al barbiere che conserva foto di tutte le teste che ha servito. È un sogno infantile e surreale: forse, come osserva Mellers, “il senso di allucinazione riguarda questioni di identità piuttosto che non specificatamente di droga; ci si domanda che cosa, nelle memoria d’infanzia, sia reale e che cosa illusorio”. E tuttavia, Paul ripete che Penny Lane è nelle sue orecchie e nei suoi occhi, una sensazione uditiva che ritorna, una visione della mente, il sogno di un Eden che si può raggiungere, magari, con l’aiuto di qualche sostanza psicotropa. In maniera molto più evidente, Strawberry Fields Forever rimanda a un “trip”, dal fulminante inizio (“Let me take you down”) in cui, ancora una volta, John invita chi lo ascolta a una discesa nel profondo di sé, alla descrizione di Strawberry Fields come un luogo dove “niente è reale” e “non c’è nulla per cui stare in ansia”. Ma non basta: “la vita è facile con gli occhi chiusi, fraintendendo quel che vedi”, canta John, e se non fosse ancora chiaro che sta parlando di una visione della mente, prende le distanze dalle nevrosi del quotidiano e dalle ansie piccolo borghesi per la carriera e la realizzazione sociale con questi versi: “It’s getting hard to be someone / But it all works out / It doesn’t matter much to me” (“Diventa difficile essere qualcuno / Ma poi tutto si risolve / e a me non importa molto”). Da qui in avanti, il dettato si fa sempre più confuso, i versi diventano meno chiari, la musica crea un’atmosfera allucinatoria che suggerisce la discesa nell’inconscio, o meglio, lo sprofondamento oltre i limiti del conscio.

Questo è domani – Gioventù, cultura e rabbia nel Regno Unito 1956-1967, Silvia Albertazzi, Paginauno. Silvia Albertazzi, docente di Letteratura inglese a Bologna e autrice di numerosi saggi, dopo aver fra l’altro anche indagato con maestria e profondità la figura intensa e appassionante di Leonard Cohen, prende nuovamente per mano, in modo saldo e sicuro, con l’agile abilità che si deve alla sua chiara indole divulgativa, il lettore per portarlo in giro per quell’Inghilterra swinging che da un lato sarà poi per esempio raccontata da Ken Loach a partire dal suo esordio sul grande schermo con lo splendido Poor Cow e dall’altro si incaglierà nel liberismo sfrenato e inumano del thatcherismo, che frustrerà ideali e speranze: da non perdere.

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