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“Quando amavamo Hemingway”

downloaddi Gabriele Ottaviani

A Madrid, Martha era un po’ intimidita da Ernest i primi tempi. La presenza della moglie l’aveva fatta sentire a proprio agio, nel giardino tropicale a Key West. Mentre, nell’albergo di Madrid, Ernest la osservava davanti a una colazione di pane secco e caffè e quando iniziavano i bombardamenti diceva asciugandosi le labbra: «Ah ah! Ecco il dolce». Ben presto, divenne un’abitudine seguirlo in camera sua, perché lì, diceva, non erano nel mirino dei cecchini. Quando cominciava la danza delle bombe, Ernest metteva sul giradischi una mazurka. A volte chiacchieravano, a volte ascoltavano musica. Insieme alla brezza, entrava dalla finestra l’odore di cordite, di granito esploso, di fango. Anche se in quelle settimane non era accaduto niente, Martha aveva l’impressione che gli altri cronisti la guardassero con più attenzione. Si crogiolava alle luci della ribalta che Ernest le offriva in prestito. Altrimenti non sarebbe stata nessuno: non aveva ancora scritto neppure un articolo sulla Spagna. Dopo qualche settimana imparò a schivare le tracce scure lasciate sul selciato dai morti. Una mattina, in una casa bombardata, trovò un bambino. Vicino alla porta c’erano dei sacchi di sabbia, ma la bomba aveva sfondato il tetto e il bambino era rimasto schiacciato sotto il tavolo della cucina. Quella sera non aveva voglia di parlare. Gli altri corrispondenti si accorsero del suo silenzio, forse, ma nessuno gliene chiese il motivo; chissà che cosa avevano visto loro quel giorno! Rimase in disparte come se la sua solitudine fosse il solo modo di onorare il bambino morto. A un certo punto si addormentò, mentre il resto della compagnia beveva whiskey e alcuni ballavano. Quando si risvegliò, vide che tutti se n’erano andati; c’era solo Ernest che dormiva in un letto. Tre piani più in basso sferragliavano i carri con i morti. Il mattino seguente Ernest era seduto davanti alla finestra aperta e osservava le persone che facevano la fila per comprare qualcosa da mangiare, anche se nei negozi erano rimasti solo arance e lacci per scarpe.

Quando amavamo Hemingway, Naomi Wood, Bookme, traduzione a cura di Isabella Vaj. Il suo nome è nell’iperuranio in cui, un po’ come d’altro canto accadeva cambiando quel che si deve ai nobili spiriti che albergavano nel castello limbico di Dante, dove i più grandi, i più che degni del paradiso, se solo avessero conosciuto Dio, seminavano bellezza nel mezzo dell’oscurità, vivono beati i maggiorenti della letteratura mondiale di ogni tempo. Uno scrittore straordinario, un uomo di fascino e carisma francamente ineguagliabili. Tante sono le donne che ha amato, tante sono le donne che lo hanno amato. Naomi Wood, giovanissima scrittrice e sceneggiatrice – e la sua espressività nel raccontare è esaltata da sapienti “tagli di montaggio” – con una prosa che manifesta una invidiabile souplesse e una cristallina abilità narrativa, focalizza la sua attenzione in particolare su quattro protagoniste della vita privata e quindi anche pubblica, ché le due dimensioni appaiono connesse in maniera piuttosto decisa, dell’indomito avventuriero di penna e d’azione, appassionato di pesca e di corrida, immerso nella dimensione della Spagna della guerra civile e prima ancora mani e piedi nel conflitto mondiale d’inizio secolo. Quattro donne, quattro mogli, quattro indispensabili ancore senza le quali sarebbe stato molto difficile, per lui, fare tutto quello che ha fatto: molto lontane, comunque, ognuna a suo modo, dalla figurina stereotipata dell’angelo del focolare, sono state offese, vilipese, usate, odiate, tradite, ma anche inevitabilmente amate dal forte, fragilissimo, stentoreo e irrisolto, maturo e infantile Ernest. Hadley, Fife, Martha, Mary: un poker di protagoniste straordinarie per un romanzo che passa attraverso il tempo e lo spazio descrivendoli entrambi con vividezza, e che s’impone per maestosità.

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