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“Gli affamati”

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Gli bastavano Passaparola alla tivù, una margherita con il salame e una Moretti. Erano i paletti del recinto in cui si era rinchiuso. Gli bastava poco per essere tranquillo; non felice, ma sereno. E quel benedetto, maledetto recinto lo aveva sempre rispettato. Un pascolo rassicurante da cui non era mai uscito. Si era sempre fatto bastare quelle cose, prigioniero inconsapevole, ma il pomeriggio prima era evaso. Era appena morta sua madre. Infarto fulminante. L’avevano trovata nel letto, con le calzette di lana grezza ai piedi in pieno agosto. Sandro pensava di essere pronto, ma si era scoperto impreparato. Sia sul piano emotivo sia sul piano pratico. E su quest’ultimo il problema più grosso erano i suoi nipoti, Antonio e Paolo. Doveva avvisarli? Dirgli del funerale? Non li vedeva da dieci anni. Forse si erano pure dimenticati di lui. Per non parlare di tutte le balle che Stefano doveva avergli rifilato sul loro conto. Quello era un buono a nulla. Alcolizzato, violento, bugiardo patologico. Elvira diceva che le mele non potevano essere cadute lontano dall’albero. Che con la sua famiglia, quella di Sandro, lei non voleva averci più niente a che fare. E diceva che se avesse invitato Antonio e Paolo al funerale, quelli lo avrebbero fregato. Come facevano tutti. Come aveva fatto Stefano. Suo fratello gli aveva rubato diecimila euro. Sul serio. Glieli aveva rubati per davvero. Ed era a questo che si riferiva la moglie. Lui non ne parlava mai. Quella faccenda lo faceva soffrire pure a distanza di anni. Pure se suo fratello era morto. Pure se dei soldi, in effetti, non gli importava. Elvira, invece, tirava fuori il discorso con una cadenza quasi regolare. Come a voler girare il coltello nella piaga.

Gli affamati, Mattia Insolia, Ponte alle Grazie. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati, dicono le sacre scritture. La fame è un fuoco verde che brucia sotto pelle, come l’amore cantato da Saffo. La fame ti toglie il respiro e la ragione, non ti fa pensare ad altro, non ti dà speranza né requie. La fame è una rabbia feroce, è la percezione di un’ingiustizia, è un’onta da lavare col sangue, è una colpa da scontare, è una frustrante sconfitta. Ribolle il sangue nelle vene dei protagonisti di questo romanzo deflagrante (nonostante qualche refuso, specialmente uno subito, talmente marchiano da lasciare sbigottiti e perplessi, in dubbio su sé stessi e sulle proprie capacità percettive, come se si avessero le traveggole), come la fame. Che può essere di cibo. Di potere. Di sesso. Di riscatto. Di vendetta. Di felicità. La fame è un’ossessione, ed è soprattutto Paolo, ventidue anni e un vulcano di emozioni da sfogare, che ne è vittima: può contare, ed è reciproco, solo sul fratello, Antonio, più piccolo e mite, in una provincia dimenticata da Dio e dagli uomini, intrisa di degrado e frustrazione. Un uragano di passioni, un affresco vivido e potentissimo. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“Tornare a galla”

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Come è stato che siamo diventati cattivi?

Tornare a galla, Margaret Atwood, Ponte alle grazie, traduzione di Fausta Libardi. Critica, attivista, poetessa, scrittrice, ambientalista, tra le voci più autorevoli e riconoscibili della letteratura moderna e contemporanea, intellettuale nel senso più ampio e raffinato del termine, Margaret Atwood torna sugli scaffali delle librerie italiane con un’opera la cui prima pubblicazione risale a quasi mezzo secolo fa, ma, come sempre accade con la grande narrativa, sembra, per la magnificenza del linguaggio e l’urgenza dei temi che tratta, scritta domani. Il padre, d’improvviso, scompare, e una giovane donna torna dopo tempo nella casa isolata che ha fatto da sfondo alla sua infanzia e alla sua adolescenza, e che simboleggia tutti quei demoni a stento soffocati che ombreggiano la sua anima: ma… Imprescindibile.

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“Irrazionalità”

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Che Donald Trump sia un bugiardo è fatto acclarato, come il dimorfismo sessuale nella rana pescatrice o l’orbita della terra intorno al sole. Ma stiamo davvero affrontando qui un caso di mendacità moralmente colpevole, o c’è qualcosa nella sua cognizione che lo costringe a mentire, distorcere e fantasticare senza, in generale, rendersene conto? Per i greci questa sarebbe una distinzione senza alcun reale significato: non punivano i trasgressori solamente se questi avessero potuto condursi altrimenti; punivano in base alla natura dell’atto stesso, e non in riferimento a un’interpretazione della condizione morale dell’agente. Ma noi siamo diversi…

Irrazionalità – Storia del lato oscuro della ragione, Justin E. H. Smith, Ponte alle grazie. Traduzione di Andrea Branchi. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, si sa. Al tempo stesso, però, soprattutto in questo nostro mondo sempre più ingrommato di allarmismo, emotività, isteria, bufale, invidia, razzismo e parossismo, avere un atteggiamento sobrio, serio, razionale, ragionevole, ponderato e maturo si manifesta come una rarità sempre più necessaria. Ma, come insegna Eraclito, è dal suo contrario che trae senso ogni cosa: se non conoscessimo il caldo non potremmo avere esperienza del freddo, se non avessimo idea del bene non potremmo comprendere cosa sia il male. L’irrazionalità e la ragione, dunque, sono molto più connesse di quanto comunque si possa immaginare, in modi anche sorprendenti, come quelli che Smith mostra, in un’opera profonda, ampia, dotta, densa e significativa, che induce a un’ampia e variegata riflessione. Da leggere.

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“Dove credi di andare”

Pecoraro - Dove credi di andare coverdi Gabriele Ottaviani

Avete presente quel tipo di racconto di casi personali in cui il narratore si mette in buona luce? Che lui gli ha detto così e così, e non ti pare? Eccerto. Quelli che si danno ragione da soli all’atto stesso del riferire: si vede benissimo che stanno mettendo le cose – che a te già non te ne può fregare di meno – come pare a loro. Che vuoi che ti dica, eh? E poi che tipo di cose raccontano all’amico-fidato? Cose che capitano assolutamente a tutti, tipo tradimenti compiuti o subiti, problemi di inculate sul lavoro, prese e inferte, qualche erezione mancata, un ‘Che dici, le telefono subito o aspetto domani?’ Roba così. Non veri cazzi loro, tipo ho fatto una rapina in banca, ho ucciso una prostituta sul raccordo, vengo da un altro pianeta, sai, ho preso le sembianze di Asdrubale, ma non sono Asdrubale e adesso te lo provo e giù la maschera, tentacoli eccetera. Affettano grande segretezza e supreme confidenze su cose del tutto ordinarie, noiosissime. I cazzi loro veri, che forse sarebbero pure interessanti, se li tengono per sé. Ma, cazzi miei a parte, sono perplesso perché da un po’ di tempo ogni persona che incontro sembra che non mi consideri più. Mi pare ormai di essere diventato un nulla per tutti. Anche per quegli sconosciuti dai quali uno compra, che so, una guarnizione da mezzo pollice, una presa stagna, una mezza forma di pane, un etto di prosciutto. Entro in un negozio di ferramenta e c’è gente lungo il bancone che parla fitto coi commessi e i commessi hanno l’aria di prestare la massima attenzione. Finché non arriva il mio turno: allora improvvisamente si distraggono, rispondono controvoglia, diventano scortesi e sembra che stia chiedendo loro oggetti assurdi, fuori produzione, obsoleti e stupidi. Questo accade praticamente ovunque vada. Entro dal panettiere, guardo il pane e faccio a mezza bocca: «Che pane prendo?». Il panettiere, che con tutti è gentile, subito mi dice: «Aaah, se non lo sa lei…» Vaffanculo stronzo, penso io. Insomma, sto slittando progressivamente verso una specie di non-esistenza. È come fossi decolorato, invisibile. E poi stasera spunta questo Alessandro… Boh, ma chi è? Passa un po’ di tempo e i miei piedi bagnati gelano. Non fa freddo, anzi. Però tira una brezza leggera che li fa ghiacciare nelle scarpe fradicie…

Funzionari, intellettuali, manager, artisti, avvocati, ingegneri: non sono né giovani né vecchi, sono uomini e si trovano dinnanzi a un punto di svolta, interpretabile da molteplici angolazioni, della loro esistenza, in una realtà quotidiana, spersonalizzante e del tutto priva di punti di riferimento che li costringe a indagini, sfide, necessarie prese di coscienza e di consapevolezza. Silver, Egidio e tanti altri si muovono fra Camere e stanze, Happy hour, Vivi nascosto, Il match, Farsi un Rolex, Rosso Mafai e Uno bravo, i titoli dei racconti, riusciti, intensi, limpidi, profondi, emozionanti, articolati, ricchi di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, affreschi efficaci della nostra società sempre più social e sempre meno solidale, dell’antologia, insignita del premio Napoli e del premio Berto e finalista al premio Chiara, che torna ora a disposizione di tutti coloro che vorranno leggerla in formato elettronico e che ha dato il la alla carriera letteraria di una delle voci più particolari della narrativa italiana, quella di Francesco Pecoraro, cui si debbono anche, per esempio, La vita in tempo di pace, Lo stradone, Questa e altre preistorie e Primordio vertebrale: Dove credi di andare, per Ponte alle Grazie, è da non perdere.

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“Frieda”

friedadi Gabriele Ottaviani

Sin da marzo, la primavera si invitò con fare insolente. Mentre il processo a Hitler infiammava la stampa che in questo modo gli faceva il dono della celebrità, io mi rimettevo lentamente dalla malattia leggendo, dormendo, assaporando la squisita e tremenda pigrizia di chi non aspetta più nulla. I medici avevano preteso che io stessi per un po’ in Tirolo, perciò le mie valigie erano pronte quando mi portarono una lettera proveniente dall’Italia. Era una lettera di Frieda che aveva saputo della morte della mamma e mi invitava a trascorrere qualche giorno a Capri insieme a lei e al suo inglese. Fu come una pneumonia, una pneumonia dolce e positiva. Frieda è senz’altro l’unica persona ad avermi conosciuto com’ero allora, pensai. Frieda è senz’altro l’unica persona ad avermi conosciuto, pensai con gli occhi appesantiti dalle lacrime. Proprio lì sull’uscio di casa, ebbi tanti altri pensieri, pensieri materni, erotici, amichevoli e tutti portavano a lei. C’era stato il suo inglese certamente, così come c’era stato Gustav. C’erano stati anche altri ma non me, mai me! Eppure Frieda mi amava, lo sapevo per via di quel bacio di Vienna e delle sue mani nei miei capelli. Da allora, tanti soli fuggenti avevano profuso la loro finta luce ed erano tutti spenti. Avevo letto da qualche parte che Lawrence la metteva in tutti i suoi libri.

Frieda, Christophe Palomar, Ponte alle Grazie. Manager che vive fra Bologna e Milano ma ama la scrittura tanto da dedicarle le notti, che sottrae al sonno, cresciuto a Tunisi però nato in Alsazia da madre spagnola e padre italiano, Christophe Palomar torna sugli scaffali delle librerie con una nuova edizione di un volume che già cinque anni fa ebbe la sua pubblicazione ma non l’auspicata e soprattutto meritata fortuna: più attuale che mai, nonostante sia ambientato in un’epoca passata, non solo perché le istanze che abitano nell’animo umano sono sempre le medesime, ma poiché tratteggia un quadro della politica, della società, della storia, della cultura e dell’Europa sorprendentemente nitido ed efficace, che induce senza dubbio a riflettere anche in primo luogo su quali siano le radici del populismo sempre più pressante e facinoroso, è la storia di Joachim von Tilly, rampollo di una nobile famiglia tedesca per il quale il destino sembra essere già scritto da sempre, finché non incontra la figlia di un alto ufficiale, la cugina del Barone Rosso, la musa nientedimeno che di D. H. Lawrence, ossia, appunto, Frieda, per la precisione Frieda von Richthofen. E… Maestoso.

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“La fabbrica”

Catturadi Gabriele Ottaviani

«Non è vero che Anya ha avuto un aborto spontaneo. L’hanno costretta a uccidere il bambino» dice Tasia. «Ma sta bene?» Lisa tiene la voce insolitamente bassa. D’istinto si guardano intorno. La Coordinatrice più vicina è ad almeno cinque metri. Sta parlando con una nuova Ospite, che si stringe al petto un sacchetto per il vomito piegando la testa avanti e indietro come se le si fosse allentato un chiavistello nel collo. «È cattolica» risponde Tasia impassibile. «L’hanno addormentata. Con il gas. Forse avevano paura che desse in escandescenze». Lisa si lascia cadere sulla sedia vicino a Tasia. Reagan rimane in piedi, anche se il vassoio è sempre più pesante e la sedia di fianco a Lisa è libera. È preoccupata. L’ultima ecografia è andata bene, ma se il bambino avesse qualche problema interno, di quelli che non si vedono? All’improvviso Tasia sorride, un sorriso plateale che le occupa mezzo volto. «La Coordinatrice ci sta guardando. Forse sospetta di me». «Dov’è Anya ora?» chiede Lisa, sorridendo anche lei. L’apprensione nella voce fa a pugni con il sorriso esagerato.

La fabbrica, Joanne Ramos, Ponte alle Grazie, traduzione di Michele Piumini. Il corpo delle donne non è una merce. È assurdo, ma nell’anno del Signore duemilaventi, a quanto pare, purtroppo, va ribadito. Non è scontato, non si dà per assodato che una persona non sia una cosa. È aberrante, ma è purtroppo una tragica realtà, che connota dolorosamente la nostra società, in cui esiste ancora qualcuno che pensa che si possa scegliere dove nascere, e che dunque il semplice motivo di aver emesso il primo vagito all’interno di un confine anziché di un altro renda diversi, renda migliori, dia più diritti. Di lotta e disuguaglianze parla questo esordio letterario splendido sin dalla copertina, che è una vera e propria opera d’arte: Joanne Ramos, l’autrice, è nata nelle Filippine e si è trasferita nel Wisconsin a sei anni. Dopo essersi laureata a Princeton ha lavorato per diversi anni nel settore finanziario, ha cominciato a scrivere per l’Economist ed è membro del consiglio di amministrazione di The Moth, un’associazione non profit newyorkese dedicata all’arte della narrazione: qui racconta, con accenti che non possono non ricordare la prosa di Margaret Atwood, ma al tempo stesso assolutamente originali, la vicenda epica, tragica, allegorica e universale di Jane, una giovane madre single immigrata negli USA dalle Filippine che vive con tante altre donne, come lei ricche solo di speranza, fra le quali la cugina Evelyn, in un dormitorio newyorkese nel Queens. Dopo alterne vicende riesce a entrare a Golden Oaks, una specie di paradiso in terra per madri surrogate nelle campagne del fiume Hudson: in realtà una vera e propria prigione… Da non perdere per nessuna ragione.

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“Mara”

unnameddi Gabriele Ottaviani

La chiamano «armata Sagapò», che significa «ti amo». Il nome allude in modo delicato e assolutorio al comportamento dei maschi italiani occupanti nei confronti delle donne greche. Amano e ne sono – dicono – riamati. Lontano da casa il soldato porta in un paese nemico e simile il calore sentimentale ed erotico che prima della guerra aveva riversato sulle donne di casa. Non doveva essere proprio così. Nel 1953, otto anni dopo la fine della guerra, Guido Aristarco, direttore di Cinema Nuovo, e il cineasta bolognese Renzo Renzi sono condannati dall’autorità militare a quattro mesi e mezzo di detenzione il primo e a otto mesi il secondo, per attività antinazionale. La rivista aveva pubblicato il progetto di un film sull’armata Sagapò. Solo l’idea di poter realizzare un’opera sul comportamento delle truppe italiane – e con quel titolo – era stata ritenuta, anche dalle autorità militari della Repubblica democratica e antifascista, offensiva e intollerabile. Il film, secondo gli accusatori, sosterrebbe che i soldati di Mussolini si dedicavano soprattutto all’amore con le donne greche…

Mara – Una donna del Novecento, Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie. Mara abita nei pressi di largo di Torre Argentina, in pieno centro, a Roma. È nata nel millenovecentoventi. La sua amica del cuore è Nadia, che è una fascista convinta, non si perde un discorso del Duce a piazza Venezia e trascina anche lei, che quando inizia questa vicenda ha tredici anni, sotto al celebre balcone, in mezzo ad adunate oceaniche di folla. Mara ama leggere. Vorrebbe diventare una giornalista. O una scrittrice. Diventare bella come zia Luisa, una donna all’avanguardia, indipendente. Vorrebbe studiare letteratura latina. Tutto sembra perfetto. Tutto appare a portata di mano. Tutto, finché non lo si osserva più da vicino. Finché non si va in profondità. Finché le cose non cambiano. Finché non emerge una nuova e più spiccata consapevolezza. E allora… Ritanna Armeni, intellettuale finissima e scrittrice valida, dalla prosa potente, che sa amalgamare con sapienza ogni ingrediente, scrive un’opera magistrale, un ritratto intenso, un affresco storico ottimo. Da non farsi affatto sfuggire.

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“Ritorno a Birkenau”

unnamed.pngdi Gabriele Ottaviani

Una volta, vengo pestata più forte del solito. È la mia fortuna.

 

Sono a Birkenau da molto, moltissimo tempo. Almeno sei mesi. Nel 1942 o 1943, i deportati che non vengono gassati immediatamente muoiono in capo a due o tre mesi. Nel 1944, invece, c’è un leggero allentamento della disciplina. Nel campo, i controlli sono incessanti. Ci ordinano di spogliarci, mi sono abituata, la nudità non mi fa più niente. Tanto peggio per quelle che hanno «organizzato» qualcosa: l’oggetto cade a terra. Scompare, loro vengono picchiate. I controlli però servono anche a verificare che non siamo malate, a valutare le condizioni del nostro corpo. I soldati temono il contagio: i pidocchi, la scabbia…

 

Tutte le domeniche pomeriggio, c’è il controllo. Significa spogliarsi nude. I nostri indumenti, per miserabili che siano, ci coprono ancora un po’. Ciò che si scopre, svestendoci, è disumano. Io sono soltanto pelle e ossa, ma questo è niente, niente in confronto a quelle altre ragazze, quegli scheletri. Io sono ancora capace di reggermi in piedi. Ma loro? Come fanno, loro? Le ossa del bacino, i fianchi… orribili a vedersi… Quelle non ne hanno più per molto. Le chiamano le musulmane. Non so perché, non so da dove venga quel nome, un termine che ha subito alterazioni con l’andar del tempo? Se non muoiono adesso, se non cadono come sacchi vuoti, faranno parte della prossima selezione, saranno designate perché ritenute inabili al lavoro, dunque inutili agli occhi dei nazisti. Gli arrivi sono incessanti: è così che si rinnova la manodopera nel campo.

 

Viviamo nella paura perpetua delle selezioni: ho la faccia della malata? Ho delle piaghe? Sono troppo magra? Il minimo segno può portarti alle camere a gas.

 

Una domenica, mi ritrovo col corpo pieno di foruncoli che però non mi danno prurito: cerco di spiegarlo ai soldati che pensano ch’io abbia la scabbia. La scabbia, in agosto, è la morte…

Ricordare è necessario. Chi dimentica rivive, e lo farà ancora peggio. Perché se è accaduto una volta niente vieta che succeda ancora. E questo scenario fa sempre più paura, perché i testimoni, dato che purtroppo la vita in questo mondo non è eterna, sono sempre meno, e sempre meno creduti. Ginette Kolinka, che scrive con Marion Ruggieri, è una testimone. Ponte alle Grazie nella traduzione di Francesco Bruno pubblica un testo asciutto, secco, doloroso, straziante, potente, intenso, necessario, devastante e destabilizzante sin dalla copertina e dal titolo: Ritorno a Birkenau. Da leggere, rileggere, far leggere.

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Libri

“La casa mangia le parole”

41MrnTo8oUL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ricordati la promessa…

La casa mangia le parole, Leonardo G. Luccone, Ponte alle Grazie. Saggista, traduttore, divulgatore, editor, editore, agente letterario e ora – chi più ne ha più ne metta… – esordiente nella narrativa propriamente detta con un romanzo potente e riuscitissimo, Luccone dà alle stampe una storia poderosa e di rara coerenza, che si muove su diversi piani intessuti fra di loro con eleganza e raffinatezza talmente pregevoli da apparire inconsuete, oltre che benedette, nel panorama letterario contemporaneo. In questo gioco di specchi e riverberi si rimane infatti piacevolmente coinvolti e avviluppati: una famiglia dall’apparenza perfetta esplode in un tintinnio di cocci, un bimbo lotta con l’ineffabilità cui lo costringe la dislessia, il mondo intero è dinnanzi a un cambiamento senza precedenti. Dotto e ricco di riferimenti, chiavi di lettura e d’interpretazione sin dalle primissime pagine e da un Capodanno come tanti capita di vivere a chiunque, purtroppo, pieno di malmostosi silenzi e di verità taciute, è intenso e ottimo già dalla copertina. Da non perdere, da leggere, rileggere, far leggere. Maestoso.

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Intervista, Libri

“I cieli”: Sandra Newman e la trappola del tempo

81kgprfp8l._ac_uy218_ml3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I cieli è la nuova, ottima, fiabesca, caleidoscopica prova letteraria di Sandra Newman, candidata al Women’s Prize for Fiction, scrittrice pluripremiata e persona gentile, dolce, brillante, raffinata, elegante. Abbiamo avuto il piacere immenso di incontrarla all’Hotel Santa Chiara di Roma in occasione del suo tour italiano.

Anche pensando al resto della sua produzione sovviene subito alla mente che lei ami molto affrontare con declinazioni attuali il tema della distopia: cosa rappresenta il tempo per lei?

Come immaginerà, questa domanda mi è stata già fatta, e ogni volta che devo rispondere si acuisce in me la consapevolezza che io del tempo non ne so nulla, non lo capisco. Se qualcuno ci riesce, io mi inchino. Il tempo in realtà mi sembra una trappola, possiamo muoverci avanti e indietro in qualunque altra dimensione, tranne che nel tempo, che scorre in un solo senso. Per quello non ci resta che il sogno.

Tema fondamentale in questo suo nuovo romanzo, che lei, nonostante sia un argomento più che trattato, da Freud (Die Traumdeutung) in giù, connota in maniera originalissima, legandolo anche all’amore: il sogno dunque è per lei il solo vero spazio di libertà che abbiamo per sfuggire alle trappole del quotidiano, in primo luogo quella del tempo, cui lei faceva cenno poc’anzi?

Sì, mi sembra un ottimo modo di porre la questione. (ride) Del resto è un’attività propria e specifica di noi umani, almeno stando a quel che sappiamo. Non abbiamo certezze, per esempio, in merito ai cani, se sognino o meno e, se sì, cosa sognino.

Nel romanzo si parla del capodanno del 2000: che ricordo ha di quell’epoca? Pensa che le promesse e le aspettative a diciannove anni di distanza siano state mantenute o tradite?

Io sono una persona molto superstiziosa, dunque ero assolutamente certa che il mondo sarebbe finito il primo di gennaio del 2000. E secondo me è così: il mondo è finito, ma noi ci ostiniamo ad andare avanti.

Quindi non ci sono speranze che una donna con un forte background ambientalista sia la prossima inquilina della Casa Bianca come nel suo romanzo?

Chi può dirlo? Le cose cambiano del 90% ogni pochi giorni. Io credo che non sia impossibile, anzi, sia sempre più probabile. Questo, naturalmente, sempre che si possa considerare la Warren un’ambientalista.

Nel romanzo si parla di Shakespeare: secondo lei lui cosa sognava?

Essendo un attore, immagino che avesse paura di trovarsi in scena e non ricordare le battute, ma che sognasse anche, avendo una dolorosa ambizione e patendo le origini umili, di essere un re.

E lei cosa sogna?

I miei sogni di solito sono piuttosto offensivi e di rado belli. Per esempio sogno spesso di voler incontrare a tutti i costi una persona famosa, sentendomi in colpa per questa mia disponibilità inconscia, anche se so che magari quella persona ha tratti sgradevoli. Quando avevo quindici anni, per esempio, sognai – ma non voglio affatto dire che la persona in questione sia sgradevole – di avere un appuntamento con Alan Alda, che però probabilmente all’epoca era già sulla cinquantina…

Quindi vedrà Marriage Story, di Noah Baumbach, con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Ray Liotta e proprio Alan Alda?

Non solo. Quando ho incontrato di recente Baumbach questo sogno è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. E c’è da dire che Crimini e misfatti, con Alda, è il mio Woody Allen preferito.

Anche il mio, assolutamente, e di certo non siamo i soli. Film scritti benissimo, tra l’altro, questi ultimi due: lei vorrebbe scriverne uno?

Mi piacerebbe, ma non sono abbastanza competente in materia filmica, verrebbe brutto. (sorride)

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