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“La pandemia siamo noi”

di Gabriele Ottaviani

Un gesto speciale è quello di Edi Rama, premier albanese, artista e socialista, che ha illuminato giorni molto tristi accompagnando con belle parole i trenta medici e infermieri inviati in Italia dal suo Paese…

La pandemia siamo noi – Persone, merci, idee al tempo del virus, Claudio Jampaglia, Giuseppe Mazza, Ponte alle Grazie. Ormai sono parole purtroppo che fanno parte del nostro lessico familiare: pandemia, virus, contagi… Sono lemmi che sembrano provenire da un tempo lontano che ci eravamo illusi, nella nostra superbia che ci ha fatto pensare di poter violentare impunemente la natura, di aver confinato in tempi lontani, passati, debellati: e invece non è così, e soprattutto dal punto di vista umano il Covid sta lasciando cicatrici profondissime negli interstizi di quelle relazioni che avrebbero forse potuto essere e che invece non sono state: gli autori, con stile attento, preciso, curato e divulgativo immortalano in una foto nitidissima la società dell’oggi. Da leggere.

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“Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo”

di Gabriele Ottaviani

La settimana seguente, stesso giorno, stessa ora, stesso posto, stesse corse. Stavolta, era stato Johanes a insistere perché ci andassimo. Durante il tragitto mi disse che gli era molto piaciuta la sua prima esperienza, che l’aveva trovata molto «eccitante». Era un qualificativo assai poco usuale nella bocca di mio padre. Notai anche il grosso astuccio di cuoio appeso a una cinghietta che gli cingeva il collo. «Binocolo. Per seguire meglio la corsa. Ho visto che tutti o quasi gli spettatori ne avevano uno». Ultima sorpresa, nell’atrio dell’ippodromo tirò fuori dalla tasca un berretto a scacchi e se lo piazzò con cura sul cranio come se quell’accessorio coronasse l’inizio di una nuova vita. In quella tenuta inedita che non gli stava nemmeno tanto male, Johanes rinnovò il suo patto con gli dèi del trotto che lo esaudirono un’altra volta ben oltre le sue speranze. Nell’ultima corsa, gli occhi appiccicati al binocolo, cominciò ad alzare il tono quando il suo favorito si avvicinò alla testa del gruppo. E quando ci fu, il pastore peccò per la prima volta. «Vai, cazzo, vai!» In macchina, al ritorno, mi confessò che, se ci si pensava su un momento, scommettere era un mestiere meraviglioso. Sedersi, scommettere, vincere, rincasare.

Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo, Jean-Paul Dubois, Ponte alle Grazie, traduzione di Francesco Bruno. Splendido sin dal titolo che ha il ritmo di un verso alessandrino, un martelliano, un doppio settenario, finanche di un esametro, nonché dalla copertina assolutamente magnetica, il libro di Jean Paul Dubois racconta la storia di Paul Hansen, che da circa un paio d’anni è in prigione a Montréal: il suo compagno di cella faceva parte di una banda di motociclisti ed è accusato di omicidio, lui, invece, dopo il divorzio, dopo la tragica fine dei genitori, quando finalmente aveva trovato l’amore e un lavoro come custode tuttofare in un complesso residenziale, lui, normale, onesto, regolare, irreprensibile, che ripercorre tutta la sua vicenda esistenziale, dalla Francia del Sessantotto sino al Quebec, in un viaggio che tocca numerose altre tappe e località in giro per il mondo, è lì perché… Già, perché? Cosa ha fatto? E soprattutto per quale motivo non vuole affatto pentirsi? Indagine sopraffina dei meandri più torbidi e sconcertanti della natura umana, è assolutamente imprescindibile.

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“La donna da mangiare”

di Gabriele Ottaviani

L’asse da stiro era più nel mezzo e la scacchiera era posata sopra una pila di libri, e i pezzi si fronteggiavano in file opposte. Sul letto c’erano parecchie camicie bianche appena stirate, ognuna sul suo appendiabiti. Duncan le sistemò nell’armadio prima di attaccare il ferro alla corrente. Marian si tolse il cappotto e sedette sul letto. Lui gettò la sigaretta in uno dei posacenere strapieni appoggiati a terra, aspettò che il ferro si scaldasse provandolo di tanto in tanto sull’asse, dopodiché iniziò a stirare una delle camicette, con calma e concentrazione, e prestando un’attenzione sistematica agli angoli dei colletti. Marian lo osservava in silenzio; era evidente che non voleva essere interrotto. Le pareva strano che qualcun altro stirasse le sue cose. Ainsley le aveva rivolto una strana occhiata, vedendola uscire da camera sua in cappotto e col fagotto di vestiti sottobraccio. «Dove vai con quelli?» aveva chiesto. Non erano abbastanza per la lavanderia. «Oh, sto uscendo». «Cosa devo dire se chiama Peter?» «Non chiamerà. Ma digli solo che sono fuori». A quel punto si era già fiondata giù per le scale, ansiosa di evitare spiegazioni su Duncan o anche solo di rivelarne l’esistenza. Sentiva che così facendo avrebbe turbato l’equilibrio delle forze. Al momento, però, Ainsley non aveva tempo che per una pigra curiosità, euforica com’era per il probabile successo della sua personale campagna, e per quello che aveva definito ‘una botta di fortuna’. Entrando in casa e trovandola in soggiorno con un manuale sui neonati e la prima infanzia, Marian le aveva domandato: «Allora, stamattina sei riuscita a far uscire di qui quel poveretto?»

La donna da mangiare, Margaret Atwood, Ponte alle Grazie, traduzione di Guido Calza. Icona del femminismo, narratrice finissima, intellettuale formidabile e interprete di istanze sociali e culturali fondamentali che connotano e caratterizzano ancora oggi la società contemporanea Margaret Atwood, sempre attuale anche nei suoi scritti più datati e anzi preconizzatrice di molte delle successive derive del nostro tempo così precario, rabbioso, liquido e ostile racconta in quest’opera molto intrigante e coinvolgente che induce alla riflessione e che davvero conquista la vicenda di Marian, che negli anni Sessanta del secolo breve vive a Toronto ed è fidanzata con Peter, che è un avvocato davanti al quale si prospetta una carriera sfavillante e ambiziosa. Marian è desiderosa di essere come tutte, cerca sempre di compiacere e di assecondare le richieste dell’ambiente e di coloro che la circondano finché quando non incontra qualcuno che cambia del tutto le sue prospettive, e la narrazione prende piede attraverso il suo corpo, protagonista e tema ricorrente nella prosa di Margaret Atwood, che qui – salvo calamità il testo diverrà l’anno prossimo anche una serie per il piccolo schermo – è al primo romanzo ma già palesa in pieno gli argomenti cui tiene è che riprenderà in più occasioni con una voce sempre più matura, sempre più sardonica, sempre più avversa nei confronti dell’imperante conformismo.

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“Le inseparabili”

di Gabriele Ottaviani

I nostri pomeriggi erano molto meno piacevoli. Madame Gallard aveva deciso di maritare Malou, e per far passare inosservate le visite di ragazzi più o meno sconosciuti apriva la casa a tutta la gioventù per bene dei dintorni. Si giocava a croquet, a tennis, si ballava sul prato, si parlava della pioggia e del bel tempo mangiando dolci. Il giorno in cui Malou scese dalla sua camera con un vestito di shantung écru, i capelli lavati di fresco e arricciati con il ferro, Andrée mi diede di gomito: «È in tenuta da incontro». Malou passò il pomeriggio accanto a un ragazzo di Saint-Cyr molto antipatico che non giocava a tennis, non ballava, non parlava: di tanto in tanto raccattava le nostre palle. Quando lui se ne andò, Madame Gallard si chiuse in biblioteca con la sua primogenita; la finestra era aperta e noi sentimmo la voce di Malou: «No mamma, lui no: è troppo noioso!» «Povera Malou!» disse Andrée. «Le presentano sempre tipi così stupidi e così brutti!» Si sedette sull’altalena; accanto alla rimessa avevano creato una specie di palestra all’aperto; Andrée si esercitava spesso al trapezio o alla sbarra in cui era molto brava. Afferrò le corde: «Mi spinga».

Le inseparabili, Simone De Beauvoir, Ponte alle Grazie, traduzione di Isabella Mattazzi, prefazione di Sylvie Le Bon de Beauvoir. È una delle intellettuali, delle pensatrici, delle scrittrici, delle autrici più importanti della storia non solo francese, non solo europea ma senza dubbio mondiale: Le inseparabili viene pubblicato in contemporanea con la Francia da Ponte alle Grazie, dunque in anteprima mondiale, e si tratta del racconto romanzato di una storia vera e soprattutto di una straordinaria amicizia quella, per l’appunto, fra Simone De Beauvoir e Zazà, che sta per Elizabeth, Lacoin: si incontrano a scuola nel pieno della Prima Guerra mondiale e finché nel millenovecentoventinove la giovane rampolla di un clan ultracattolico non muore questo legame rimane fortissimo, straordinario, strettissimo. Sono davvero inseparabili e Simone, che si rispecchia e si immerge nella narratrice Sylvie, tende quasi ad annullarsi nell’amica, che prende qui il nome di Andrea, vivendo con lei, per lei, mediante lei, ma, al tempo stesso, proprio da questo eccezionale sentimento di comunione prende le mosse la sua straordinaria epopea di emancipazione: Simone De Beauvoir ha scritto questo libro veramente ricchissimo di chiavi di lettura e livelli di interpretazione, profondo, intenso, potente, commovente, emozionante e vibrante nel millenovecentocinquantaquattro (è attualissimo, però, perché la natura dei sentimenti è immortale), decidendo tuttavia di non pubblicarlo. Questo scritto conservato e ritrovato e ora finalmente per tutti rappresenta pertanto un regalo preziosissimo da non farsi sfuggire.

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“L’ultimo traghetto”

di Gabriele Ottaviani

«Siamo poliziotti» disse Caldas e, quando menzionarono la scomparsa di Mónica Andrade, la sua espressione fu la conferma che quel nome non gli diceva niente. Non la riconobbe nemmeno in foto. «Cosa pensate che le sia successo?» domandò il prete. «Abbiamo la certezza che se ne è andata venerdì mattina, ma non sappiamo dove, né perché» rispose Caldas. «Da diversi giorni non si fa sentire e la sua famiglia è preoccupata». La faccia del sacerdote espresse partecipazione. «Ma se si è allontanata di sua volontà, non è un buon segno?» chiese poi. «In linea di massima, sì, certo» affermò Caldas. «Mi piacerebbe aiutarvi ma non so come» disse, e si scusò per andare a prendere una scala. L’ispettore Caldas lo seguì. L’interno della chiesa di San Xoán era pieno di immagini sacre. Le pareti interne e il pavimento erano di pietra e il soffitto bianco era attraversato da listoni di legno scuro. Alla sinistra dell’ingresso c’era un fonte battesimale e sulla destra degli scalini portavano al coro. Il piccolo organo, spiegò il sacerdote, gli era stato lasciato in eredità dal suo predecessore. «Era molto anziano quand’è morto, ma ha detto messa fino all’ultimo. A volte perdeva il filo e saltava un rito, altre ripeteva la stessa liturgia più volte…» sorrise il prete. «I parrocchiani non sapevano mai quanto tempo avrebbero passato qui dentro». Caldas lo seguì lungo il corridoio tra i banchi e passò sotto l’arco ogivale che separava l’altare dal resto della navata. Sul muro di pietra situato dietro, sopra il tabernacolo, vide il crocifisso. Di fianco san Giovanni Battista. Il sacerdote entrò nella minuscola sagrestia e Caldas rimase sulla soglia. «Stiamo cercando un’altra persona. Uno che si veste di arancione» precisò Leo Caldas. «Credo che sia un ragazzo un po’ strano». «Dev’essere Camilo» affermò il prete, e frugò in un cassetto finché non trovò una chiave. «È sua madre che tiene puliti la chiesa e il cimitero. È scomparso anche lui?» «No, ma ci hanno detto che ha l’abitudine di aggirarsi qui intorno».

L’ultimo traghetto, Domingo Villar, Ponte alle Grazie, traduzione di Silvia Sichel. In Spagna ha fatto scalpore, e si capisce facilmente perché: è un romanzo scritto benissimo, in cui la mera cornice tassonomica della letteratura di genere, nella fattispecie quello poliziesco, del giallo, come lo chiamiamo noi italiani per il colore della prima collana che li introdusse al nostro pubblico, oltre novant’anni fa, è il viatico per il dipanarsi di molteplici linee narrative, ben intrecciate e avvincenti, che con levità fanno andare assai oltre la superficie. La giovane figlia, insegnante in una scuola di arti e mestieri, di un celebre cardiochirurgo con cui praticamente l’intera comunità è in debito è sparita nel nulla: viveva da sola in un villaggio, un posto dalle parvenze incantate, quasi quelle d’un’altra dimensione, collegato a Vigo da un traghetto che prendeva quotidianamente. Non resta che indagare, ma trovare il bandolo della matassa non sarà facile… Montalbán, Camilleri, Markarīs: questi, e non solo, i riferimenti e i modelli di una prova autoriale maiuscola, finissima, indimenticabile.

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“Gli affamati”

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Gli bastavano Passaparola alla tivù, una margherita con il salame e una Moretti. Erano i paletti del recinto in cui si era rinchiuso. Gli bastava poco per essere tranquillo; non felice, ma sereno. E quel benedetto, maledetto recinto lo aveva sempre rispettato. Un pascolo rassicurante da cui non era mai uscito. Si era sempre fatto bastare quelle cose, prigioniero inconsapevole, ma il pomeriggio prima era evaso. Era appena morta sua madre. Infarto fulminante. L’avevano trovata nel letto, con le calzette di lana grezza ai piedi in pieno agosto. Sandro pensava di essere pronto, ma si era scoperto impreparato. Sia sul piano emotivo sia sul piano pratico. E su quest’ultimo il problema più grosso erano i suoi nipoti, Antonio e Paolo. Doveva avvisarli? Dirgli del funerale? Non li vedeva da dieci anni. Forse si erano pure dimenticati di lui. Per non parlare di tutte le balle che Stefano doveva avergli rifilato sul loro conto. Quello era un buono a nulla. Alcolizzato, violento, bugiardo patologico. Elvira diceva che le mele non potevano essere cadute lontano dall’albero. Che con la sua famiglia, quella di Sandro, lei non voleva averci più niente a che fare. E diceva che se avesse invitato Antonio e Paolo al funerale, quelli lo avrebbero fregato. Come facevano tutti. Come aveva fatto Stefano. Suo fratello gli aveva rubato diecimila euro. Sul serio. Glieli aveva rubati per davvero. Ed era a questo che si riferiva la moglie. Lui non ne parlava mai. Quella faccenda lo faceva soffrire pure a distanza di anni. Pure se suo fratello era morto. Pure se dei soldi, in effetti, non gli importava. Elvira, invece, tirava fuori il discorso con una cadenza quasi regolare. Come a voler girare il coltello nella piaga.

Gli affamati, Mattia Insolia, Ponte alle Grazie. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati, dicono le sacre scritture. La fame è un fuoco verde che brucia sotto pelle, come l’amore cantato da Saffo. La fame ti toglie il respiro e la ragione, non ti fa pensare ad altro, non ti dà speranza né requie. La fame è una rabbia feroce, è la percezione di un’ingiustizia, è un’onta da lavare col sangue, è una colpa da scontare, è una frustrante sconfitta. Ribolle il sangue nelle vene dei protagonisti di questo romanzo deflagrante (nonostante qualche refuso, specialmente uno subito, talmente marchiano da lasciare sbigottiti e perplessi, in dubbio su sé stessi e sulle proprie capacità percettive, come se si avessero le traveggole), come la fame. Che può essere di cibo. Di potere. Di sesso. Di riscatto. Di vendetta. Di felicità. La fame è un’ossessione, ed è soprattutto Paolo, ventidue anni e un vulcano di emozioni da sfogare, che ne è vittima: può contare, ed è reciproco, solo sul fratello, Antonio, più piccolo e mite, in una provincia dimenticata da Dio e dagli uomini, intrisa di degrado e frustrazione. Un uragano di passioni, un affresco vivido e potentissimo. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“Tornare a galla”

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Come è stato che siamo diventati cattivi?

Tornare a galla, Margaret Atwood, Ponte alle grazie, traduzione di Fausta Libardi. Critica, attivista, poetessa, scrittrice, ambientalista, tra le voci più autorevoli e riconoscibili della letteratura moderna e contemporanea, intellettuale nel senso più ampio e raffinato del termine, Margaret Atwood torna sugli scaffali delle librerie italiane con un’opera la cui prima pubblicazione risale a quasi mezzo secolo fa, ma, come sempre accade con la grande narrativa, sembra, per la magnificenza del linguaggio e l’urgenza dei temi che tratta, scritta domani. Il padre, d’improvviso, scompare, e una giovane donna torna dopo tempo nella casa isolata che ha fatto da sfondo alla sua infanzia e alla sua adolescenza, e che simboleggia tutti quei demoni a stento soffocati che ombreggiano la sua anima: ma… Imprescindibile.

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“Irrazionalità”

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Che Donald Trump sia un bugiardo è fatto acclarato, come il dimorfismo sessuale nella rana pescatrice o l’orbita della terra intorno al sole. Ma stiamo davvero affrontando qui un caso di mendacità moralmente colpevole, o c’è qualcosa nella sua cognizione che lo costringe a mentire, distorcere e fantasticare senza, in generale, rendersene conto? Per i greci questa sarebbe una distinzione senza alcun reale significato: non punivano i trasgressori solamente se questi avessero potuto condursi altrimenti; punivano in base alla natura dell’atto stesso, e non in riferimento a un’interpretazione della condizione morale dell’agente. Ma noi siamo diversi…

Irrazionalità – Storia del lato oscuro della ragione, Justin E. H. Smith, Ponte alle grazie. Traduzione di Andrea Branchi. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, si sa. Al tempo stesso, però, soprattutto in questo nostro mondo sempre più ingrommato di allarmismo, emotività, isteria, bufale, invidia, razzismo e parossismo, avere un atteggiamento sobrio, serio, razionale, ragionevole, ponderato e maturo si manifesta come una rarità sempre più necessaria. Ma, come insegna Eraclito, è dal suo contrario che trae senso ogni cosa: se non conoscessimo il caldo non potremmo avere esperienza del freddo, se non avessimo idea del bene non potremmo comprendere cosa sia il male. L’irrazionalità e la ragione, dunque, sono molto più connesse di quanto comunque si possa immaginare, in modi anche sorprendenti, come quelli che Smith mostra, in un’opera profonda, ampia, dotta, densa e significativa, che induce a un’ampia e variegata riflessione. Da leggere.

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“Dove credi di andare”

Pecoraro - Dove credi di andare coverdi Gabriele Ottaviani

Avete presente quel tipo di racconto di casi personali in cui il narratore si mette in buona luce? Che lui gli ha detto così e così, e non ti pare? Eccerto. Quelli che si danno ragione da soli all’atto stesso del riferire: si vede benissimo che stanno mettendo le cose – che a te già non te ne può fregare di meno – come pare a loro. Che vuoi che ti dica, eh? E poi che tipo di cose raccontano all’amico-fidato? Cose che capitano assolutamente a tutti, tipo tradimenti compiuti o subiti, problemi di inculate sul lavoro, prese e inferte, qualche erezione mancata, un ‘Che dici, le telefono subito o aspetto domani?’ Roba così. Non veri cazzi loro, tipo ho fatto una rapina in banca, ho ucciso una prostituta sul raccordo, vengo da un altro pianeta, sai, ho preso le sembianze di Asdrubale, ma non sono Asdrubale e adesso te lo provo e giù la maschera, tentacoli eccetera. Affettano grande segretezza e supreme confidenze su cose del tutto ordinarie, noiosissime. I cazzi loro veri, che forse sarebbero pure interessanti, se li tengono per sé. Ma, cazzi miei a parte, sono perplesso perché da un po’ di tempo ogni persona che incontro sembra che non mi consideri più. Mi pare ormai di essere diventato un nulla per tutti. Anche per quegli sconosciuti dai quali uno compra, che so, una guarnizione da mezzo pollice, una presa stagna, una mezza forma di pane, un etto di prosciutto. Entro in un negozio di ferramenta e c’è gente lungo il bancone che parla fitto coi commessi e i commessi hanno l’aria di prestare la massima attenzione. Finché non arriva il mio turno: allora improvvisamente si distraggono, rispondono controvoglia, diventano scortesi e sembra che stia chiedendo loro oggetti assurdi, fuori produzione, obsoleti e stupidi. Questo accade praticamente ovunque vada. Entro dal panettiere, guardo il pane e faccio a mezza bocca: «Che pane prendo?». Il panettiere, che con tutti è gentile, subito mi dice: «Aaah, se non lo sa lei…» Vaffanculo stronzo, penso io. Insomma, sto slittando progressivamente verso una specie di non-esistenza. È come fossi decolorato, invisibile. E poi stasera spunta questo Alessandro… Boh, ma chi è? Passa un po’ di tempo e i miei piedi bagnati gelano. Non fa freddo, anzi. Però tira una brezza leggera che li fa ghiacciare nelle scarpe fradicie…

Funzionari, intellettuali, manager, artisti, avvocati, ingegneri: non sono né giovani né vecchi, sono uomini e si trovano dinnanzi a un punto di svolta, interpretabile da molteplici angolazioni, della loro esistenza, in una realtà quotidiana, spersonalizzante e del tutto priva di punti di riferimento che li costringe a indagini, sfide, necessarie prese di coscienza e di consapevolezza. Silver, Egidio e tanti altri si muovono fra Camere e stanze, Happy hour, Vivi nascosto, Il match, Farsi un Rolex, Rosso Mafai e Uno bravo, i titoli dei racconti, riusciti, intensi, limpidi, profondi, emozionanti, articolati, ricchi di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, affreschi efficaci della nostra società sempre più social e sempre meno solidale, dell’antologia, insignita del premio Napoli e del premio Berto e finalista al premio Chiara, che torna ora a disposizione di tutti coloro che vorranno leggerla in formato elettronico e che ha dato il la alla carriera letteraria di una delle voci più particolari della narrativa italiana, quella di Francesco Pecoraro, cui si debbono anche, per esempio, La vita in tempo di pace, Lo stradone, Questa e altre preistorie e Primordio vertebrale: Dove credi di andare, per Ponte alle Grazie, è da non perdere.

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“Frieda”

friedadi Gabriele Ottaviani

Sin da marzo, la primavera si invitò con fare insolente. Mentre il processo a Hitler infiammava la stampa che in questo modo gli faceva il dono della celebrità, io mi rimettevo lentamente dalla malattia leggendo, dormendo, assaporando la squisita e tremenda pigrizia di chi non aspetta più nulla. I medici avevano preteso che io stessi per un po’ in Tirolo, perciò le mie valigie erano pronte quando mi portarono una lettera proveniente dall’Italia. Era una lettera di Frieda che aveva saputo della morte della mamma e mi invitava a trascorrere qualche giorno a Capri insieme a lei e al suo inglese. Fu come una pneumonia, una pneumonia dolce e positiva. Frieda è senz’altro l’unica persona ad avermi conosciuto com’ero allora, pensai. Frieda è senz’altro l’unica persona ad avermi conosciuto, pensai con gli occhi appesantiti dalle lacrime. Proprio lì sull’uscio di casa, ebbi tanti altri pensieri, pensieri materni, erotici, amichevoli e tutti portavano a lei. C’era stato il suo inglese certamente, così come c’era stato Gustav. C’erano stati anche altri ma non me, mai me! Eppure Frieda mi amava, lo sapevo per via di quel bacio di Vienna e delle sue mani nei miei capelli. Da allora, tanti soli fuggenti avevano profuso la loro finta luce ed erano tutti spenti. Avevo letto da qualche parte che Lawrence la metteva in tutti i suoi libri.

Frieda, Christophe Palomar, Ponte alle Grazie. Manager che vive fra Bologna e Milano ma ama la scrittura tanto da dedicarle le notti, che sottrae al sonno, cresciuto a Tunisi però nato in Alsazia da madre spagnola e padre italiano, Christophe Palomar torna sugli scaffali delle librerie con una nuova edizione di un volume che già cinque anni fa ebbe la sua pubblicazione ma non l’auspicata e soprattutto meritata fortuna: più attuale che mai, nonostante sia ambientato in un’epoca passata, non solo perché le istanze che abitano nell’animo umano sono sempre le medesime, ma poiché tratteggia un quadro della politica, della società, della storia, della cultura e dell’Europa sorprendentemente nitido ed efficace, che induce senza dubbio a riflettere anche in primo luogo su quali siano le radici del populismo sempre più pressante e facinoroso, è la storia di Joachim von Tilly, rampollo di una nobile famiglia tedesca per il quale il destino sembra essere già scritto da sempre, finché non incontra la figlia di un alto ufficiale, la cugina del Barone Rosso, la musa nientedimeno che di D. H. Lawrence, ossia, appunto, Frieda, per la precisione Frieda von Richthofen. E… Maestoso.

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