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“L’ultima corvè”

718v3eI17oL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non ho niente contro i ricchioni. Solo che non vorrei che uno sposasse mio fratello.

L’ultima corvè, Darryl Ponicsan, Jimenez, traduzione di Gianluca Testani. Jack Nicholson ne fu, come sempre gli capita, avendo talento da vendere e da appendere, meraviglioso protagonista: la versione filmica di quarantasei anni fa di Hal Ashby ha fatto scuola e scalpore e dopo L’ultima bandiera Jimenez continua con la meritoria opera di pubblicazione, in edizioni raffinate e curate anche dal punto di vista della forma oltre che, quel che più conta, della sostanza, di una delle più importanti voci della grande narrativa a stelle e strisce. Ponicsan, qui, tratteggia mirabilmente le figure di due vecchi lupi di mare, due marinai di carriera, nel pieno della furia della guerra del Vietnam, cui, in transito a Norfolk, Virginia, viene assegnato il compito di scortare Larry, diciottenne, candido, ingenuo, inesperto della vita, colpevole di un furto di poco conto per il quale però gli sono stati comminati otto anni di galera, dalla base alla prigione della Marina a Portsmouth, nel New Hampshire, lo stato che, ironia della sorte, ha per motto live free or die. Ma quello che sembra un incarico semplicissimo si trasformerà in un’avventura commovente e picaresca: da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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“L’ultima bandiera”

4125YB-qJ8L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il treno diretto a Filadelfia parte.

L’ultima bandiera, Darryl Ponicsan, Jimenez. Traduzione di Gianluca Testani. Richard Linklater è sempre una garanzia. E sa fare una cosa, importante. Sa raccontare le storie. Le esistenze degli esseri umani. Che siano adulti, adolescenti, bambini, uomini, donne. Le ricostruisce con sensibilità e ironia, senso dello spazio e del tempo. E resti lì incantato a vivere le vite di tutte queste persone. Che amano, soffrono, perdono, e poi vanno avanti. In Last Flag Flying, siamo nel 2003, un 2003 che sembra già Storia, lontano, un veterano del Vietnam ha perso il figlio in Iraq. Non ha più nessuno perché anche la sua amata moglie non c’è più. Un cancro se l’è portata via. Chiede a due suoi vecchi compagni d’armi che non vede da trent’anni di accompagnarlo. Diviene così, il loro, un viaggio on the road nei ricordi e nel presente, nelle contraddizioni di un’America che non smette mai di essere uguale a sé stessa nei suoi errori… Il classico cinema americano nella sua forma migliore, capace di saper far ridere e piangere con naturalezza ed eleganza perché capace di dire con semplicità quello che deve essere detto senza arrogarsi il diritto di salire in cattedra. Si vede che è tratto dal romanzo di uno scrittore americano della vecchia scuola, Darryl Ponicsan, classe 1938, con il quale lo stesso regista sceneggia il film, che ha uno sguardo malinconico sul passato, che fotografa l’America come solo i giovani arrabbiati della sua generazione potevano fare. Sembra infatti un’opera per concezione molto legata al cinema fatto negli anni contingenti il conflitto in Vietnam, e non a caso sono suoi anche i romanzi che furono i successi del tempo, quali L’ultima corvée di Hal Ashby, con un grande Jack Nicholson, e Un grande amore da 50 dollari di Mark Rydell con James Caan e la dimenticata Marsha Mason. Eppure è incredibilmente fresco Last Flag Flying, perché mette a nudo una rabbia produttiva, una rabbia che porta all’autocritica e al cambiamento, come solo certo cinema sapeva fare. Linklater ha poi, nella maggior parte della pellicola, il merito di saper frenare le maglie della retorica. Il trio di protagonisti, Carell, Cranston e Laurence Fishburne, è assolutamente magnifico: laddove il primo lavora sottotraccia, il secondo gigioneggia con grandissima classe e il terzo si comporta sapientemente e con grande senso della misura ora in un modo ora nell’altro. Assolutamente da non perdere. Così scriveva Erminio Fischetti; noi, più umilmente, ci muovevamo però sul medesimo solco: Un tranquillo impiegato parte dalla sua casa del New Hampshire per raggiungere due amici che non vede dai tempi della maledetta guerra del Vietnam, che li ha segnati indelebilmente: ha bisogno di loro, perché dopo aver perso la moglie questo maledetto duemilatré gli ha portato via anche il figlio, ucciso a Baghdad mentre le forze dell’occidente combattono e annientano Saddam. E lui non vuole ritrovarsi da solo dinnanzi a quella bara. Lui è tenerissimo, uno è un immaturo cronico, ruvido e buono, l’altro era un viveur e ora fa il predicatore: sono Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne. In stato di grazia, a dire poco. Ma è proprio il film a essere ottimo, sotto ogni aspetto, capace di essere sempre credibile quale che sia l’emozione che decide di raccontare: Last flag flying è un gioiello preziosissimo, firmato Linklater. Nel cast c’è finanche la leggendaria Cicely Tyson, novantatré candeline da spegnere a dicembre e una classe immensa. Da non perdere. Il film di uno dei cineasti più grandi a livello internazionale della contemporaneità che si è avuto modo di vedere in occasione dell’edizione del duemiladiciassette della festa del cinema di Roma è infatti un vero e proprio gioiello, la cui brillantezza scintilla in maniera quasi impudica, tanto emoziona, come un amor che a nullo amato amar perdona: la base letteraria da cui prende le mosse è infatti un testo straordinario, che fin dalla copertina bella, elegante, potente, significativa, quasi caravaggesca tale è la sua espressività, scelta dalla casa editrice Jimenez non può non catturare in maniera assolutamente irresistibile l’attenzione del lettore. La prosa, ricchissima di livelli di interpretazione e chiavi di lettura, che infatti si dipana nelle pagine è potente, solida, pànica, avvincente, convincente, coinvolgente, empatica, induce prepotentemente alla riflessione, all’immedesimazione, come il fuoco verde dell’amore, della passione e della gelosia che secondo Saffo non poteva dare tregua a chi vive infelice perché vede una felicità dalla quale è escluso, e quel che è peggio è che non sembra esser colpa di nessuno: la storia di un padre che resta padre anche se il figlio non l’ha più (dolore talmente innaturale che non si ammette nemmeno la parola: se sei senza genitori sei orfano, se sei senza coniuge sei vedovo, se sei senza figlio non sei perché non è così che dovrebbe andare, eppure non smetti mai di avere prole, ma non esiste definizione che ti comprenda e capisca), perché una guerra che non ha scelto e che non sente sua – e del resto come potrebbe, lui che la guerra l’ha fatta e deve constatare che dopo anni e generazioni non è cambiato niente, se non in peggio, e tutto è ancora più vano – glielo ha portato via, e che ha bisogno dei suoi vecchi commilitoni, che sono cambiati quanto più non si potrebbe eppure non possono né soprattutto vogliono dirgli no quando bussa alle loro porte chiedendo che non lo lascino solo dinnanzi alla fanfara menzognera con cui le forze armate vogliono onorare il caduto, carissimo agli dei perché fiore assai anzitempo reciso, e di supportarlo nel viaggio di ritorno a casa, è l’apologo imperdibile su tutte le più sublimi e sublimate forme d’amore, compresa l’amicizia, raccontata con un’asciuttezza antiretorica e di rara e tragicomica credibilità che ammalia completamente.

 

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