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“Elena Ferrante”

ferrantedi Gabriele Ottaviani

La sessualità patriarcale, anche se con codici diversi a seconda della classe sociale, impone alla donna una posizione oppressiva di cui Ferrante, anziché raccontare l’aspetto vittimario, evidenzia la miseria di una sessualità maschile che vive di illusoria virilità, producendo un soggetto che, quando viene messo di fronte al rifiuto, scarica la propria responsabilità su aspetti esterni, di cui dice di non avere il controllo (in questo caso l’ebbrezza generata dal vino). Il racconto delle pratiche sessuali che governano le relazioni tra uomini e donne, torna successivamente sulla figura di Lila. Se da un lato il non avere una conoscenza carnale di Enzo permette a Lila di rigenerare il desiderio di relazione intellettuale, dall’altro questa situazione non l’acquieta. In quanto operaia della fabbrica di mortadella di Bruno Soccavo, Lila patisce un’estrema fatica fisica, che “spingeva la gente a desiderare di fottere non con la moglie o col marito a casa propria […] ma lì sul lavoro”. Dunque il paradosso raccontato da Lila è prima di tutto che: “gli uomini allungavano le mani a ogni occasione, facevano proposte se solo ti passavano di lato […]. Fin dai primi giorni i maschi cercarono di accorciare le distanze, come per annusarla”. Sventato un tentativo di abuso sessuale da parte di un operaio, Lila va a protestare dal padrone della fabbrica il quale, dopo aver minimizzato l’accaduto e aver interpretato la lamentela di Lila come un gesto di favore nei propri confronti, la loda davanti agli altri colleghi. Poco dopo, Lila viene chiamata nello stanzone di stagionamento delle mortadelle, in cui anche Soccavo prova a violentarla. In questa scena la narrazione passa attraverso il punto di vista di Lila, sottolineandone l’annichilimento prima e la rabbia dopo. La reazione di Bruno al rifiuto è quella di minimizzare, di contro alla percezione amplificata di Lila, cosciente che le tracce delle mani di Soccavo sul proprio corpo “non era cosa che si toglieva via col sapone”. Attraverso il racconto della sessualità, intesa come strumento di dominio sul corpo femminile, Ferrante mostra come non vi siano sostanziali differenze tra l’ex marito Stefano, l’operaio Edo e il padrone Soccavo. Di contro, il rapporto ascetico con Enzo genera un equilibrio precario, raggiunto grazie agli esercizi di schematizzazione per il corso di programmatore a distanza, strumento che fa percepire a Lila “un’astratta linearità” che “sperava le assicurasse un lindore riposante”. Un equilibrio che si spezza quando nella vita di Lila riappare Pasquale, fratello di Carmen Peluso, operaio e segretario di sezione del partito comunista a San Giovanni a Teduccio.

Elena Ferrante – Poetiche e politiche della soggettività, Mimesis. Di Isabella Pinto, PhD European Label in Studi Comparati, attivista, ricercatrice, curatrice di vari volumi, membro del gruppo di ricerca Atelier Ecopol (Eco/nomi/logia Politica Transfemminista Queer di IAPh-Italia), coordinatrice del Master in Studi e Politiche di Genere dell’Università degli Studi Roma Tre, redattrice di IAPh-Italia (Associazione Internazionale delle Filosofe) nonché anche drammaturga, con un’ampia esperienza nell’editoria e numerose collaborazioni con riviste culturali e scientifiche come DWF, Testo & Senso, Alfabeta2, L’ospite ingrato, Leggendaria e Narrative – The Ohio State University Press: la sua prima monografia, puntuale, densa, approfondita, colta, chiara, stimolante e interessante, è dedicata a un’autrice, assai celebre ormai finanche fra il pubblico che ha più confidenza con lo schermo che non con la pagina, di indubbio spessore, fama planetaria, prestigio e talento, capace di indagare con proprietà e senza retorica il patriarcato, la femminilità, la figura materna, la società, l’amicizia, la soggettivizzazione, la presa di coscienza, l’autodeterminazione, la sessualità, l’autofiction, l’autorialità e molti altri temi, in primo luogo la ormai proverbiale frantumaglia: Elena Ferrante. Da leggere.

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“L’uomo che salvò la bellezza”

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Attento, signor Siviero, qui niente è come sembra…

L’uomo che salvò la bellezza, Francesco Pinto, HarperCollins. La bellezza salverà il mondo, ma ci dev’essere qualcuno pronto a salvare lei, altrimenti, se non esisterà più, come potrà svolgere la sua funzione? Ispirato a una storia vera, questo romanzo convincente, coinvolgente, avvincente, ben scritto, ben congegnato, ben calibrato e connotato con precisione magnifica in ogni dettaglio, narra la storia di un uomo che viene mandato nel millenovecentotrentotto, appena ventisettenne, a fare la spia nel Reich delle infami croci uncinate che hanno tutta l’intenzione di razziare il meglio dell’arte del vecchio continente per portarla in Germania: ma hanno fatto, come si suol dire, i conti senza l’oste… Meraviglioso.

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“La guerra per il Mezzogiorno”

818zYYg1OGL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le autorità reagirono sempre con fermezza contro i religiosi che sostenevano i briganti…

La guerra per il Mezzogiorno – Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Carmine Pinto, Laterza. È terra di conquista pressoché dalla notte dei tempi, e i governanti che si sono avvicendati al potere in quelle terre benedette dalla presenza di molte risorse si sono ben guardate dallo sfruttarle in modo che la ricchezza potesse essere condivisa e ridistribuita: quando poi Garibaldi ne fa dono ai Savoia, per certi versi è l’inizio della fine. La dinastia che infatti ha avuto il grandissimo merito di unire un paese nato diviso esporta i suoi usi e costumi senza tenere conto delle specificità territoriali, e non ci vuole molto perché cominci a serpeggiare la sensazione di essere stati nuovamente truffati, nonché di essere semplicemente passati di mano, da un padrone a un altro: il brigantaggio, per certi versi, è stato dunque anche espressione di un anelito di libertà e autodeterminazione, e Pinto lo racconta in un testo dotto, ricco, leggibile, istruttivo.

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