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“La terra che scompare”

di Gabriele Ottaviani

Voleva soltanto sentire quello che Denis aveva da dire…

La terra che scompare, Julia Phillips, Marsilio, traduzione di Fabio Zucchella. È agosto. È pomeriggio. Siamo su una spiaggia della Kamčatka, terra che la gran parte di noi conosce per lo più solo e soltanto per un celebre gioco da tavolo fatto di cartelloni, dadi e carri armati, all’estremo nord-est della Russia. Due bambine, due sorelle, di undici e otto anni, con ogni probabilità vengono rapite da un uomo. Sta di fatto che svaniscono nel nulla. Trascorrono ore, giorni, settimane, mesi, ma delle piccole Alëna e Sofija non si trovano tracce. La polizia, come si suol dire, brancola nel buio e non cava un ragno dal buco. Che siano annegate? Oppure… Formidabile sin dalla copertina, non si riesce a staccarsene. À bout de souffle.

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“Verrà il lupetto grigio”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Tanja lavora per lui da oltre vent’anni e le piace stuzzicarlo, perciò, mentre i visitatori del sabato scorrono le pile di stampe, capita che racconti ad alta voce che capo terribile sia. A volte, dice, vengono a trovarlo uomini d’affari, professionisti in giacca e cravatta, e gli offrono soldi, tutti i soldi che servono per finire Il cappotto. «E ogni volta Jurij Borisovič comincia a TREMARE. “Non dovete preoccuparvi di nulla” gli dicono. “Pensiamo noi a tutto”. E allora Jurij Borisovič va nell’altra stanza, cammina in tondo, se ne resta nascosto. E dopo un po’ torna in corridoio COSÌ» – qui Tanja imita un orco dai passi pesanti e lo sguardo torvo, che gonfia le guance e incrocia gli occhi – «e mi punta il DITO, e punta il dito alla PORTA, e grida: “Tanja, occupatene TU!”». Tanja Usvajskaja: ex allieva. Artista di talento a prescindere dal capo, come lui racconta a tutti, che ha pubblicato libri a fumetti in Giappone. Solo di rado, e solo se lui esce dalla stanza, Tanja completa il suo discorso, sul talento insuperato di Norštejn. «Le mani di Jurij Borisovič non assomigliano a quelle di nessun altro» dice. «Si muovono in modo diverso. E anche il cervello di Jurij Borisovič non assomiglia a quello di nessun altro. Lui pensa per mezzi millimetri. Lui vive» – e si tocca la testa – «su un’altra scala temporale cosmica». Una sfida dell’animazione manuale è assicurare un movimento regolare a oggetti che si muovono a velocità diverse. Rappresentare una sola persona che corre è facile, ma quando ne hai due, e una è leggermente più veloce dell’altra, allineare i loro movimenti un frame dopo l’altro richiede un sacco di calcoli complicati. Ma Tanja, lavorando al Cappotto, l’ha visto gestire il problema affidandosi solo all’istinto. Semplicemente, sa quanto muovere ogni figura, e sa pure improvvisare stili di corsa individuali.

 

Per chi li fa e chi li legge i libri sono – volendo usare il titolo di uno degli ultimi che siamo riusciti a stampare – una forma di concupiscenza. Di cui non è facile liberarsi, anche in circostanze avverse. Specie in circostanze avverse. Costretti alla clandestinità, i libri prosperano. È già accaduto non poche volte – e adesso tentiamo di farlo succedere di nuovo. Così abbiamo deciso di farvi leggere, in formato digitale, alcuni dei testi che avremmo pubblicato in queste settimane e che usciranno in un futuro imprecisato. Più qualcosa d’altro che non era immediatamente in programma e qualcosa che non lo era affatto. In questa serie troverete quindi racconti di vario genere, tratti da volumi più ampi, nonché brevi inediti. In un caso e nell’altro, abbiamo cercato di dare a questi minuscoli libri la forma non di un estratto, ma appunto di un libro autonomo, per quanto in miniatura. È una deformazione professionale, verosimilmente: ma ci ostiniamo a rimanerle fedeli. È con queste belle, importanti e sentite parole che Adelphi dà alla luce Microgrammi, la sua nuova, magnifica, collana digitale: dopo le prime tre uscite ora è la volta di altre tre raffinatissime pubblicazioni, di cui questa, Verrà il lupetto grigio, è una, ossia il raffinatissimo ritratto, tradotto da Francesco Pacifico, che Brian Phillips, pluripremiato e sempre più affermato scrittore statunitense, fa dell’ormai anziano – ma ancora al lavoro, alle prese con il suo mitico progetto, il leggendario capolavoro incompiuto, un film, impresa improba già solo a pronunciarsi, tratto dal Cappotto di Gogol’ – genio dell’animazione cui si deve Il riccio nella nebbia, Jurij Norštejn. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione, è una perla.

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“A tutto c’è rimedio”

Cover A tutto c'è rimediodi Gabriele Ottaviani

C’era una volta e tutte le volte, una Regina e un Re seduti su troni gemelli. Erano benvoluti, questa Regina e questo Re, poiché lei era conosciuta in tutto il regno per essere una moglie che metteva sopra ogni cosa la felicità del marito, e lui era conosciuto in tutto il regno come un marito che metteva sopra ogni cosa la felicità della moglie. Una fila senza fine di sudditi devoti si snodava attraverso i lunghi corridoi del castello fino all’alto sentiero al di fuori delle mura. Questi sudditi entravano fiduciosi nella sala del trono, con le loro semplici scarpe che sbattevano contro i pavimenti di marmo, la cui trama era simile a una scacchiera. Non c’era niente di servile nell’atteggiamento dei sudditi; venivano trattati con dignità, e tale era il loro comportamento. I sudditi posavano davanti al Re e alla Regina i ricchi frutti delle loro terre e dei loro ruscelli, delle foreste e dei granai. Si accumulavano girasoli, e fasci di grano, e i corpi scheletrici di piccoli mammiferi. Grandi ceste di uova e casse di legno colme di favi. Sacchi di lana e sacchi di pesci d’argento; pile di zucche e pile di pietre. Talvolta questi tesori erano accompagnati o rimpiazzati da novità sconcertanti: un incendio, un’inondazione, siccità, debiti. Le labbra della Regina e le labbra del Re si alzavano e abbassavano di conseguenza: all’insù in un sorriso compiaciuto, all’ingiù in un cipiglio affranto. I sudditi sapevano bene che una gioia condivisa è una gioia doppia, e che un dolore condiviso è un dolore dimezzato, eccetera.

A tutto c’è rimedio, Helen Phillips, Safarà. Traduzione di Cristina Pascotto e Alice Intelisano. Fuorché alla morte, verrebbe da dire per concludere comme il faut l’adagio che dà il titolo al secondo racconto dell’antologia e alla raccolta stessa, una ventata d’aria fresca, come l’acqua per chi ha sete: I conoscitori, Le sosia, Le caotiche gioie degli ultimi spasimi della cena, Casa di cura, Congiunti, Carne e ossa, Quando arrivò lo tsunami, Gioco, Uno di noi sarà felice; il problema è chi dei due, Le cose che facciamo, R, Bambini, Il peggio, Come sono tornata a sanguinare dopo sei mesi allarmanti, L’apicoltore, La scala del matrimonio e La generazione della contaminazione sono perle lucentissime incastonate nel contesto di una surreale, geniale e immaginifica meditazione esistenziale che fa ridere, piangere e pensare. Da non perdere.

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“Amore e fantasia”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Si rese conto che lei e Dallie non condividevano nient’altro che i loro corpi, e che l’amore conteneva profondità che lei non aveva neanche immaginato.

Amore e fantasia, Susan Elizabeth Phillips, Fanucci, traduzione di Micol Cerato. Francesca Serritella Day è giovane. Bella. Ricca. Viziata. Crede che ogni cosa sia possibile. Ignara del fatto che la vita è molto più complicata di ciò che sembra. Ingenua. Superficiale. Non vacua, ma certo distante dalla realtà perché quella in cui vive è un’eccezione che lei scambia per regola. Non si rende conto di ciò che la circonda, della fortuna che ha. È, non per sua esclusiva colpa, anzi, impreparata all’esistenza. Ha tutto ciò – di materiale – che desidera. Anche di più. Finché d’un tratto non si ritrova orfana. E strapiena di debiti. Decide allora di partire. Di tentare la fortuna. Nella terra delle opportunità. L’America. Un grande paese. Che però la accoglie con le braccia decisamente meno aperte di quanto s’illudeva. Almeno fino a quando casualmente non incontra Dallie Beaudine, un bellissimo golfista texano che si guadagna da vivere vincendo tornei. Pure lui, però, non è come appare… Scritto con intelligenza, souplesse e brillantezza, si legge con estremo piacere.

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“La madre perfetta”

41fot91ImpL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Voglio che tu stia zittissimo…

La madre perfetta, Gin Phillips, Piemme. Traduzione di Anna Martini. È come te l’aspetti. Buona. Dolce. Gentile. Attenta. Premurosa. Amorosa. Ma soprattutto quando serve sa essere decisa. Sicura. Rassicurante. Pronta a tutto. Perché è una mamma. Una mamma perfetta. Di quelle che per i figli fanno tutto, ma non vuol dire che crescano su degli inutili parameci che non si sanno nemmeno rifare il letto a quarant’anni. Lei è la mamma ideale. È una leonessa. E non a caso siamo in uno zoo. Ha portato il suo bambino a vedere gli animali. Poi, quando il giardino sta per chiudere. Un rumore. Più rumori. Spari. Dei terroristi si asserragliano. E loro devono stare nascosti… Questo libro ha un solo difetto. Finisce. E siccome non si riesce a staccargli gli occhi di dosso come sempre avviene dinnanzi alla bellezza che ci emoziona, finisce prestissimo. Mozzafiato e imprescindibile.

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“La bella burocrate”

61aFra+NsAL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Josephine si svegliò incinta. C’era un’alba opaca, segni del divano impressi sulla sua pelle come lettere di uno strano alfabeto. Due delle piante nella giungla erano decisamente morte. Lo poteva sentire dentro di sé, aggrappato a lei; quasi dolorosamente. Non sapeva come poteva non averlo saputo fino a quel momento. I misteriosi attacchi di fame, i capogiri. E quella voce irrefrenabile, che ingarbugliava sempre la sua lingua dall’interno – l’arguzia con le parole di lui aveva incontrato l’inquietudine di lei, unificate ora in un solo essere. Appoggiò le mani sopra il suo stomaco; era un sollievo dare conforto a un’altra creatura vivente. Sentì la sua solitudine diminuire retroattivamente, ora che sapeva che il suo bambino era stato con lei per tutto il tempo. «Ciao» disse a voce alta. Timidamente. Mi ao, rispose il bambino. Ma “bambino” era una parola troppo mansueta per quella vitalità. Belva, una belva in miniatura, una perfetta adorata belva era appena emersa dall’oscurità dell’universo, colma di desideri. Il suo cuore prese a battere all’impazzata, come una lattina colpita ancora e ancora con una roccia. La divina, perfetta matematica.

La bella burocrate, Helen Phillips, Safarà, traduzione di Cristina Pascotto. La città è immensa. Il quartiere è più che periferico. L’edificio è enorme. E senza finestre. Josephine è appena stata assunta. Il suo compito è occuparsi del Database. Un programma informatico. In cui inserisce numeri. Numeri. Numeri. Nient’altro che numeri. Una serie che sembra infinita, che pare riprodursi seguendo una progressione esponenziale. Più o meno come le scartoffie che si accatastano sulla sua scrivania, e alle quali deve far fronte. Giorno dopo giorno, Josephine sente sempre di più montare dentro di sé un’angoscia cupa e sorda, indistinta e opprimente. D’improvviso, poi, suo marito svanisce nel nulla. E allora… Distopico, allegorico, scritto in modo chirurgico e destabilizzante, orwelliano, è un romanzo potente, angosciante, magistrale.

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“La memoria del sangue”

LA_MEMORIA_DEL_SANGUE_fronte_highdi Gabriele Ottaviani

La mamma mi ha abbandonato. Non glielo dico, all’uomo che mi osserva dall’alto. Una mattina non è venuta a svegliarmi. Dormiva, e io le ho parlato per tutto il giorno nella speranza che mi rispondesse. Ero riuscita a convincermi che all’arrivo della primavera, quando sugli alberi sarebbero tornate le foglie, io e la mamma saremmo state in grado di dimenticare. Invece, una notte, le forze l’hanno abbandonata. Le ho parlato per tutto il giorno senza ricevere risposta. Mi domando come fosse riuscita, in mezzo a tanta miseria, ad avere un’aria tanto serena. E poi, dopo aver parlato per un giorno intero, le altre donne mi hanno portato via da lei e fuori dalla baracca. Quando sono tornata, c’era una donna diversa. La mamma era scomparsa. La donna nuova ha capito perché non avevo più parole da dire.

Caryl Phillips, La memoria del sangue, traduzione di Velia Februari, Imprimatur. Scrittore britannico di origine afrocaraibica, pluripremiato, giornalista, drammaturgo, autore prolifico e valido per la radio e per il grande e piccolo schermo, Phillips ha la rara dote di saper raccontare con una prosa di impatto immediato, attraverso brevi cenni e amalgamando immagini profondamente evocative un gran numero di temi, che insieme vanno a comporre una precisa e forte identità narrativa. Attraverso il sangue passa la vita, si trasmette l’essenza stessa dell’esistere, dell’appartenere, e di generazione in generazione è come se per successive sedimentazioni si venisse a creare un intenso mosaico di sensazioni sempre diverse eppure di volta in volta ancor più interconnesse, come se il percorso di evoluzione dei personaggi e dell’ambiente nel quale si muovono non fosse altro che un continuo tornare, diversi, al punto di partenza, per rispondere alle domande sul senso stesso della vita. Sono tutti legati a vario titolo all’ebraismo, ma non solo, i personaggi, che affrontano diaspore, perdite, sconfitte, ostinatamente decisi a non soccombere all’orrore, di questo volume in cui il salto continuo fra tempi e luoghi in realtà non determina affatto una disarmonia nella narrazione: esuli in attesa di raggiungere la terra promessa, superstiti alla Shoah che rievocano l’inferno patito, perché ricordare vuol dire conoscere, tramandare, sperare di non rivivere, organizzatori della lotta armata e vittime innocenti, immigrati che scoprono un mondo inatteso e devono fare i conti con la diffidenza, persino Otello, che si scontra col pregiudizio. Il senso di tribù, una comunità che non accoglie, la percezione dell’estraneità: sono queste le tematiche che Phillips riunisce con notevole forza espressiva, tenute insieme proprio dalla memoria del sangue. Quello versato. Quello che lega una generazione all’altra. Quello che determina legami e costruisce relazioni. Da non perdere.

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