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“Giuè”

Cattura2.PNGdi Gabriele Ottaviani

Se le corna fùssaru frasche, i paesi sarebbero boschi…

Antonella Perrotta è laureata in giurisprudenza, e si vede lontano un miglio, per la padronanza della materia che, senza mai essere didascalica, esplicita con abile agilità, così come si capisce che il legame con la terra dov’è nata e vive, la Calabria, e con la sua significativa storia, è forte, intenso, profondo, autentico, naturale. Altrettanto evidente, lo rivela la sua prosa, magnetica, avvincente, avvolgente, convincente, mai retorica, banale, ridondante, sempre, viceversa, puntuale, precisa, compiuta, solida, riuscita, raffinata, connotata con efficacia in ogni dettaglio, caratterizzata da mille delicate sfumature che con estrema cura forniscono al lettore un ritratto policromo e limpidissimo di ambienti, personaggi e situazioni, è l’attenzione alla ricerca, alla verità, da cui prende le mosse per poi cesellare il cristallino edificio di una kafkiana fiaba allegorica, lirica e amara sull’ingiustizia, l’ignoranza, il sopruso, la miseria, la povertà, la bontà, la prepotenza, l’accesso negato agli strumenti di difesa e di libertà. Lo battezza il dottore, Emilio Cantalupi, perché certo i suoi genitori, Elvira e Salvatore, detto Turuccio, contadini analfabeti, non sanno, non possono sapere chi sia il celebrato vate Carducci: ma Giosuè è per tutti Giuè (Ferrari editore). Anche lui non saprà leggere, e il primo di maggio del millenovecentoventi, in pieno biennio rosso, prima che il vento mefitico della dittatura fascista inizi a spirare sempre più turbinoso, vedrà per sempre la sua vita cambiare, divenendo sventuratamente un perfetto capro espiatorio. Da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“ID_Leonardo”

Id_Leonardodi Gabriele Ottaviani

Macchine volanti, eh? E magari vuoi arrivare sulla Luna…

ID_Leonardo, Pierfranco Bruni, Mauro Cotone, Francesco Maria Caligiuri, Manuela Giacchetta, Antonella Perrotta, Cataldo Russo, Luigi Salerno e Mauro Santomauro, Ferrari. È forse per antonomasia IL genio, e nella ricorrenza del cinquecentennale della sua scomparsa (solo però dal mondo caduco dei vivi, perché si è guadagnato con le sue invenzioni e con le sue opere d’ingegno finissimo e multiforme l’immortalità, assurgendo a modello, punto di riferimento, mito, leggenda, pietra di paragone, stella polare irraggiungibile, ma che non si può fare a meno di osservare e anelare) Ferrari, casa editrice sempre attenta alla pluralità di voci e alla costruzione di percorsi alternativi che esplorino le potenzialità della parola e dell’arte, dà alle stampe, e si auspica che si tratti davvero solo del primo volume di una lunga serie, un libro in cui autrici e autori declinano, ognuno in base alla propria sensibilità, le caleidoscopiche suggestioni che una figura così capitale come quella di Leonardo, attuale e necessaria più che mai nei nostri tempi distratti e vacui, in cui sembra che essere colti, competenti e preparati sia divenuta una colpa vergognosa, vellica. Da non perdere.

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“Aqua Ignis Terra Vento”

acquaignisdi Gabriele Ottaviani

«Non possiamo stare qui troppo a lungo. È pericoloso per noi e per queste brave persone. Dobbiamo trovare un modo per continuare il nostro viaggio, ma sarà più difficile uscire di quanto non lo sia stato entrarvi» disse Amedeo. «Dovremmo partire questa notte, anche se ci sono i tizi mascherati, almeno al buio sarà più difficile individuarci » aggiunse Frank. «Amedeo, io concordo con Frank» disse la ragazza, prima che il soldato potesse ribattere. Così decisero di aspettare il calar della sera. Nel pomeriggio la famiglia Fleming rientrò. «Ah, vedo che il ragazzo si è svegliato. Come ti senti figliolo?» chiese David. «Molto meglio, vi ringrazio. So di dover ringraziare soprattutto la piccola Angie, vero?». Frank strinse la mano alla bambina che prima scoppiò a ridere dall’imbarazzo, poi corse a nascondersi dietro la madre. Imbandirono una grande tavolata e si sedettero tutti insieme a gustare un lauto pasto. Ellen spiegò che li avevano trattenuti più del solito perché non si trovavano delle persone, avevano tentato la fuga ed erano stati riacciuffati dai soldati. Amedeo espose a David l’idea di voler aspettare la sera per fuggire e continuare il loro viaggio. «Non sarà un’impresa facile, la notte è piena di Angeli e quelli non hanno pietà. Dovrete attraversare la foresta che passa lateralmente al regno di Fulmen, cosi entrerete nel regno di Silva» spiegò l’uomo aggiustandosi gli occhiali. Mentre i due parlavano, Frank e Calliope erano alle prese con la cucina locale. Vi era della carne accompagnata da strane verdure. Ellen spiegò che gli animali di quel posto contenevano del veleno, così come le piante. Mangiarli con determinati ingredienti annullava gli effetti negativi e ne aumentava il rendimento energetico. Effettivamente i ragazzi si sentirono sazi e pieni di energie. «E se vi scortassi io? Conosco bene la strada e potrei accompagnarvi almeno fino a metà percorso, questo vi farebbe risparmiare tempo e aumenterebbe le vostre possibilità» propose David ad Amedeo. «Signor Fleming, non possiamo permetterle di fare questo, già la stiamo mettendo in pericoli con la nostra presenza, lasciarla venire con noi potrebbe essere molto pericoloso» intervenne Calliope.

Aqua Ignis Terra Vento, Arturo Perrotta, Artetetra. Sono ragazzi. Si chiamano Frank, John e Calliope. Non hanno i genitori in comune. Si considerano però come fratelli. Sono stati accolti insieme da piccoli in una fattoria, gestita da Robert e René. Non ricordano nulla della grande guerra. Non ricordano nulla di chi li ha messi al mondo. Non ricordano nulla di come chi li ha messi al mondo se ne sia andato per sempre, e perché. Elaborare il lutto e la perdita, del resto, non è mai facile. E i sentimenti si palesano al livello della coscienza, specie quando sono dolorosi, in un modo tutto loro. Quando la fatica del crescere si fa più problematica, all’epoca dell’adolescenza, sentono anche però che il loro diventare adulti sta affinando delle particolari capacità di cui non sapevano di essere dotati. Possono controllare gli elementi della natura. Possono dunque ingaggiare una lotta per fermare il pericoloso Genesis… Avvincente, ben scritto e ben congegnato, è semplice e intenso. Da leggere.

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“L’uroboro di corallo”

9788869188107_luroboro_di_corallo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anastasia si stupisce per l’elasticità del colonnello: non più invettive e contrapposizione, ma impegno per trovare l’accordo. Da quando frequenta la presidentessa del circolo Ama Il Prossimo Tuo, i progressi sono stati notevoli. Forse per il prossimo Santo Stefano riuscirà persino a chiamare i numeri della tombola astenendosi da commenti da caserma (ma in caserma giocano a tombola?). Adesso di certo gli omaggi floreali li manda alla presidentessa. Grazie a Dio. Grazie a Dio? Anastasia deve ammettere che essere corteggiata la lusingava. E che oggi, quando lui è arrivato con un mazzolino di narcisi infiocchettati di giallo, è stata contenta. Però si trattava di un invito a pranzo… Normale cortesia, nulla di più.

L’uroboro di corallo, Rosalba Perrotta, Salani. Nella letteratura magica egizia di età ellenistica, animale simbolico a forma di serpente che morde o inghiotte la propria coda, realizzando la figura di un cerchio. La sua simbologia originaria fu quella dell’eternità e del cosmo. L’immagine, che successivamente prese la forma anche di un drago, o di due serpenti, o di un drago e di un serpente che congiungono la bocca alla coda, è anche usata per rappresentare l’avvicendarsi della vita e della morte e, in alchimia, il ripetersi del ciclo che raffina le sostanze attraverso il riscaldamento, l’evaporazione, il raffreddamento e la condensazione. Questa, da vocabolario, la definizione di uroboro. Nella fattispecie, la foggia della spilla in corallo che Anastasia eredita. E che cambia la sua vita. Come può farlo un oggetto inanimato? Beh, tanto per cominciare Anastasia, che ha già un nome bello e impegnativo, dal significato importante, è convinta che l’uroboro sia magico. Del resto però Anastasia è anche convinta che il marito se ne sia andato per colpa sua, quindi non è che proprio si possa fare sempre completo affidamento sulla sua capacità di giudizio. È sempre insicura, ha paura anche della sua ombra, si sente sempre assurdamente in difetto. L’amante del nonno le lascia una piccola fortuna in paccottiglia varia e un palazzetto nel quartiere non migliore di Catania: che sia giunta finalmente l’ora di prendere in mano le redini della propria vita come se fosse un cavallo vero lanciato al galoppo e non uno di quelli smaltati delle giostre? Le pioveranno addosso il colore e il sole, incontrerà personaggi straordinari, e si accorgerà – hallelujah! – che il futuro è solo a un passo… Scritto con rara grazia, è un romanzo che trabocca gioia e fa bene al cuore.

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“Il paese dei diari”

CL246x168_11216di Gabriele Ottaviani

Trecentotrenta. Trecentotrenta è il numero di persone da raggiungere per una giusta vendetta. Ma si sa, nella fretta delle cose un conto può sfuggire di mano – soprattutto se mezzi li conti in un carcere, mezzi in un altro e mezzi ancora per strada o nelle case – e ne hanno presi cinque in più: trecentotrentacinque tra ufficiali, sottufficiali, partigiani rossi, bianchi, gente di religione ebraica, detenuti comuni e altri rastrellati a caso.

Restare chiusi in un luogo pieno di libri. Per una notte intera. Per qualcuno un contrattempo, una scocciatura, per qualcun altro un incubo, per un altro ancora un sogno, per qualcun altro una opportunità. Mario è il narratore di questo romanzo che romanzo non è. È un viaggio in una città fantasma e viva, silente e garrula, un diario dei diari sui diari con i diari, vero e verosimile. A Pieve Santo Stefano, nella provincia di Arezzo, c’è un posto magico. L’archivio diaristico, che cresce sempre più, anno dopo anno, dal millenovecentoottantaquattro. Lo ha voluto il giornalista Saverio Tutino (Unità, Repubblica…: una vita rocambolesca da inviato nel mondo) e ci sono oltre settemila documenti. Si raccolgono le storie di gente comune, e dunque straordinaria, che le ha affidate alla carta e all’inchiostro, ma non solo. Clelia, per dire, la sua esistenza contadina l’ha scritta su un lenzuolo. A due piazze. Vincenzo, di professione cantoniere, ha voluto imparare a usare la macchina per scrivere, e ci si è chiuso dentro. Lui e lei. In una stanza. Un corpo a corpo che ha generato più di mille pagine. Orlando, invece, si è consegnato al mondo attraverso messaggi clandestini dal carcere, prima di finire fucilato alle Fosse Ardeatine, dove è finito perché rastrellavano a Montesacro, e a lui proprio quella sera la testa gli disse di andare a portare un saluto alla sua innamorata. Federico, poi, è lo zio di Saverio, a cui la contessa Emilia scriveva tante lettere, e quanto vorrebbe, Saverio, che tutti avessero scritto di più. È un colloquio con gli antenati, come faceva Machiavelli, ma senza bisogno di cambiarsi d’abito: le anime arrivano, si siedono, salutano, parlano, se ne vanno, ognuna con la sua vicenda, ognuna con la sua grafia. Accompagnato da un intervento di Ascanio Celestini e corredato da bellissime fotografie, il libro di Mario Perrotta, attore, autore, regista, pluripremiato in teatro e anche altrove, collaboratore dal duemilaotto dell’archivio diaristico, primo motore niente affatto immobile di tante iniziative illustri, è semplicemente appassionante. Emoziona, commuove, insegna. Il paese dei diari, Terre di mezzo editore. Come dice Saverio, per non smemorarsi.

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