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“L’estate degli inganni”

51X24qCsXlL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Giusta obiezione in un mondo normale. Non nel mio.
L’estate degli inganni, Roberto Perrone, Rizzoli. Annibale Canessa durante gli anni di piombo era all’antiterrorismo. Non si ferma dinnanzi a nulla. Ha fascino da vendere. Irresistibile per chiunque. È audace e abile. Ama Carla, giovane e bellissima giornalista. Ha dei principi. In merito ai quali non è disponibile, giustamente, a transigere in alcun modo. E il fatto che sia passato del tempo non vuol dire nulla. Un’ingiustizia non cessa d’esserlo solo perché vi si è depositata sopra la polvere del passato. Anzi. Certe ferite non si rimarginano affatto, nemmeno se a disposizione c’è l’eternità. Dal Mossad gli arriva una prova che disperava di trovare, quella che gli permette di riaprire il caso di un attentato che ancora oggi gli brucia come e più di un torto personale. E allora… Vibrante, potente, lineare, compiuto, solido, da non farsi sfuggire.

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“La pattinatrice sul mare”

FOSCHI MCdi Gabriele Ottaviani

«Il questore è stato chiaro, devi metterti ai miei ordini, mi dispiace, ma non posso farci nulla», disse il Fighetto rivolgendosi al commissario, «però ho pensato che forse una soluzione c’è per continuare a lavorare insieme senza pestarci i piedi: ci dividiamo i compiti, io coordino la sicurezza sulla piattaforma e mi occupo di tenere a bada quei fanatici delle teste di cuoio. Se sei d’accordo, tu, Merlo e Checco Rossi portate avanti invece le attività investigative su delega mia, io non ho tempo e comunque da solo non potrei fare nulla. Hai carta bianca, spremi anche i tuoi uomini a Roma e cercate di scoprire chi vuole attaccarci». «È una parola» commentò Igor Attila. I servizi segreti avevano giocato sporco: dopo aver lanciato l’allarme, scaricando il problema sulla polizia, si erano chiamati fuori.

La pattinatrice sul mare, Paolo Foschi, Giulio Perrone. Claudine è una pattinatrice. Punta ad arrivare in Corea. A giocarsi una medaglia alle Olimpiadi. Gli sponsor la amano. Ha firmato un contratto davvero corposo. Che fa sì che lei si alleni su una pista di ghiaccio approntata per un reality a bordo di Sirio 82, una piattaforma petrolifera nel Canale di Sicilia di proprietà di un chiacchierato oligarca russo. Qualcuno però non vuole che veda la bandiera a cinque cerchi. Qualcuno la vuole morta. Chi? Per scoprirlo viene spedito in mezzo al mare Igor Attila, ex pugile medaglia d’argento alle Olimpiadi di Seoul del millenovecentoottantotto, quelli di Carl Lewis, per intenderci, tanto per dire un nome. E Attila non è un flagello, anzi. È il responsabile della Sezione Crimini Sportivi. È un poliziotto. È decisamente sui generis. Ha l’aiuto dell’infallibile Chiara, strepitosa criminologa. E un fiuto da segugio… Paolo Foschi dà alle stampe una nuova avventura del suo stropicciatissimo e irresistibile eroe, scritta in stato di grazia e congegnata come meglio non si potrebbe. Da non lasciarsi sfuggire affatto, e non solo per entrare già nel clima di Pyeongchang…

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Libri

“A Parigi con Colette”

Perrone-Colette MC.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un altro modo per mascherare la vecchiezza che prendeva sempre più piede era il trucco.

A Parigi con Colette, Angelo Molica Franco, Giulio Perrone editore. Illustrazioni, bellissime, di Valerio Vigliaturo. Angelo Molica Franco è giornalista e traduttore. Da anni si occupa di valorizzare l’opera di Colette, al secolo Sidonie-Gabrielle Colette, scrittrice, attrice, vissuta a cavallo fra Ottocento e Novecento, grand’ufficiale della Legion d’onore, la prima donna nella storia della repubblica francese cui sia mai stato tributato l’onore di ricevere dei funerali di stato, autrice e critica teatrale, giornalista e caporedattrice, sceneggiatrice e critica cinematografica, estetista e commerciante di cosmetici, tre volte moglie e piena di amanti, uomini e donne, anticonformista, emancipata, unica, libera. E per lei la libertà è Parigi, dove l’autore ci porta, tenendoci per mano, facendoci immergere in un modo scomparso ma non dimenticato, ammaliante e seducente, per il tramite di una prosa scintillante. Da non perdere.

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Intervista, Libri

Simone Innocenti: “Una guida per perdersi”

simone-innocenti-341x540di Gabriele Ottaviani

Simone Innocenti è l’autore di Firenze mare: Convenzionali ha la fortuna e la gioia di intervistarlo.

Cosa rappresenta Firenze per te, nell’immaginario collettivo, a livello artistico, storico, culturale, intellettuale, economico, sociale, politico?

Per me Firenze è la mattina presto, quando per caso hai fatto tardi e la vedi dal piazzale. Quindi mi piace pensare che sia questo anche nell’immaginario collettivo. O, per dirla con le parole di Camus che osserva la città da Fiesole e che ne scrive nei suoi Taccunini, “Firenze è il primo sorriso della storia”. Più che Firenze vorrei dire dei fiorentini, che sono impastati di cultura, nati di storia, tessuti in una miriade di intrecci. Firenze non è una città che rappresenta qualcosa. Firenze è.

Qual è l’aspetto più importante da sottolineare quando si racconta una notizia, un fatto, una storia?

Dal mio punto di vista farsi da parte e provare a essere tramite di quella storia. Non intervenire mai, ma farla fluire. Un po’ come quando si cammina e si osserva è stato nel mio caso la chiave per provare a raccontare la città.

Cosa ti ha spinto a realizzare tutte queste ricerche su Firenze? E quali scoperte ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Dopo aver scritto Puntazza, la raccolta di racconti, la direttrice editoriale di Giulio Perrone editore, Maria Carmela Leto, mi chiese se volevo fare una guida su Firenze: il libro nasce quindi su una proposta concreta. Dissi di sì, e mi sono messo a leggere molto e – in alcuni casi – a rileggere. La bellezza di questa ricerca è stata scoprire l’immensa bellezza di autori dimenticati come Antonio Delfini o di Tommaso Landolfi ma anche di Carlo Coccioli, il primo scrittore omossessuale dichiarato nell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta. La profondità di questi autori va di pari passo col concetto di leggerezza che tanto piacerebbe a Italo Calvino.

A cosa serve una guida?

A trovare una via, se è una guida classica. Io spero che la mia serva invece a perdersi. Perché non porta da nessuna parte. Anzi sì: porta al mare di Firenze.

Perché scrivi?

Perché siamo fatti di parole, che sono suoni e che sono pause. Io almeno provo a scrivere inseguendo la parola e – in questo caso – dando la caccia alle parole dei grandi scrittori italiani del Novecento e degli autori contemporanei.

Quali sensazioni speri di trasmettere ai tuoi lettori?

Le onde, il rumore delle onde. E quello del vento, quando tira sulla spiaggia.

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“Firenze mare”

simone-innocenti-341x540.jpgdi Gabriele Ottaviani

Certi cinema chiamavano della clientela diversa da un’altra. Piero Santi, scrittore fiorentino dichiaratamente omosessuale, nel 1954, in Ombre rosse descrive il pubblico delle sale cinematografiche fiorentine. Un libro che è anche memoria: «Vi era la Sala Volta a due passi dalla Cattedrale, di fronte all’inizio di via Brunelleschi». Un libro che rivela la città segreta e la vita occulta di Firenze. Questa città non si vuol concedere al tono equivoco dei trafficanti scoperti, dei ladri o dei ricattatori, alla malavita, diciamo così ufficiale (…). La sua realtà e il suo peccato cercateli altrove: nei cinema più segreti nel folto dei quartieri antichi, là dove ella è se stessa da secoli (…). Il suo peccato è il Sesso e tutto ciò che con questo ha rapporto; ma un sesso – sempre – buio, coperto, sotterraneo, avvolto poi in mille complicazioni, molto raramente liberato in un grido, remoto dalla Speranza. Firenze come città che non solo va osservata, ma va saputa osservare. L’omosessualità di Santi, che fu molto amico di un altro grandissimo scrittore omosessuale come Carlo Emilio Gadda (bellissime, fra l’altro, di loro due e di Sandro Penna al ristorante fiorentino L’Antico Fattore), è quella che viene condannata aspramente in Italia. Eppure lo scrittore la racconta, grazie anche a un editore come Vallecchi, coraggioso nel pubblicare questo libro ambientato nei cinema fiorentini. Le luci dei cinematografi. La luce vera è quella dell’intervallo che incendia le pareti e le poltrone e gli uomini di un incendio impudìco; quella è la luce reale; poiché la luce dello schermo, riflessa, e la luce delle lampade rosse, riflessa, non luce sono, ma ombra luminosa. Questa memoria di chiaroscuro apre una falda su cosa fu la notte – creata nella penombra della sala – in questa città. Era un’epoca, quella, ove appunto le cose erano segrete; v’era, assai più che ora, il gusto del mistero e del silenzio, e ciò che là avveniva era isolato dal resto del mondo, assai più che ora, davvero! Fu il ‘Marconi’ (era in piazza Strozzi 2, N.d.R.), il tempio del peccato omoerotico; e non a caso qui si una la parola tempio: i sacerdoti entravano là come per un rito muto che ognuno sapeva di compiere, anzi di dover compiere; il tempio era nero, non essendovi allora lampade rosse, lo schermo in alto, lontano e irraggiungibile come un altare, e da una grotta sotto di esso si spandeva una musica ora bassa, a singulti, ora violenta, che seguiva probabilmente le vicende del film, ma che nessuno in fondo ascoltava: se non come elemento di rito. Il quale, nel folto si svolgeva: gruppi di persone si isolavano, più spesso nel fondo, là dove correva, lungo la parete, uno scalino di legno; quelli in piedi sul gradino erano dominatori, i più audaci; e quelli sotto di loro, suo appoggiavano in pose languide e compivano gesti rituali. Nell’allora cinema Splendor, sala che si trovava in via Filippo Corridoni, Piero Santi porta il personaggio a capire la sua vera natura e a metterlo come tappa iniziatica di un percorso sessuale attorno ai cinema. Lo Splendor fu gran parte, lo abbiamo detto, della strada del giovane. Egli s’era fissato di andarci per quella sua caparbietà, simile ad un cavallo che si intesti a calcare per uno stretto viottolo eppure vi sono attorno ampi prati su cui potrebbe correre; andava lì perché lì era andato da fanciullo, perché lì aveva scoperto, quella sera d’inverno, se stesso… ma ora avrebbe potuto scoprire altre cose in altri cinematografi, più che in quello. Cinema spariti e che restano però nelle pagine degli scrittori. Oppure cambiano e lasciano memorie di un passato che non è mai squallore, anche se i benpensanti – l’Italia è un covo di benpensanti – lo possono pensare lo stesso. Un esempio in questo senso è l’ex cinema Arlecchino, il cinema dei “filmacci”, il posto delle pellicole porno. Sono state infatti recuperate e restaurate vecchie decorazioni degli anni Cinquanta all’interno di quello che oggi è il supermercato Conad di via de’ Bardi, a due passi da Ponte Vecchio. Quella che prima era una sala per bambini, divenne poi a luci rosse.

Firenze mare, Simone Innocenti, Giulio Perrone editore. Simone Innocenti è un giornalista. Bravo. Si vede. Scrive bene. Chiaro. È colto. Preparato. Lavora sodo. Non cerca lo scoop a tutti i costi. Gli interessano le sensazioni, non il sensazionalismo. Dice la notizia. Comunica le sue opinioni. Discerne e fa ben discernere le une dalle altre. Non sceglie la strada più facile, non gioca con trucchi e mezzucci. Bada al sodo, punta al fatto. E la sua voce narrativa è chiara. Pulita. Semplice. Limpida. Intensa. In questo caso fa di una guida un saggio e un romanzo. Ci porta a Firenze. La città dell’Arno. Lontana dalla costa. Ma città di mare, comunque. Un mare sciapo, che salato è lo pane altrui, e duro calle è lo scendere e salire le altrui scale. Perché come le città di mare hai turisti. Perché è un anello di congiunzione, una traiettoria oblunga, un fatto e un’essenza con cui l’arte si confronta da sempre, un porto cui si approda, una città cosmopolita, una capitale, la Fiorenza che gode ed è sì grande. Manganelli, Calvino, Tobino, Palazzeschi, Papini, Dante, Landolfi, Buttitta, Toaff, Santoni, Saba, Cacho millet, Tozzi, Delfini, Cicognani, Serafini, Stancanelli, Tabucchi, Tondelli, Raveggi, Recami e molti altri: ci sono tutti nell’esegesi formidabile che fa Innocenti, che tratteggia un ritratto vividissimo. Non manca niente, si legge e si è per strada, nella città vera, immersi nella sua storia e nelle sue storie. Da non lasciarsi sfuggire.

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“La logica del desiderio”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

Per due settimane feci la spola fra casa e ospedale. Seguivo i suoi miglioramenti. Fui presente anche la mattina in cui il chirurgo che l’aveva operata le disse dell’asportazione dell’utero. Mi sembrò che reggesse bene l’urto della notizia. Fu lei che iniziò a parlare della questione, io non avrei mai avuto il coraggio di dire nulla. Ho perso la testa, disse. Ero troppo sola quella sera. Mi sono ubriacata. A dire la verità avevo pensato di uccidermi. Lo disse con una sorta di tranquilla disperazione. Anzi di ucciderci, riprese indicandosi la pancia. E invece ho finito per uccidere solo il mio bambino. Io sono ancora viva, a metà, ma viva. Alle volte parlavamo del marito. Ma non ne sembrava tanto avvilita. Vuole fare la sua vita, diceva, che la faccia. Aveva anche iniziato le pratiche del divorzio. Faceva recapitare la documentazione direttamente in ospedale. Le leggevamo insieme quelle carte. Devi trovarti un avvocato, dicevo, anzi se permetti ne conosco uno che si occupa proprio di questa materia. Il fatto è che non c’erano sogni, mi disse un pomeriggio mentre passeggiavamo nei corridoi dell’ospedale. Era stato un matrimonio d’impulso, come del resto ne capitano tanti. Una conoscenza superficiale, una passione dirompente, fidanzamento e matrimonio. Già durante la prima notte di nozze, mentre mi stava di sopra e ci dava dentro, continuò, mi accorsi che di lui non m’importava niente. Ero lì, vedevo la sua faccia rossa di piacere, ma io non sentivo nulla. Anzi, se ti devo confessare quello che pensavo sul serio, mi sentivo come una puttana che abbia raccattato il primo cliente disponibile e ora se lo stia lavorando. Lo so, non è una bella cosa eppure andò proprio così. E per ogni volta che mi scopava io provavo di nuovo quel disagio. Almeno mi pagasse per ogni prestazione, iniziai a pensare. Gli avrei fatto trovare anche le tariffe, e ci fu un momento in cui ero decisa a stilare un programma con prestazioni e tariffe. Ma poi lasciai perdere. Ero sua moglie, del resto. Ero allibito. Glielo dicevo anche. Come ci riuscivi, allora? Ma lei scrollò le spalle come a dire che neanche lei lo sapeva. Si faceva montare e basta. Il corpo presente la testa in mezzo ai campi di grano.

La logica del desiderio, Giuseppe Aloe, Giulio Perrone. I ballatoi sono punti d’osservazione ideale. Circondano un luogo chiuso, sono riparati, comodi, consentono un punto di vista sopraelevato, alla giusta distanza. Per vedere bene le cose senza essere troppo in disparte, troppo discosti dai rumori, dai profumi, dai dettagli che punteggiano come ricami la trama della vita autentica. Che è ciò che interessa agli scrittori: raccontare l’esistenza, anche qualora si parli, che so, di fantascienza. Le luci nelle – e delle – case degli altri: è questo che attira come falene chiunque desideri fare letteratura, incontrare altro da sé e narrare la storia che scaturisce sempre, perché in fondo altro non si tratta che di un principio scientifico, naturale, ossia che ad ogni azione corrisponde ogni volta una reazione, uguale e contraria, e da un dialogo, se è comunicazione vera, si esce sempre diversi, perché è impossibile bagnarsi due volte nello stesso identico fiume, tutto, di continuo, inesorabilmente muta. Ed è proprio su un ballatoio, affacciato sul cortile interno di un palazzo di inizio secolo, che un ragazzo passa ore e ore a correggere il suo romanzo, a leggere, a sbirciare le movenze dei gatti. Finché non scorge altre movenze, altrettanto feline, quelle di una donna… La passione detona, ma… L’ossimorico titolo scelto da Aloe è la sintesi perfetta di questo romanzo di rara sensualità: è dal corpo, dall’istinto, dalle viscere che nascono nevrosi, incontrollabili follie, morbi e inquietudini che pure sembrano rispondere ai passaggi consequenziali di un incomprensibile progetto. Ben scritto e ben caratterizzato, è da leggere.

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“Ieri ha chiamato Claire Moren”

41ARrY+NyVL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non riuscivo proprio a vederlo quella specie di placido rimbambito come un criminale nazista. Non aveva il fisico del ruolo, mi ripetevo andando verso l’ospedale, non aveva nessuna luce negli occhi. Chissà perché uno s’immagina che la ferocia debba incarnarsi in una faccia feroce, pensavo camminando svelto. Ma poi perché camminavo svelto? Chi dovevo raggiungere? Cameron se ne stava nelle sue belle tenebre. Mentre Gagliardi era in prigione. Due su due, un ottimo risultato. Li ho persi entrambi, mi dicevo accelerando il passo. Avevo il fiatone. Pensavo che se fossi giunto per tempo all’ospedale, almeno potevo collassare come si deve. Lì qualcuno si sarebbe preso cura di me. Appena varcato il portone di vetro un bel crollo verticale, come quei palazzi che riempiono di dinamite e se ne scendono giù come se avessero un prolungato attacco cardiaco. Probabilmente stavo sbagliando strada perché non riuscivo più ad orientarmi. Anche i palazzi sembravano diversi. Avevano forme sconosciute. Non li ricordavo così alti. Non era tardi. Sentivo le gambe stanche e i pensieri che scendevano molli verso le narici. C’era un silenzio così glaciale in quelle strade. O almeno io non riuscivo a sentire alcunché. Andavo spedito con la faccia in avanti sperando di tagliare l’aria in due. Neanche un semaforo che s’incrinasse, o una goccia a cadere dalle nuvole. Ma poi c’erano davvero delle nuvole? Nessuno che camminasse al mio fianco o che mi superasse con una bella andatura da corridore provetto e il fiato che si spreca. Non passavano neanche automobili, né motorini. Quanto avrei dato per una bella sirena d’ambulanza.

Ieri ha chiamato Claire Moren, Giuseppe Aloe, Giulio Perrone. Enea, dopo diciotto anni di galera, esce. E vuole tornare laddove è stato felice. Laddove c’è un uomo che è impegnato in una ricerca per lui fondamentale. Un uomo che crede che Enea abbia pagato per colpe non sue. Un uomo che vuole che Enea ricordi quel che strenuamente cerca di dimenticare. Un amore infelice, finito male, un delitto. Sorprendente, soprattutto per l’ottimo finale, il romanzo è un tessuto fatto di fili sottilissimi ma resistenti come il piombo,  che sembrano tuffarsi in profondità come fiumi carsici, e raccontare, a ogni volgere di pagina, nuove trame. Potente.

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“Profondo Sud”

41poErqABJL._SX321_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A Muddy Waters, al secolo McKinley Morganfield, è dedicata una targa storica e pare che Billy Gibbons, l’eccentrico chitarrista della band texana ZZ Top, si sia fatto costruire una delle sue numerose chitarre da un’asse della baracca del Delta in cui Muddy aveva vissuto. Questa chitarra elettrica, chiamata semplicemente “Muddy Waters Guitar”, è uno dei pezzi forti del Delta Blues Museum, l’interessante museo che oggi si può visitare a Clarksdale e che ospita memorabilia e reliquie varie, oltre che vere e proprie performance di musicisti blues contemporanei. Malgrado il tentativo di rianimare la città e l’area circostante, si ha la forte percezione di trovarsi in una zona depressa. In fondo, il locale più noto della città è “Ground Zero”, una sorta di juke joint moderno, finanziato da Morgan Freeman che, come pure il drammaturgo Tennessee Williams, a Clarksdale ha vissuto lungamente. Nel suo locale quasi ogni sera si tiene un concerto blues e nessuno direbbe che si tratti di un club voluto da una star di Hollywood, anche se, rispetto ai sempre più rari juke joint originali, qui il lusso la fa da padrone. Nel senso che i juke joint rimasti sono bettole di infimo ordine in cui la parola igiene non è nemmeno un optional. Uno dei pochi a essere rimasti è il “Red’s Blues Bar”, un buco gestito da Red, un tipaccio, nemmeno facile da trovare. Se volete una vera esperienza blues, forse il posto fa per voi. Se siete schizzinosi, lasciate perdere. L’altro posto assolutamente da non mancare di visitare, se avete voglia di portarvi a casa qualche gemma rara della discografia contemporanea del blues, è il “Cat Head Delta Blues & Folk Arts”, un tempietto del blues fondato da Roger Stolle, un dirigente di successo, che un bel giorno si rese conto di essere stanco della vita che stava conducendo, mollò tutto e, con il gruzzoletto raggranellato fino a quel momento, si trasferì a Clarksdale, inseguendo un sogno: fare della sua passione per il blues una missione e una professione.

Profondo Sud – Un viaggio nella cultura del Dixie, Seba Pezzani, Giulio Perrone editore. Il sud degli USA, i cosiddetti stati della Bible belt, del segregazionismo violento e protervo, della secessione, della tanto discussa bandiera confederata, che nell’immaginario collettivo ormai però forse sovviene alla mente quasi solo per il tramite della televisione, e dunque per il tettuccio dell’auto dei protagonisti di Hazzard, dell’economia di piantagione, che sia cotone o tabacco in fondo non troppo importa, dei paesaggi sconfinati, del sogno americano declinato attraverso un ideale di autodeterminazione che vede spesso e volentieri lo stato come un nemico impiccione, è una terra di frontiera e transizione, dove fanno il nido, come le gru in quel Kentucky ritratto anche da Harriet Beecher Stowe nel suo capolavoro mentre migrano dirette al meridione per svernare, tante storie. Che passano attraverso usi, costumi, tradizioni locali. Che si esprimono pure mediante una musica dalle note struggenti, dolorose, lancinanti, intense, esotiche e selvagge, intrise di rimpianto, nostalgia e, nonostante tutto, speranza. In prospettiva diacronica e diatopica Seba Pezzani, cantante, chitarrista, traduttore, interprete e molto altro, conduce per mano con limpida sicurezza il lettore lungo il Mississippi dei battelli a vapore à la Steamboat Willie, di Tom Sawyer, Huckleberry Finn e Mark Twain, nella Louisiana di 12 anni schiavo, nell’Alabama di Harper Lee e Truman Capote (nativo però di New Orleans), nella Carolina di Caldwell, per le strade battute da Faulkner, Lansdale, Wallace, Williams, Deaver e non solo, attraverso un sentiero lastricano di suggestioni che tratteggiano il ritratto di un mondo che è interessante e importante conoscere. Da non perdere.

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“Le notti blu”

9788860044396_0_0_1580_80di Gabriele Ottaviani

Chissà se quel giorno la Grosso gli avrebbe passato il bambino al telefono. No, troppo presto, però aveva accettato di parlare ancora, e quindi era lecito pensare che la minuscola breccia si sarebbe piano piano allargata e prima o poi si sarebbe aperta del tutto. Michele aveva scandito lo scorrere dei minuti aprendo e chiudendo documenti sul computer, poi, all’una in punto, aveva chiamato.

Le notti blu, Chiara Marchelli, Giulio Perrone editore. Esisti senza essere più nel momento in cui perdi un figlio. Perché genitore lo rimani ma non hai più nessuno per cui esserlo. Tant’è che infatti si tratta di qualcosa di talmente innaturale e inconcepibile che persino il vocabolario, che per antonomasia definisce lo scibile, si ferma. Non esiste parola. Non sei orfano. Non sei vedovo. Sei. Ma senza. Sei. Con assenza. Incolmabile. Incancellabile. Irrecuperabile. Presenti solo i sensi di colpa. Inutili e inevitabili. Quella domanda che non hai affatto ragione di farti e che eppure inevitabilmente, come un riflesso pavloviano, inarrestabile ti fai e ti rifai, quel dove ho sbagliato, quel cosa avrei potuto fare se avessi capito, che non ti leva giorni alla vita, ma vita ai giorni. Che passi in attesa che il dolore scemi. Ma non lo fa. E il dolore, oltretutto, ti accompagna amplificato e riflesso negli occhi di chi hai accanto. Di chi come te ha subito la tua perdita. La stessa, uguale, quella. Però il dolore è diverso, perché diverso è come reagisci. Come reagite. Larissa e Michele si conoscono da una vita. Hanno un figlio, Mirko. E poi un giorno devono cominciare a fare i conti con la sua mancanza. E allora non c’è più spazio per le cose non dette, hanno cittadinanza solo quelle che restano. E quelle che restano sono montagne da scalare… Un tema così forte è rischiosissimo, perché se chi ti legge ha provato quella devastazione potrebbe vederne riverberate tinte disturbanti, persino volgari: si corre sempre il pericolo di mancare di rispetto non volendo quando ti dedichi ad affrontare le più torbide radici del dramma. Chiara Marchelli, però, ha il dono di una commovente delicatezza: raffigura una coppia avviluppata in intime e strazianti solitudini incomunicabili e descrive con potenza balsamica le dinamiche del cuore.

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“Consigli pratici per uccidere mia suocera”

9788817093569_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non c’è niente da ridere in realtà. Se dovessi perdere la collaborazione con la Ranieri Malosi sarebbero guai. Quelle poche centinaia di euro per me fanno la differenza tra sopravvivere e trovarmi con il culo per terra. Mentre entro nell’ascensore neanche penso alla possibilità di vincere la sfida ed essere assunto. Mi basterebbe almeno non perdere la collaborazione che ho. Un bel pareggio. La soluzione ideale. Spingo terra sul quadrante dell’ascensore in radica, segno di una alta borghesia ormai perduta oppure solamente ostentata. Qualcuno ferma l’ascensore. Mi volto con sguardo feroce pensando alla solita vecchia che scende per dare acqua alle piantine del cortile, invece è lui. L’editore. Ha il telefono in mano e sembra sovrappensiero, quindi opto per la strategia del silenzio rispettoso.

Consigli pratici per uccidere mia suocera, Giulio Perrone, Rizzoli. Brillante, esilarante, lieve ma non banale, vacuo o superficiale, vario, gustoso, divertente, ironico, surreale, grottesco, immaginifico, tragico e realisticissimo, col ritmo di un film dal riuscito montaggio: una fotografia coloratissima e perfettamente a fuoco di quelle che sono le rassicuranti pastoie delle bugie in cui vigliaccamente molte persone, per non dire, forse, chissà, quasi tutte, almeno una volta nel corso della loro vita decidono di adagiarsi perché magari, anche a età a dir poco imbarazzanti, ritengono che ancora non sia venuto il momento davvero di crescere. Leo, che ha un padre che ama un po’ troppo il gioco e un capo che vuole che la suocera inizi il più presto possibile a vedere i fiori dalla parte delle radici, ha una moglie. Marta. Con cui condivide sentimenti, oggetti, progetti, speranze, ideali, aspirazioni. Anche se la costanza, l’impegno, la tenacia, il decisionismo non gli appartengono per nulla. Tanto che incontra Annalisa. Si innamora. Lascia Marta. Pare felice. Poi richiama Marta. E inizia ad avvilupparsi su sé medesimo, perdendo tempo e sciupando, forse, realmente la sua vita… Da leggere.

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