Cinema

“Perfetti sconosciuti”

perfetti-sconosciutidi Gabriele Ottaviani

Ha ragione Giallini, siamo tutti frangibili. Non fragili. Frangibili. Non è proprio la stessa cosa. Qualcosa di fragile palesa la sua possibilità di rompersi sin dall’aspetto, pensate a un bicchiere di cristallo. Frangibile, invece, sta per il contrario di infrangibile. Qualcosa che può rompersi, ma non è così probabile. In apparenza anzi è forte e solido, non rischia nemmeno di scheggiarsi, a differenza dei display dei cellulari, cui abbiamo dato in subappalto troppo delle nostre vite. Ma dentro ha un punto debole, una smagliatura nella rete, una cesura, una piccola falla, un cedimento. Sono sette amici che si ritrovano a cena, e un gioco, che in realtà sin dall’inizio non è possibile considerare nemmeno lontanamente come un passatempo innocente, forse, disvela le piccole e grandi bugie che si sono sempre raccontati. Come gruppo, e come coppia, ognuno col suo partner. Sì, lo so, sette è un numero dispari, non è divisibile per due, ma se vedrete capirete. È una sera d’eclissi, una parentesi di buio che copre una luna bella piena. E la luna, si sa, vulgata vuole che influisca sugli umori. Perfetti sconosciuti, di Paolo Genovese, è una classica commedia corale conviviale – si sa, da Dante in giù, e ancora prima, la tavola è luogo deputato al dialogo – godibile. A un tratto si teme la deriva nella fase centrale, ma poi si riprende, sia pur con un finale riuscito ma un po’ troppo “buono”: talvolta si deve demolire per ricostruire, non bastano i rammendi. Certo, non è il film di Canet succitato fra le righe, perché quello rientra nella categoria dei capolavori assoluti della settima arte, ma si lascia ben guardare. Nonostante qualche pecca: per dire, non sono certo le centraliniste del radiotaxi che gestiscono i turni, difficile che qualcuno nel duemilasedici ancora la accetti come una scusa credibile. A meno che non scenda direttamente in ovovia dalla montagna del sapone. Come è un po’ strano che non venga mai nemmeno il dubbio sulla vera natura di un amico tanto stretto, ma anche questo è un peccato veniale. Spesso quando ci si conosce, o lo si crede, da tanto tempo certi sassolini si fanno macigni ormai pressoché irremovibili. Che ancora non si sappia la differenza tra coming out e outing, invece, è la dimostrazione che forse si è un po’ duri di comprendonio e c’è ancora qualche passo da fare in tema di diritti civili: le parole sono importanti. Sgombriamo il campo una volta per tutte: il coming out, dall’espressione coming out of the closet, ossia uscire dal ripostiglio, dal nascondiglio, letteralmente dall’armadio a muro, è la decisione, di solito sofferta, dato che l’uomo è un animale sociale e quindi al guidizio, all’affetto, al benessere e alla stima degli altri ci tiene, e dato che la società non sempre è assai accogliente, di dichiarare apertamente la propria omosessualità. Un passo importante che cambia la vita, checché ne dicano quelli che pensano che esistano amori di serie A e amori di serie B, e che dare dei diritti a qualcuno significhi toglierli a qualcun altro, come se si trattasse di una coperta troppo corta. Fare outing non vuol dire affatto, viceversa, come molti credono, fare coming out, bensì significa riferire delle notizie in merito alla presunta, talvolta niente affatto reale, omosessualità di qualcun altro. Chiaro? Bene, ora andate e non sbagliate più. Ciò detto, il film è grazioso ed equilibrato. E lascia al tempo stesso tanta amarezza. Getta luce ben poco pietosa sulle nostre ipocrisie. Vergogne. Perplessità. Insicurezze. Sui nostri silenzi. Sensi di colpa. Momenti di vigliaccheria. Timori. Mezzucci per garantirci il quieto vivere. Anche se il germoglio del bene non teme le intemperie, e anche se in realtà è chi ha il coraggio di non sgomitare e di fare un passo indietro il vero vincente, il più saggio. Si ride e si medita un po’, merito delle interpretazioni degli attori, valide, soprattutto quelle della parte maschile del cast, favorita da una miglior scrittura dei ruoli: Giallini, come già detto, Leo, Mastandrea (in assoluto forse il migliore, tanto per cambiare) e Battiston. Ma si difendono bene anche le ragazze, Kasia Smutniak, Anna Foglietta – odiosissima quando interpreta la classica e ahimè non così infrequente nuora che vuole sbattere in ospizio la suocera che d’altro canto le fa comodo per tenere d’occhio i bambini quando è in altre faccende affaccendata – e in particolare, abbastanza inaspettatamente, Alba Rohrwacher, che recita sempre un po’ allo stesso modo, pronuncia le battute tutte uguali e con accento tipicamente umbro e ha l’aria comunque trasognata, ma dà alla sua Bianca una caratterizzazione riuscita, imbevuta di naïveté, delicatissima e intima, benché, povera cara, il più delle volte quando parla faccia più danni della grandine. Dall’undici di febbraio, al cinema.

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