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“L’evoluzione al femminile”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

In questo quadro si colloca l’evoluzione degli antenati dell’Homo sapiens che, per procurarsi il cibo, inventarono una nuova strategia di guerra: scoprire le debolezze dell’avversario e inventare un modo per fregarlo. Essi approfittarono della comparsa nel loro DNA di geni che non arricchivano la loro anatomia di una nuova struttura anatomica offensiva da usare sul campo di battaglia, ma di strutture anatomiche da usare a tavolino, cioè capaci di studiare il nemico, capirne i punti deboli e trovare modi per trarne vantaggio. E le nuove strutture anatomiche erano capaci di fare tutto questo in modo praticamente istantaneo, senza lasciar il tempo alle vittime di evolvere delle contro mosse. Fra i viventi era comparsa la “guerra lampo” che non lascia agli avversari il tempo di organizzare le difese. Come detto, il risultato fu raggiunto usando non tanto la forza bruta per superare le difese degli altri ma piuttosto le capacità di mettere in relazione fra di loro dei fatti, classificandoli come cause ed effetti, e di trarre insegnamento da essi. I nostri antenati divennero così capaci di dedurre come si sarebbe mossa una preda o dove fossero nascosti i tuberi di una pianta, riuscendo in questo modo a estrarre risorse dagli altri organismi, malgrado gli adattamenti che essi avevano messo in atto per proteggerle. I nostri antenati si inventarono così una professione, una nicchia dell’ecosistema, che non era mai stata occupata prima. Nella lotta per l’approvvigionamento alimentare fra specie, la loro strategia fu quindi paragonabile all’invenzione di un’arma che fino ad allora non era mai esistita e dalla quale gli altri viventi non erano attrezzati a difendersi. Essa ebbe gli stessi effetti che avrebbe avuto la comparsa di un aeroplano in un assedio medievale: le mura, i fossati, la pece bollente… tutte le strutture difensive dell’epoca non solo diventavano inutili al momento dell’attacco, ma non potevano neppure essere integrate da difese più efficaci, in tempi brevi.

L’evoluzione al femminile – Il contributo delle femmine all’evoluzione dell’Homo sapiens, Bruna Tadolini, Pendragon. Non si capisce come qualcuno possa pensare che il mondo possa progredire senza donne. E non solo perché come dice Barbara Alberti il mondo non finirà mai perché le donne lo raccontano. Ma, banalmente, chi genererebbe i figli? E allora perché considerarle, in passato e ancora, purtroppo, tragicamente, in certi casi perfino in questi nostri tempi che dovrebbero essere illuminati, individui e cittadini con minori diritti? Quando non addirittura proprietà… Com’è possibile che siano pochi gli uomini, per cui le opportunità di accedere al potere, dato che di norma trascurano di occuparsi di altri indispensabili settori della vita quotidiana, sono maggiori, a reputare come un delitto compiuto anche ai danni di loro stessi la violenza sulle donne? Com’è possibile che i provvedimenti legislativi per punire chi si macchia di certe azioni abbiano un iter parlamentare spesso e malvolentieri molto più che semplicemente farraginoso? Nessuno pensa alle proprie madri, sorelle, amiche, mogli? La società non esiste senza il contributo, finanche, per non dire in primo luogo, genetico, di ognuno, e l’umanità, che dovrebbe essere sapiens per definizione, non può trascurarlo: Bruna Tadolini porta a compimento una brillantissima esegesi ad amplissimo spettro dell’evoluzione partendo dal punto di vista femminile. Da non perdere.

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“Ladri di libri e altri racconti di bibliofilia”

51AP-yDOknL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

I bouquinistes conoscono il valore dei buoni libri e i grandi librai sono disposti a pagare un prezzo ragionevolmente vantaggioso quelli che per ventura capitano loro ancora tra le mani. I collezionisti che “si fanno il lungosenna” sono rimasti indietro di trent’anni. Sperano di trovare un’edizione da centocinquanta franchi in una cassetta a venticinque centesimi: si immaginano sempre che i bouquinistes siano degli illetterati. Magari ce ne sono di quelli che sanno sì e no leggere, ma anche questi sono abbastanza smaliziati. L’aspetto materiale di un libro, la data di pubblicazione, la copertina sono indizi sufficienti per farglielo mettere da parte e proporlo agli emissari delle grandi librerie che battono quotidianamente il lungosenna. Questi ultimi non hanno alcuna difficoltà a riconoscere il valore reale del libro e ad acquistarlo se appena appena conviene. Hanno da accontentare una clientela ricca, una nuova schiera di collezionisti che hanno ben poco in comune con i precedenti: banchieri, commissionari di Borsa….

Ladri di libri e altri racconti di bibliofilia, Octave Uzanne, Pendragon. Traduzione di Simona Mambrini. Chi legge non vive una vita sola, ma mille e molte di più, c’è sempre, dovunque, comunque, impara ogni giorno una cosa nuova, almeno, si arricchisce dal confronto con gli altri, è più fratello agli altri uomini, cui lo accomuna la condizione di base, l’esistere e l’appartenersi. La letteratura è un piacere, intellettuale ma anche fisico: il gusto che si prova nell’immergersi in una bella storia è tangibile, concreto, è come il sale sulla pelle quando si sta al mare. E al tempo stesso si percepisce nel medesimo modo il dolore, la sofferenza quando certe corde sono toccate, la consapevolezza di non essere soli quando ci si ritrova dinnanzi agli occhi le parole che si avrebbe tanto voluto essere stati in grado di saper esprimere. I libri sono oggetti, ma non sono inanimati, perché all’anima rispondono, e generano una passione, che può avere mille forme attraverso cui manifestarsi. Finanche il furto. L’appropriazione indebita. Del resto è difficile non essere possessivi con ciò che veementemente si desidera. E nell’incantevole Parigi della belle époque Octave Uzanne prende per mano il lettore in un avvincentissimo viaggio tra i sentimenti: da non perdere.

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“L’originale di Giorgia e altri racconti”

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Caso particolare della regola secondo cui i ricordi d’infanzia possono condizionare e finire per coincidere con l’immagine che uno si fa dell’aldilà. Astenersi i quant’era bello quand’ero piccolo, il mio primo ricordo quando ho aperto gli occhi in giardino ero nella culla, infilarsi il grembiulino della scuola è stato come uscire dal paradiso di mamma. Ma soprattutto, per favore, smettiamola di criminalizzare i consumatori. Non si sa bene (non c’è spazio per una digressione sull’idiozia degli adulti, che verrebbe lunga) come c’eravamo finiti e comunque il mondo era ritagliato sulle dimensioni di un’aula, o forse poco più, fuori si faceva la coda, quando eri pronto ti arrivava tra le mani un carrello taglia consumatore di prima elementare. Tra un carrello e l’altro calcolavano pochi secondi e, dentro, non valeva sorpassare. Come alla caccia al tesoro c’era una lista, ma allora scarsamente comprensibile e soprattutto poco motivante (detersivo e non dobloni, sale e non vele, zucchine e non iguanodonti). Ci era sembrato di capire che all’uscita ci sarebbe stata una signorina ad aspettarci, noi e il carrello, e ci avrebbe condotti in una stanza a parte dove gli esperti avrebbero dato un giudizio sul nostro modo di fare la spesa. I parametri ci erano stati notificati sommariamente prima di entrare nell’aula-supermercato. Del resto è facile immaginarli.

L’originale di Giorgia e altri racconti, Paolo Zanotti, Pendragon. È morto cinque anni fa. Troppo, troppo, troppo presto. Non sarà mai placata la sete generata dal rimpianto di non sapere cos’altro avrebbe potuto donare a tutti i suoi lettori. In quest’antologia, impreziosita anche da un’appendice e da una bella introduzione, ci sono undici racconti. Nei quali la policromia e la versatilità del suo stile, capace di mescolare senza la minima traccia di incoerenza, costituendo al contrario un sistema omogeneo, coeso, solido, compiuto, definito, stabile, amalgamato con grande sapienza e raffinatezza, il lirico e lo squallido, l’alto e il basso, l’apocalittico e il sublime, l’orrido e il magnifico, riproducendo con acribia l’intera e intensa varietà del mondo, visionaria e vituperata creazione, sono esaltate. Da non perdere.

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“A letto non si pensa al futuro”

download (4).jpegdi Gabriele Ottaviani

La nostra amicizia era finita quel mattino, subito dopo il mio silenzio.

A letto non si pensa al futuro, Lucia Brandoli, Pendragon. Lucia Brandoli ricorda per la verve con cui scrive le sue storie gli antichi autori di satire dell’epoca classica: con stile sentenzioso, brillante, piacevolmente aspro e ruvido, senza una sillaba di troppo, con ritmo audace e del tutto privo finanche della benché minima traccia di autocompiacimento, cosa insopportabile quant’altre mai, in letteratura come altrove, fa della morale senza ergersi su alcun piedistallo. Ritrae con lapidaria schiettezza in questa dozzina e mezza di racconti che danno l’impressione di una ben focalizzata galleria fotografica, la vita per quella che è, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue luci e le sue ombre, le fragilità, le debolezze, i dispetti della sorte, la quotidianità credibile e disperatamente speranzosa che imbeve la società d’oggi, ma non solo, e nella quale ognuno può riconoscersi. Fare short story è un mestiere difficilissimo, ma Lucia Brandoli ha indiscutibilmente un gran talento.

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“Alice senza meraviglie”

9788865987841_0_0_1585_80di Gabriele Ottaviani

Dopo una breve ma intensa riunione tutti insieme a pranzo il giorno successivo, Dottorix, Donjuan e Semiepilex avevano fatto una diagnosi che non lasciava spazio all’immaginazione: «Cele’, allo stato attuale stai frequentando solo Russotto, un pesce rosso che vive in un’acqua impregnata di ansiolitico e con il quale vai d’accordo giusto perché le parole in bocca gliele metti tu!». «Non è…». «Cosa?». «Non è poi così male vivere così…». Semiepilex fu più burbera del solito: «Celesti’ fammi un favore: le cazzate raccontale a Russotto che non può parlare! Ti stai seppellendo da sola! E te lo dice una che ha scelto la vita ritirata! Ma io ci sto bene davvero… è inutile che mi guardate così! Ci sto bene davvero, davvero! Con tutta la confusione che c’è là fuori, senza le mie medicine, i miei tempi, il mio silenzio e il mio vuoto, io mi sento morire. Ma non tu, Cele’! Non tu! Quindi vedi che puoi fare!». «Semiepilex ha ragione, Cele’! Non te lo puoi permettere e anche per noi è davvero stressante fare la veglia ar morto e controllare ogni mattina che ancora respiri nella tua scatola!». Donjuan non ci era andato molto più soft. Dottorix: «No, insomma, Cele’, noi o meglio io, perché pure ’sti due non brillano per socialità… no, no è inutile che fate ’ste faccette, pure voi siete diventati due alieni anche se per scelta… insomma io ti darò un mano, ma tu ti devi impegnare». C’era poco da aggiungere. Con molta forza di volontà, una volta sciolte le righe, dalle 14 di quel giorno mi misi a lavorare in quella direzione. Se vuoi avere amici la prima cosa da fare è essere amico. Questo riportava in calce il post-it di Russotto delle 15 e da lì la mia vita solitaria ebbe una svolta. In casi estremi come il mio, la legge è una e una sola: ampliare la cerchia delle proprie conoscenze, organizzare cene, aperitivi, apericene, feste e quanto altro serva a importi all’attenzione di tutti come centro di aggregazione e di socialità. Poiché da quando mi ero lasciata non avevo più fatto accesso neanche al mondo virtuale di Facebook (inutile ricordare che lasciarsi ai tempi di Facebook equivale a scomparire per sopravvivere e non imbattersi tutti i santi giorni in post che lo riguardassero… nel mio caso avevo anche deciso di bloccarlo per non saperne davvero più niente), si trattava praticamente di intraprendere un lavoro a tempo pieno, non pagato, ma questo è nella norma dei miei contratti. Poi di tempo da investire ne avevo abbastanza, visto che il mio capo editor non si faceva sentire per avere la bozza del libro di cucina a causa degli impegni dello chef, per il quale trascrivevo ricette di polli alla macedonia, e che il mio agente cinematografico non mi proponeva un provino dai tempi della pubblicità dei prodotti intimi. Mi ero detta che solo quando il tormentone dei miei conoscenti fosse diventato: “Stasera andiamo da Celeste!”, allora mi sarei potuta ritenere soddisfatta e risolta. Solo che se a metà strada tra i trenta e quaranta, dopo una convivenza di dieci anni ti ritrovi sola per colpe tue, loro e dei dati sociologici, come dicevamo prima, vuol dire che la soluzione al problema è molto più lontana di quel che potresti immaginare e che ormai dentro di te non alberga più neppure l’ombra della socievolezza spontanea. Era, quindi, abbastanza ovvio che sarei incappata in trappoloni banali e quanto mai comuni.

Attrice, scrittrice, regista, diplomata in recitazione presso il Centro sperimentale di cinematografia, in regia presso la New York Film Academy, laureata in Sociologia del cinema, tra le protagoniste del delizioso, raffinatissimo, intelligente, ironico, divertente, irriverente, sardonico, dolce, amaro, brillante In bici senza sella, Emanuela Mascherini è un vero e proprio portento. Versatile e multiforme, per citare l’aggettivo che più d’ogni altro e sin da subito definisce l’ingegno d’Odisseo nel poema omerico che ne racconta il travagliato ritorno al lido natio, talentuosa e gagliarda, scrive benissimo. Non è questa la sua prima prova, ma Alice senza meraviglie, edito da Pendragon, è un esercizio di stile e di bravura pieno di temi, di spunti di riflessione, di significati evidenti e sottili, un romanzo mai virtuosistico né banale o retorico o autoreferenziale che si legge in un lampo con gran gusto e che racconta per brevi capitoli dalla prosa colorata come la veste d’Arlecchino la nuova alfabetizzazione di Celeste, che come se fosse di nuovo una bambina imprigionata nella fase della lallazione sta ricostruendo il suo lessico dell’esistere per raggiungere quel bene che le appare fuggitivo miraggio. Celeste è ghost writer e attrice ad anni alterni, ed è come la principessa delle fiabe: si risveglia da un lungo sonno e deve ricominciare. Like a virgin, ma non è propriamente Madonna. Tragicomica, surreale, picaresca, la sua avventura tra stamberghe che per quanto costano dovrebbero essere come minimo di platino, tempo che corre, passato che pesa, attacchi di panico, uomini nevrotici e meravigliosi pesci rossi che nuotano in acqua e Lexotan è imperdibile e incantevole.

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“Insieme”

51a30d69-ac28-49de-828e-2801df723d0b-1.jpgdi Gabriele Ottaviani

Aldo Balzanelli – Prima di affrontare la questione della costruzione della cultura politica nuova, vorrei affrontare la questione del vostro partito, del PD. In primo luogo perché il PD non si sa più cosa sia. Se lo si osserva dall’esterno appare non come un partito, ma una serie di partitini in perenne lotta fra loro (tanto che c’è chi, come Cacciari, pensa che una scissione sarebbe tutto sommato salutare). In secondo luogo perché le sezioni, i circoli del partito non sono più da tempo un luogo dove si discute di politica. C’è in sostanza un problema della “forma partito”. Renzi ha una sua idea, che appare molto simile a quella di Berlusconi e Grillo: un leader che guida e che, attraverso i social e la televisione, porta con sé i suoi. È questa la soluzione? Non lo so, ma nemmeno il ritorno alla struttura del vecchio PCI può essere la soluzione perché è impraticabile. Quindi come affronta la sinistra il tema della necessità di una nuova “forma partito”?

Virginio Merola – Io tendo a vedere la questione come sindaco. Innanzitutto è vero quello che dice Andrea, c’è stata una grande opportunità, a mio avviso sprecata: l’incontro fra due culture di sinistra democratica, una sintesi che potrebbe essere davvero il nuovo punto di riferimento per l’intera sinistra europea. Il problema di fondo è che non l’abbiamo ancora fatta questa sintesi: l’impoverimento delle strutture del PD è avvenuto in assenza di una discussione di politica culturale. Quali sono le idee? Ma soprattutto come si cerca di realizzarle? Come si fa una sintesi di questi due mondi? Questa sintesi è necessaria perché una forza politica senza una visione del mondo non ha senso. Renzi, evidentemente, ha pensato che questa non fosse una priorità e ha archiviato il problema sotto la categoria “mi basta che il partito sia un comitato elettorale che funzioni per gli appuntamenti elettorali”. Sul modello americano, ma in un contesto completamente diverso. E gli effetti di questa sottovalutazione si sono visti nel referendum…

Aldo Balzanelli – …Anche perché è vero che il modello di partito degli Stati Uniti si costruisce intorno agli appuntamenti elettorali, ma in tutta la lunga fase che precede le elezioni assomiglia moltissimo alla vecchia struttura organizzativa del PCI, altro che partito liquido…

[…]

Andrea De Maria – Penso che la storia vada avanti. Noi abbiamo un percorso alle spalle, abbiamo fatto l’Ulivo e proprio ragionando sull’esperienza dell’Ulivo è nato il Partito Democratico. Il PD è nato con l’idea di tradurre in un nuovo partito politico l’esperienza dell’Ulivo (che aveva il limite, come ha spiegato Merola, di essere una via di mezzo tra una coalizione di partiti e un progetto comune). A mio parere l’idea del PD che unisce i grandi riformismi della storia del Paese va confermata. Ribadisco che in questo il PD ha una grande responsabilità anche sul piano europeo, perché noi abbiamo giustamente aderito al Partito del Socialismo Europeo che – come abbiamo detto – vive un momento di crisi profonda, e proprio perché il PD ha unito culture politiche diverse può essere protagonista di un forte rinnovamento del socialismo europeo. Però confermare quell’idea di PD non significa pensare a un partito isolato e autosufficiente: questo è il rischio che corriamo oggi. Ritengo, invece, che proprio perché si conferma la scelta del PD dobbiamo fare un ragionamento di alleanze, politiche innanzitutto. Penso che alle prossime elezioni si debba presentare una nuova coalizione di centrosinistra che abbia il perno sul PD ma che abbia anche altri interlocutori, a sinistra e al centro. Ma penso anche ad alleanze sociali, da costruire promuovendo l’iniziativa dal basso e i rapporti con l’associazionismo. Non è un caso che proprio da Bologna si lanci l’idea di un PD non autosufficiente: perché un partito forte non teme né il dialogo né le alleanze. Anzi, sa costruire dialogo e alleanze proprio perché forte, e in più così facendo si rafforza.

Virginio Merola, nato a Santa Maria Capua Vetere sessantadue anni fa, dottore in Filosofia, dal maggio del duemilaundici – è al suo secondo mandato – è sindaco del comune di Bologna, dove si è trasferito insieme alla sua famiglia sin da quando aveva cinque anni, e fa parte della direzione nazionale del Partito Democratico. Andrea De Maria, invece, cinquantun anni ancora da compiere, ha concluso dopo nove anni nel duemilaquattro la sua esperienza di primo cittadino a Marzabotto, nel Bolognese, città decorata con la medaglia al valor militare per la guerra di liberazione e tristemente nota per l’orribile eccidio perpetrato dai nazifascisti che vi ebbe luogo fra il  ventinove di settembre e il cinque di ottobre del millenovecentoquarantaquattro: in seguito è stato vicepresidente della provincia di Bologna, segretario del Pd felsineo, dal duemilatredici è deputato Pd e l’anno successivo viene nominato Responsabile della Formazione Politica e componente della Segreteria Nazionale del Partito Democratico. Aldo Balzanelli, dal canto suo, è un giornalista di lungo corso e chiara fama, oggi consulente della direzione centrale del quotidiano la Repubblica dopo esserne stato per dodici anni responsabile della redazione locale del capoluogo dell’Emilia-Romagna. Sono questi tre illustri nomi i protagonisti di un dialogo – prefazione di Giuliano Pisapia, anche lui ex sindaco, di Milano – che con invidiabile agilità tratta, facendo riflettere il lettore e proponendo spunti, soluzioni, progetti e speranze un tema quanto mai attuale, e che certamente coloro i quali si sentono idealmente vicini a certe istanze politiche vivono con interesse e passione: ovvero quale sia, in un mondo in cui sembrano avanzare sempre di più, e da tempo, il qualunquismo, l’incompetenza, la xenofobia, l’intolleranza nei confronti di tutto ciò che appare proporre una visione diversa del reale rispetto a quella che appare più immediatamente e facilmente intelligibile, il futuro di quella che ancora oggi viene definita sinistra, ossia quella fazione politica che almeno per tradizione si rifà alle istanze socialiste. Insieme per un campo democratico e progressista (Edizioni Pendragon). Un libro che induce a riflettere e che si configura come una conversazione densa, ricca, interessante, problematizzata nel dettaglio.

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“Le ali del bruco”

cover Cuciniello 2015:Layout 1Devo trovare la mia strada.

Le ali del bruco, Antonio Cucciniello, Pendragon. La sua macchina è abbandonata da tempo immemore nel parcheggio di un supermercato mandato letteralmente a gambe all’aria dalla crisi, ma non si decide a buttarla perché sul sedile posteriore ci ha concepito suo figlio insieme alla donna che è stata sua moglie. E che ora se n’è andata. Insieme al figlio. Ma da qui a consentire che quella vettura divenga una polpetta di lamiera allo sfascio ce ne corre. È solo. Ha perso il lavoro. Non si rassegna. È depresso. Si sente inutile. Fallito. Sconfitto. Buono a niente. È abbrutito. Viaggia sui treni senza biglietto. Fuma. Incontra il degrado. Lo tocca con mano. Se lo sente sulla pelle. Addosso. Nelle ossa. Incontra un uomo senza fissa dimora. E dinnanzi a lui si spalanca un mondo. Metalinguistico, metaforico e simbolico, il testo di Cucciniello è scabro e insieme duro, pieno di chiavi di lettura, potente e assai interessante.

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“Oltre il cantiere”

cover OLTRE il cantiere stampa:Layout 1di Gabriele Ottaviani

Il vero umarell alla mattina si sveglia prestissimo

Il vero umarell usa il rasoio e la schiuma da barba

Il vero umarell fa colazione con pane e caffellatte

Il vero umarell si abbiglia con la prima cosa che gli capita a tiro

Il vero umarell indossa sempre la maglia della salute

Il vero umarell trascorre le sue giornate a zonzo

Il vero umarell cammina con le mani dietro la schiena

Il vero umarell per proteggersi indossa sempre un cappello

Il vero umarell deve essere sempre il primo della fila

Il vero umarell va a fare la spesa a piedi o in bicicletta

Il vero umarell preferisce il mezzo pubblico all’auto

Il vero umarell cambia l’auto un paio di volte nella vita

Il vero umarell lava l’auto nel cortile

Il vero umarell aiuta e consiglia chi sta provando a parcheggiare

Il vero umarell conosce le strade meglio del navigatore satellitare

Il vero umarell ha un orto vicino alla tangenziale

Il vero umarell è attratto dai lavori in corso

Il vero umarell è attratto dalle ruspe e dai cingolati

Il vero umarell recupera oggetti ingombranti gettati nei cassonetti

Il vero umarell sa aggiustare qualsiasi cosa

Il vero umarell adora trascorrere molto tempo in cantina o in garage

Il vero umarell frequenta il bar e non compra nulla

Il vero umarell sa giocare molto bene a carte

Il vero umarell non va al cinema e non guarda film in Tv

Il vero umarell guarda i quiz in televisione

Il vero umarell adora le previsioni del tempo

Il vero umarell non ha bisogno del bancomat

Il vero umarell non usa l’home banking

Il vero umarell usa il contante

Il vero umarell ai nipotini non regala giochi, ma soldi

Il vero umarell alla sera mangia la minestra in brodo

Il vero umarell partecipa spesso a funerali

Il vero umarell si informa ogni giorno su chi sia morto

Il vero umarell racconta con fierezza e nostalgia episodi di miseria

Il vero umarell non si fida di nessuno

Il vero umarell osserva con sospetto le diversità

Il vero umarell alle riunioni di condominio polemizza con i giovani

Il vero umarell fa il volontario alla Festa dell’Unità o in altri contesti

Il vero umarell in estate (se può) sparisce tre mesi al mare/montagna

Il vero umarell nonostante tutto va sempre a votare

Il vero umarell controlla e protegge il proprio territorio

Il vero umarell scrive cartelli di minacce, insulti, consigli…

Gli umarells sono gli omarelli, gli ometti, i pensionati, con tanto di s finale che fa molto British (la parola in origine è felsinea purosangue), quelli che, come dice l’autore, che torna con questo a dedicare loro un altro libro, hanno sempre qualche soldo da parte, ci aiutano a comprare la casa, quando tirano le quoia con la q ci lasciano in eredità denaro e/o immobili, educano i nipotini mentre entrambi andiamo a lavorare in cerca di improbabili realizzazioni mantenendo sia i nipotini, sia noi che andiamo a lavorare. Il PIL non cresce, ma crescono le aspettative di vita per gli umarells ai quali sarebbe giusto dedicare almeno una piazza. E una vera e propria piazza di carta, intesa come luogo di incontro, scambio, confronto e condivisione, agorà in senso etimologico, è Oltre il cantiere – Fenomenologia degli umarells, il libro di Danilo “Maso” Masotti, blogger e poliedrico autore che raccoglie immagini e testi per Pendragon facendo uno spassosissimo ritratto dell’unico vero grande ed efficace ammortizzatore sociale della nostra quotidianità sempre in bilico tra problemi, dubbi, perplessità, incertezze e difficoltà. Li conosciamo, li incontriamo, ce li abbiamo in casa, lo siamo un po’ in nuce anche noi medesimi, soprattutto quando diciamo stentoreamente di no, anzi, tutt’altro: ammettiamolo invece, siamo tutti un po’ umarells. E ricordiamoci di loro anche quando non siamo noi ad averne bisogno…

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“Il trionfo del sesso femminile”

novita-in-libreria-un-pampdi Gabriele Ottaviani

La forza delle leggi umane deriva dalla legge divina, di cui esse sono uno sviluppo o una conseguenza diretta; ma gli uomini ne hanno fatte molte sull’ordinamento sociale e civile, e le hanno formulate a loro piacimento. Gelosi della loro condizione di padroni e di un certo dominio esibito su ogni cosa, essi hanno spinto oltre il dovuto la dipendenza delle donne. A cosa non le hanno assoggettate, per soddisfare il loro amor proprio! Esse non possono disporre di nulla, si trovano, loro stesse e i loro beni, a dipendere dai capricci di un marito. Concedere a lui ogni diritto sul corpo di lei: lo prescrive la legge, che stabilisce riguardo a questo la parità fra i sessi. Ma attribuire all’uomo una autorità dispotica sui beni e sulla volontà della donna, che servaggio avverso alla natura! È secondo lo spirito della Religione questo? E non ne derivano abusi assai funesti? Che una moglie non possa disporre del suo corpo, niente di più giusto, vi è un equilibrio perfetto, avendo lei lo stesso diritto sul marito; ma voler estendere un tale dominio ai suoi beni, alla sua volontà, alla sua stessa libertà, che schiavitù! Perché destinarla a un giogo che Dio non le ha imposto? Che fonte di disordini! Un uomo licenzioso, giocatore e donnaiolo, trova in questa condizione di dominio un incentivo alle sue dissolutezze. Padrone assoluto, spende, dilapida come gli pare, obbliga una sposa sventurata a dare il suo consenso. Che misera soddisfazione per lei il diritto che le leggi le riconoscono in diversi casi! Un avaro riduce moglie e figli a viver nel suo modo vergognoso, li costringe a presentarsi in uno stato non conforme alla loro condizione sociale, li fa diventare la favola del mondo. Per la presunta superiorità di un matto tale, una donna deve dunque vivere nell’indigenza, se il suo arpagone decide di rifiutarle il necessario. Che guaio per lei! E che guaio ancor più grande se, piena di scrupoli, capitasse sotto la direzione di un casista idiota che, avendo letto che la moglie non può disporre di nulla senza il consenso del marito, non sa distinguere i casi particolari e le eccezioni che questa legge prevede e le riconosce volentieri un merito nel vivere così. Se le leggi avessero riconosciuto all’uomo e alla donna un potere reciproco sui loro beni e sulle loro volontà, come il Signore ha disposto col mutuo potere che ha concesso loro sui loro corpi, si vedrebbero meno disordini nelle famiglie.

Joseph-Antoine-Toussaint Dinouart, Il trionfo del sesso femminile, Pendragon, traduzione a cura di Annalisa Marchianò. Dio ha creato a sua immagine sia l’uomo che la donna. Ha dato alla loro anima le stesse facoltà e virtù. Il peccato non ha distrutto questa eguaglianza. La dipendenza della donna non è una conseguenza della sua creazione. L’uomo è stato più colpevole della donna nella disobbedienza. La sua punizione dura anche più a lungo; è irragionevole accusare la donna d’essere la causa della caduta del genere umano. La donna non è inferiore all’uomo che per la dipendenza civile alla quale la provvidenza l’ha assoggettata. Vengono spiegati alcuni passi delle Lettere di San Paolo e confutate le prove dei teologi che ne abusano per dimostrare la superiorità dell’uomo. Ingiustizia delle leggi umane che concedono all’uomo una superiorità più grande di quella che Dio gli ha concesso. Esempi che provano l’eguaglianza della donna: la sua capacità di governo e nelle scienze. La sua predisposizione alla virtù, più grande di quella dell’uomo. Trattare con le donne è così pericoloso come si pensa? Può essere indistintamente permesso a tutti gli uomini? Rispondiamo qui ad alcuni passi della Scrittura che sembrano dare un’immagine poco favorevole. È permesso amare le donne? Quali sono le regole? E qual è il fine da proporsi nell’amore? Basterebbero i titoli dei capitoli del folgorante pamphlet per rendersi conto di quanto la portata di questo testo sia potente. Di quanto sia moderno, più che contemporaneo. Persino rivoluzionario e visionario, perché a molto di quello di cui si vaticinava vibrando di passione civile non si è ancora nemmeno lontanamente vicini. Di quanto ci sia ancora da fare, perché la realtà che viviamo in molti aspetti è decisamente più arretrata di quella che con le sue parole cerca di proporre come via per la felicità in questo mondo e nell’altro l’abate (un uomo dunque di Chiesa, di religione, di fede…), polemista e protofemminista vissuto in Francia nel diciottesimo secolo. Trecento anni fa. In un contesto completamente diverso. In cui le opportunità di oggi non erano nemmeno immaginabili. Che sia per questo che si sapeva vedere più lungi? Se persino, infatti, quando si parla di ambiguità sessuale è comunque il maschile a risultare formalmente preponderante rispetto al femminile, è evidente che sia necessario continuare sempre a riflettere, a ragionare, a rendersi conto, ad avere consapevolezza che un migliore futuro non può non passare attraverso il definitivo abbandono della misoginia. Importante da leggere.

 

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“Green Park serenade”

download.pngdi Gabriele Ottaviani

Eri convinto che, a diciott’anni, avresti risolto la questione a botte – col Bardo te lo saresti potuto permettere perché era più basso e debole di te. Poi, non appena l’ossigeno ha fatto il suo dovere, ci hai riflettuto e hai pensato che non era vero: non avresti mai risolto nessuna questione a botte. Era un po’ come quando si dice che da giovani si compivano imprese epiche, che si era coraggiosissimi con le ragazze, che il tempo non passava mai e non si aveva paura di niente. Tutte balle. A diciott’anni ti saresti chiuso in camera e di nascosto avresti pianto per ore.

Green Park Serenade, Andrea Malabaila, Pendragon. Uno di loro è senza nome, per chiamare gli altri invece viene da fare riferimento rispettivamente al più grande autore di teatro della modernità e al filosofo che più di ogni altro ha sottolineato come il mondo stesso non sia altro che volontà e rappresentazione. È l’estate di diciotto anni fa, quella che i più ricordano per i mondiali di Francia. L’esame di maturità è uno scoglio da disertare, Londra una meta da raggiungere, dove incontrare magari anche qualche bella ragazza. Una delle quali muore. E poi se ne va anche uno dei tre. Lascia un messaggio d’addio. Ma credere completamente a quella triste storia è difficile. Per non dire impossibile. E quindi dopo quindici anni i due superstiti e un altro ex compagno, sopravvissuto alla scuola, alla disillusione della perdita dell’innocenza e a una cena di classe, ossia quanto di più deprimente esista sulla faccia della terra, decidono di ripartire. Alla ricerca della verità. Di sé. Di quell’istante in cui crescere doveva essere la realizzazione di ogni promessa, e invece è risuonato cavo come il terreno di novembre al piè sonante, come lo schiocco di un bacio mai dato. Intenso.

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