Libri

“Pattinando in Antartide”

Diski_defdi Gabriele Ottaviani

Le sue reazioni erano spaventose, in quanto i più piccoli insuccessi le sembravano catastrofici e lei rispondeva di conseguenza. La sua amarezza e mancanza di controllo mi provocavano ansia o peggio, ma non penso che lo facesse con deliberata cattiveria. Non credo che riflettesse abbastanza sulle sue azioni né che la cattiveria vi entrasse intenzionalmente. Dava in escandescenze, concedendo libero sfogo ai propri sentimenti, non poteva fare altro. Era triste più che cattiva e, credo, in preda a genuino sconcerto per il fatto che la vita era fuori dal suo controllo. Non era abbastanza perspicace per essere considerata responsabile dei risultati del proprio comportamento, avendo ricevuto un’educazione con forti carenze emotive. Ciò mi lascia poco spazio per un qualsiasi sentimento d’ira nei suoi confronti. Vivere con lei, giorno dopo giorno, era come pattinare sul ghiaccio appena formatosi. Andava sempre in pezzi, ma non c’era alternativa, nessun altro posto dove andare. Non c’era spazio per l’ira, ma neanche per l’affetto. Lei mi diceva spesso, me lo urlava, che tutti avevano bisogno della mamma. Che un giorno anch’io ne avrei avuto bisogno, quando lei non ci sarebbe stata più, e allora mi sarei accorta che… figurarsi se non avevo dei bisogni, io, ma quale che fosse la cosa di cui avevo bisogno, non era lei, anche se era mia madre. Non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui abbia desiderato di averla con me. Pensando a lei in qualità di madre non posso che stringermi nelle spalle per la casuale sorte avversa che mi ha affidato a una donna con la capacità emotiva di un bimbo in fasce. Cattiva, triste sorte; crescere i bambini è come giocare ai dadi. Quasi che uno potesse prendersela con il ghiaccio perché è troppo fragile per sostenere il suo peso.

Pattinando in Antartide, Jenny Diski, NN. Traduzione di Francesca Bandel Dragone con una nota di Fabio Cremonesi. Il bianco in realtà non è un colore. È la somma di tutti i colori. Per Jenny, nata nel millenovecentoquarantasette, morta quattro anni fa, rappresenta gli ospedali in cui da ragazza ha passato troppo tempo, è la tinta dell’oblio, dell’annullamento, un liquido amniotico in cui scivola lasciandosi cullare. Ma è anche un anelito, una brama di speranza disperata: vuole arrivare laddove il bianco è più bianco (ma non ha previsto che inciamperà in una ridda di colori…), l’Antartide, e lì vuole perdersi per ritrovarsi, viaggiando ai confini del mondo. È una fuga, in cui rammendando i fili della memoria si imbatte nella vaga rimembranza di una madre – lei che è madre a sua volta, e ha una figlia che vuole conoscere sua nonna – di cui non sa nulla da decenni, di un padre truffatore, dell’abominio della depressione, della madre adottiva, Doris Lessing… Deflagrante, schietto, destabilizzante, disarmante, raffinatissimo, magnifico.

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