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“L’amore per nessuno”

Screenshot (149).pngdi Gabriele Ottaviani

Fra i drammi che insidiano il quarantenne contemporaneo c’è naturalmente – accanto all’ansia di successo, all’inatteso indurimento del mondo femminile e alle foto del profilo Instagram – la questione dell’orologio biologico con le derive comportamentali a essa ascrivibili, o legalmente imputabili. La sintomatologia, piuttosto arida, puoi leggerla come una fiaba disgraziata: si parte con depressione e laconismo, si attraversa la palude del lutto, si approda a un miserando vitalismo da ultima spiaggia. Nostalgie ormonali, fantasmi di sesso compulsivo, tutto un Rinascimento dell’Igiene Intima. È il periodo di una smodata fame di gioventù. Forse per questo a quarantaquattro anni, dovunque andasse, Riccardo Sala si trascinava dietro teenager di buona famiglia con epidermidi da cyborg, la patente appena rilasciata e un’aria inspiegabilmente adorante. Ostentando un arcaico ribrezzo percorse da un lato all’altro il piazzale della Macroarea di Lettere e Filosofia. Appena mezz’ora prima, in un angolo del parcheggio, sotto quattro pini spelacchiati in formazione a rombo, la neopatentata di buona famiglia che adesso camminava al suo fianco gli aveva offerto un pompino, da lui rifiutato con disappunto. Quarantaquattrenni della sua levatura non accettavano compromessi. Una volta aveva scritto per una rivista di ermeneutica un saggio sul bellettrismo dei rapporti orali, per cui (nonostante il circostanziato rifiuto della redazione) riteneva di avere le idee molto chiare. Ne era conseguita una discussione sulle opportunità logistiche di farsi una pelle nella macchina di lei, quel bijoux di Smart cabrio. Opportunità in merito alle quali Riccardo non voleva sentire ragioni. Intorno al parcheggio correvano strade deserte intitolate a illustri atenei, via Oxford, via Columbia, via Cambridge, un pomposo reticolo mentale sovrapposto alle campagne della periferia di Roma. Lunghe macchie di sterrato sfuggite alla riqualificazione sbiancavano al sole, sottolineando l’ambizioso trompe-l’œil. Riccardo non si era lasciato impressionare dai toni magniloquenti della toponomastica del campus. Dal canto suo, la Smart si era rivelata più simile a una vergine di Norimberga che a un’alcova multicomfort. E tuttavia, incurante della frattura dell’anca scampata per un pelo e dei ripetuti allarmi da stiramento che esalavano dal massiccio dei muscoli dorsali, alla fine era riuscito a combinare qualcosa, qualcosa sul genere «sciatto & avvilente». Da qualche tempo il genere «sciatto & avvilente» era diventato la sua specialità. Man mano che perdeva e recuperava a fatica il timbro rassicurante dell’erezione aveva accusato gli spasmi di un meccanismo slabbrato, col bonus di un viscido senso di putrefazione.

L’amore per nessuno, Fabrizio Patriarca, Minimum faxMe infelice, tra quanto grandi e quali sventure mi trovo! Da ogni parte il mio cuore non ha che angoscia e impotenza. Nessun rimedio alla pena, alla fiamma ferma che brucia. Come vorrei che mi avessero uccisa le frecce veloci di Artemide, prima che io lo vedessi, prima che una nave greca portasse qui i figli di mia sorella Calciope: un dio o un’Erinni li ha guidati di là per il mio dolore e il mio pianto. Muoia! Se il suo destino è di morire sul campo. Ma io come potrei preparare il rimedio, nascondendolo ai miei genitori? E cosa dire? Quale il pensiero, l’inganno che mi dia aiuto? Posso vederlo rivolgendomi a lui solo, senza compagni? Infelice! Anche quando sia morto non spero di avere respiro dai mali : allora per me verrà la sventura, quando avrà perso la vita. Alla malora il pudore e la fama, e lui, salvo per mio volere, se ne vada via illeso, dove il suo cuore desidera. Ma io il giorno stesso quando avrà compiuta la prova, morrò appendendo il mio collo al soffitto, o bevendo il veleno che distrugge la vita. Eppure anche da morta, lo so, scaglieranno contro di me le voci maligne; l’intera città griderà la mia sorte e le donne di Colchide mi porteranno con spregio di bocca in bocca, l’una con l’altra: “Colei che amò un uomo straniero fino a morirne e disonorò la sua casa e i suoi genitori, cedendo alla lusinga”. Quale non sarà la vergogna? Quale la mia sventura! Meglio, meglio sarebbe in questa notte stessa, in questa stanza lasciare la vita per un destino nascosto, sfuggendo a tutti i rimproveri, prima di aver compiuto colpe innominabili. Così nelle Argonautiche, però è certo al suo ruolo di eroina tragica finanche per Seneca, ma in primo luogo greca, che si deve la maggior fama della figura per antonomasia della donna umiliata, turlupinata e offesa che atrocemente soffre e altrettanto dolorosamente si vendica, punendo anche sé medesima uccidendo la sua prole: Riccardo è uno sceneggiatore tv dalla vita inutile, tra moglie, capo, figlie su cui non ha pressoché alcuna autorevolezza, padre vedovo che dilapida ogni cosa, una giovanissima amante e mille rocambolesche e pericolose avventure allegorie, riuscite allegorie della vacuità del nostro tempo precario, egoista, superficiale, vano, vanesio. Un giorno gli balena però in mente l’idea delle idee per dare una svolta alla sua esistenza, edificando un’irreale e iperrealistica realtà: organizzare una trasmissione che non sia altro che Medea. Con una vera Medea, se così si può dire: Annamaria Franzoni. E… Patriarca, saggista e romanziere, padroneggia la lingua con garbo, ironia e sapienza: da non perdere.

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“Tokyo transit”

9788898970711_0_0_300_80di Gabriele Ottaviani

Non siamo ancora alla resa dei conti, ai patemi notturni, agli occhi sbarrati verso il soffitto, alla fronte rorida sulla quale stingono, tardive, le mille domande del moribondo. Non siamo ancora al sangue nelle feci. Ma il concerto dei dolori mattutini, l’urlo dei polmoni contro il diaframma, il fiato corto e beffardo… informazioni che inchiodano Alberto al sospetto di una realtà che è ancora tutta da dimostrare. Quando è morto suo padre (dopo una tortuosa crisi respiratoria iniziata alle nove di sera e finita una manciata di secondi più tardi) Alberto ha partorito una risma di pensieri più o meno sciocchi, più o meno simmetrici al suo stordimento: il più tenebroso riguardava i singhiozzi di Giuliano – probabilmente se n’era già andato, ma il corpo continuava disperatamente a chiedere aria dal beccuccio in cui si erano trasformate le labbra. Huuc-huuc. Inspirazione forzata, difficoltosa, automatica. Il verso stridulo che viene fuori se metti insieme un tacchino e un attacco di panico. C’è sempre qualcosa di scioccante nel moribondo, di solito è ciò che si rifiuta di morire, questo rende i morti come gli strozzini: per vedere devi pagare, poi sconti a vita un interesse da capogiro. Effetti straordinari alla chiusura della bara, la mattina della cerimonia. Nessuno voleva assistere, ti pareva. C’era un nugolo di parenti, di là, asserragliati attorno a sua madre, tra gli sbuffi di sigaretta e il puzzo degli involti di friggitoria della nottata precedente. Alla fine si era deciso un cugino, qualche anno più giovane di lui. Il muto testimone dagli occhi vacui. Alberto aveva fatto cenno di cominciare. Non immaginava che avrebbero usato il saldatore. Già, il saldatore aveva definitivamente ucciso ogni speranza. Speranza di cosa, poi? Suo padre obliterato per sempre da una lama di zinco. Una visione insopportabile, ma Alberto, con lo sguardo incollato al volto di Giuliano che spariva dietro la sagoma di metallo, era comunque riuscito a formulare un lamento per Ida, Maddalena e Annamaria: non saprete mai che cosa vi state perdendo.

Tokyo transit, Fabrizio Patriarca, 66thand2nd. Un padre morto troppo presto, una madre anaffettiva, due sorelle che sono peggio di lei: questo è il mondo di Alberto. Quello di Thomas, se possibile, è ancora più banalmente squallido. Si conoscono fin dai tempi dell’università. Sono passati anni, ma loro sono ancora a metà del guado, impantanati in una serie di viluppi, di gorghi concentrici, spirali di fango che li stringono sempre di più e li spingono sempre più giù, al limite di un’abiezione fatta di peregrinazioni spersonalizzanti a base per lo più di sesso e droga, mentre Tokyo, la metropoli delle metropoli, dove tutto è coazione a ripetere, li accoglie respingendoli e amplifica passo dopo passo la loro condizione di estraneità. La prosa di Patriarca, tagliente come vetro, gelida come il metallo, ritrae con una proprietà di linguaggio eccezionale, vastissima, iperbolica, caustica e demiurgica un’inusitata sfaccettatura della disperazione. Da leggere.

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