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“Passi falsi”

41Z-iCkT07L._SX335_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

I letterati nutrono nei confronti di Jacques Crépet un sentimento di gratitudine le cui ragioni, imprevedibilmente, continuano ad aumentare. La conoscenza e il gusto per gli studi baudelairiani sono, per Crépet, una tradizione familiare. Con ciò che ama egli ha ereditato i mezzi di farcelo amare e di farcelo conoscere meglio di chiunque altro. Inoltre ha l’istinto che non gli permette mai di chiudere la partita con ciò che una volta è stato al centro della sua passione. Vi torna sopra. Si arricchisce di scrupoli. Non smette di vedere quello che è imperfetto nel suo lavoro per applicarvi idee nuove e farne il punto di partenza di ricerche nuove. Va al di là di se stesso nel timore di non essere all’altezza di un soggetto che è infinito. Alla sua edizione annotata dei Fiori del male, apparsa nel 1922, ha aggiunto un’edizione critica monumentale che riunisce i principali studi degli eruditi baudelairiani, tiene conto delle scoperte più recenti e lascia in ombra solo la parte inconoscibile della vita del poeta da cui ogni poesia trae la sua origine. Tale pubblicazione che Jacques Crépet ha condotto a termine con la collaborazione di Georges Blin, autore di un eccellente studio su Baudelaire, riporta felicemente l’attenzione sull’opera essenziale del poeta. Nella gloria di un grande scrittore c’è sempre un momento in cui la ricerca degli inediti distoglie l’ammirazione da ciò che solo la giustifica. Gli scritti più irrilevanti, i versi che si suppongono giovanili, tutto quel retaggio che il creatore rifiuta e che lo segue come un’ombra, fanno rinascere la febbre dei critici…

Passi falsi, Maurice Blanchot, Il saggiatore. Traduzione di Elina Klersy Imberciadori. Solo chi cade può dare altrui l’edificante spettacolo del rialzarsi, ha scritto Arturo Graf. Non c’è miglior sprone al progresso, difatti, del fallimento: e col fallimento chiunque scriva ha un rapporto stretto, continuo, costante, faticoso, intenso, contraddittorio. Si scrive perché si ha qualcosa da dire. Si scrive perché si pensa di poter esprimere qualcosa. Si scrive perché si ritiene di non dover rimanere in silenzio. Ma tutto ciò che si dice, in realtà, è nulla, e spesso proprio affermando qualcosa nei fatti la si nega, perché esprimendo la sua assenza se ne sancisce la presenza. Come il silenzio, appunto, che non si può dire, perché se si parla lo si infrange. Come il buio, che non può essere illuminato, perché la luce lo dissolve. La prima raccolta di saggi di Blanchot, brevi, icastiche, lapidarie, profondissime analisi monografiche, indaga l’arte dello scrivere e il suo potere: da non farsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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