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“La donna che vedi”

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Nel giro di pochi mesi perse tutto.

La donna che vedi, Giovanni Pannacci, Fernandel. Non si accorge del camion che quasi la tira sotto mentre attraversa la tangenziale prima di incamminarsi, infreddolita, dato che la corta giacca non basta affatto a scaldarla e che la camicetta di seta che le lascia scoperto il décolleté certo non aiuta a farle passare i brividi, che sono comunque più che altro dovuti al nuovo attacco di panico che la coglie e che la conduce sulla sponda d’un fiume dove un airone fa splendida mostra di sé, per un sentiero scosceso. Cerca di riaversi, ormai è esperta, e le sue capacità di gestione sono sempre migliori: ma non si raccapezza del tutto. Poi il telefono squilla, e pian piano torna alla realtà… Splendido sin dalla copertina, il nuovo romanzo di Giovanni Pannacci, dal ritmo serrato, avvincente e mozzafiato, racconta la storia di Myriam. O almeno è così che quest’affascinante donna fuggita in Inghilterra dopo il liceo, per poi tornare in patria con un prestigioso master in business administration all’attivo che le apre le porte della direzione commerciale della casa farmaceutica fondata dall’eccentrico industriale Diktus Winter, che la sostiene ma, in punto di morte, inaspettatamente, nonostante la sua diuturna abnegazione, la licenzia, si fa chiamare. Ora è sola. Con i suoi segreti. E… Da non lasciarsi affatto sfuggire.

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“Siamo tutte delle gran bugiarde”

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Una volta in scena come capisce se lo spettacolo funziona, se interessa il pubblico? “Sto molto attento ai pompieri”. Cioè? “Savinio, il più giovane dei fratelli De Chirico, nel libro Palchetti romani, un volume che riunisce le critiche teatrali degli anni ’30-35, scrive: Quando si vede una gamba di pompiere fra le quinte, vuol dire che lo spettacolo va bene. Altrimenti i pompieri si stufano a vedere tre o quattro volte lo stesso spettacolo. Invece quando li vedo in quinta che ridono, dico: vedi, piaccio al popolo. Io poi ci gioco molto coi pompieri. Mi ricordo a Rovereto. Dico a un pompiere: ‘Ho freddo alle mani, me le fai mettere nei coglioni?’ E quello: ‘Ma cosa dice?’. ‘E certo’ faccio io, ‘guarda che dopo di me viene Claudia Koll. Vedrai che lei una cosa del genere non te la dice. Ti fa una pernacchia, volta il culo e va via’. Il giorno dopo sono venuti a prendermi e mi hanno portato al loro museino di questo grande futurista che si chiama Fortunato Depero, che faceva i mobili intarsiati e poi è andato in America e ha fatto le copertine di Life. Bravo, faceva tutte robe geometriche…”. Vedete? È un attimo. Stai parlando di teatro e subito dopo ti ritrovi a ragionare di pompieri e mobili intarsiati…

Siamo tutte delle gran bugiarde, conversazioni di Paolo Poli con Giovanni Pannacci, Giulio Perrone editore. Nuova edizione. Oggi, venticinque di marzo, cade il secondo anniversario della morte di un grande artista. Rigoroso. Libero. Fantasmagorico. Ironico. Garrulo. Allegro. Affascinante. Malinconico. Gioioso. Alieno a ogni convenzione. A ogni compromesso. A ogni meschina miseria. A ogni ipocrisia. Grande Ufficiale della Repubblica nato e cresciuto a Firenze, laureato in lettere, figlio di una maestra montessoriana che gli permetteva di leggere libri pornografici perché la lettura è importante, quale che sia, ha rubato giacche a Zeffirelli e frequentato Fellini e Pasolini. Era, o meglio è, perché sarà sempre con noi, Paolo Poli. Qui raccontato dal suo stesso raccontarsi insieme a Giovanni Pannacci: da non perdere.

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“L’ultima menzogna”

ultima-menzognadi Gabriele Ottaviani

Al momento mi trovavo in una posizione di vantaggio, Olga aveva detto che voleva stare con me. Per scoprire se era davvero così avrei dovuto tenere gli occhi aperti e osservare il suo  comportamento. Ma sarei riuscito ad accorgermi se mentiva? La verità era che ormai di Olga amavo tutto, anche i vizi e le ambiguità. «Qualsiasi cosa succeda» dissi «Olga farà le sue scelte e noi le accetteremo». Lyubim si alzò, posò la bottiglia vuota sul bracciolo e disse solo: «Vedremo», poi se ne tornò in camera. La mattina dopo io e Olga facemmo colazione da soli. «Starà bene?» domandò. «Spero di no. Magari ci ha fatto il favore di ammazzarsi». Olga mi guardò con disprezzo, io la ignorai. «È un’idea assurda quella di farlo stare qua, lo vedi o no che sta condizionando la nostra vita? Qual è il tuo piano?» «Sto cercando di usare il buonsenso, cosa che per te è impensabile, visto che sei solo capace di rispondere all’aggressività con la violenza». Feci per parlare, lei alzò una mano e continuò. «Il minimo che possiamo fare è offrire a Lyubim una via d’uscita, sta soffrendo a causa nostra e in questo momento è molto provato». «A causa nostra?» sbottai, «adesso dovrei pure sentirmi in colpa? Sei seria, Olga? Quell’uomo non è affatto fragile, è infido e falso. Ieri notte mi ha detto che…».

Giovanni Pannacci, L’ultima menzogna, Fernandel. Si legge in un attimo, ma non perché sia un libro di poco valore o facile. Niente affatto, anzi, tutto il contrario. Si è impossibilitati a smettere di voltare le pagine, una via l’altra, perché ha una prosa scintillante, che cattura inesorabilmente. Nikel è giovane e ha un passato tormentato. Lo stesso che pare avere Olga, scrittrice con cui instaura una relazione. Di questo tempo trascorso, ma che ancora lascia una scia nelle vite dei protagonisti, come un aereo in cielo, fa parte anche Lyubim, uzbeko, violento, guardia del corpo. Un triangolo di sesso e ambiguità, una storia sul potere della letteratura, una corsa ardita sul crinale che lega e insieme separa reale e immaginario. Da non perdere.

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