Libri

“Tieni presente che”

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Usa le attribuzioni per non far sentire il lettore uno scemo…

Tieni presente che – Momenti nella mia vita di scrittore che hanno cambiato tutto, Chuck Palahniuk, Mondadori. Traduzione di Silvia Albesano. Il sogno americano: trasformare la propria vita in qualcosa che si può vendere. Nascere è come entrare in un edificio. Chiudersi in un edificio senza finestre per guardare fuori. Stando chiusi dentro un edificio, dopo un po’ ci si dimentica com’è il mondo fuori. Senza uno specchio ci dimenticheremmo persino il nostro volto. Il dolore e l’odio e l’amore e la gioia e la guerra esistono perché siamo noi a volerli. E vogliamo che tutto sia così drammatico per prepararci alla prova finale che ci aspetta: affrontare la morte. Ci sono storie, diceva, che quando le racconti si consumano. Sono quelle in cui il pathos si appanna, e ogni versione suona più sciocca e vuota della precedente. Altre storie, invece, consumano te. Più le racconti, più acquisiscono forza. Quel tipo di storie non fa che ricordarti quanto sei stato stupido. Quanto lo sei ancora. E quanto lo sarai ancora. Amiamo il dramma. Amiamo il conflitto. Abbiamo bisogno di un demone, o ce ne creeremo uno. Non c’è nulla di male in tutto questo. È solo il modo in cui funzionano gli esseri umani. I pesci devono nuotare, gli uccelli devono volare. Forse la gente deve soffrire davvero prima di arrischiarsi a fare ciò che ama. Non importa con quanto scrupolo seguirai le indicazioni: avrai sempre l’impressione di aver perso qualcosa, la sensazione sprofondata sotto la tua pelle di non aver vissuto tutto. C’è quel sentimento di caduta nel cuore, per essere andato troppo in fretta nei momenti in cui avresti dovuto fare attenzione. Be’, abituati a quella sensazione. È così che un giorno sentirai tutta la tua vita. È solo questione di abitudine. Niente di tutto ciò ha importanza. Ci stiamo solo scaldando. La gente rivendica i propri diritti sulle persone a cui vuole bene dandogli un nome diverso. Etichettandole come fossero roba loro. La cosa peggiore che un uomo può fare è abbandonarsi a se stesso. Guardiamo tutti gli stessi programmi televisivi. Alla radio ascoltiamo tutti le stesse cose, parliamo tutti delle stesse cose. Non c’è rimasta più nessuna sorpresa. Tutto uguale sempre di più. Solo ripetizioni. Siamo cresciuti tutti con gli stessi show televisivi. È come se avessimo tutti lo stesso impianto di memoria artificiale. Non ricordiamo quasi nulla della nostra reale infanzia, eppure sappiamo perfettamente tutto quello che succedeva alle famiglie delle sitcom. Abbiamo tutti gli stessi traguardi. Tutti le stesse paure. Il futuro non è radioso. Molto presto, avremo tutti gli stessi pensieri allo stesso momento. Andremo perfettamente all’unisono. Sincronizzati. Connessi. Uguali. Gli stessi. Come formiche. Insetti. Pecore. E così via. E queste sono solo alcune delle innumerevoli citazioni che si potrebbero trarre da Chuck Palahniuk, l’uomo a cui si deve il cult Fight club, lo scrittore per cui non sai mai quanto sei forte finché essere forte è l’unica scelta che hai, il cantore della vita ai margini, asciutto, crudo, evocativo, innovativo, minimalista, nichilista, libero, alieno alle costrizioni consumistiche, grottesco, pulp, ironico, sardonico, irriverente, controcorrente, irresistibile, ricchissimo di livelli di lettura, chiavi d’interpretazione, temi ricorrenti: Tieni presente che è un’autobiografia, un Bildungsroman, è Lettere a un giovane poeta di Rilke in salsa postmoderna, è la mano sicura di un grande saggio che si prende in giro ma che è serissimo nel guidare chi gli si affida in mezzo alla giungla del mondo. Spettacolare, pirotecnico, geniale.

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Libri

“Il libro di Talbott”

41GYu1UhycL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Jamal vorrebbe dire tutto alla madre. Vorrebbe dire che le vuole bene, ma lo sentirebbero tutti.

Il libro di Talbott, Chuch Palahniuk, Mondadori, traduzione di Gianni Pannofino. Caucasia, Blacktopia e Gaysia: gli Stati Uniti non esistono più. La disgregazione finale si è compiuta. Il giorno del giudizio è giunto. Tre nazioni diverse, in ossequio agli slogan di Talbott Reynolds: è finita la pacchia per la classe dirigente. Bianchi da una parte, neri dall’altra, omosessuali in un altro luogo ancora, ché i loro gusti non sono ortodossi. Il mondo è giunto a una svolta, attesa, temuta, vagheggiata, ambita, sperata, osteggiata. Ma non è tutt’oro quel che riluce… Fin troppo credibile questa fantasia distopica: si deve, del resto, alla penna di un genio che conosce e analizza con cura chirurgica l’anima umana, soprattutto nei suoi più atri e reconditi recessi. Da non perdere.

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