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“Gainsbourg – Scandale!”

gainsbourg-scandaledi Gabriele Ottaviani

Serge è tormentato dalla canzone scritta per Brigitte Bardot…

Gainsbourg – Scandale!, Jennifer Radulović, Paginauno. Intellettuale, esteta, genio, sregolatezza, prolificissimo: la sua esistenza è una sinusoide irregolare, dai picchi altissimi, il solco tracciato nella storia della musica, e non solo, senza dubbio profondo e significativo assai. È passato esattamente mezzo secolo da quando il mondo ha conosciuto la canzone dello scandalo, quella in cui sono diventati note, armonia e melodia i gemiti dell’amore: per celebrare quest’anniversario si presenta sugli scaffali di tutte le librerie non una mera, ammesso e non concesso che l’aggettivo possa essere appropriato, autobiografia, bensì una vera e propria dotta, curata e raffinata immersione nel caleidoscopico universo Gainsbourg. Da leggere.

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“Across the Year”

61hdw633n8L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le alternative possibili sono trecentosessantasei, una per ogni giorno dell’anno, compreso il ventinove di febbraio, che una volta c’è e tre no: ogni data, del resto, è latrice di un aneddoto. Per esempio, il nove di luglio del millenovecentocinquantanove nasce Jim Kerr, il sedici di novembre del millenovecentosettantuno Frank Zappa suona dal vivo al The Old Grey Whistle Test della BBC, il ventotto giugno del millenovecentosettantacinque Tim Buckley si esibisce per l’ultima volta dal vivo a Dallas, tre settimane esatte dopo che il nono LP di Elton John, Captain Fantastic And The Brown Dirt Cowboys, concept album dedicato a Bernie Taupin, sale al primo posto delle classifiche americane, il ventisei di agosto del millenovecentosessantanove nasce Adrian Young, il quindici di maggio del millenovecentoquarantotto viene al mondo Brian Eno, e così via: Across the Year – Dischi, concerti, aneddoti e date del Rock (Davide Steccanella, Paginauno) è una carrellata intensa e avvincente, da non lasciarsi sfuggire, per tutti i curiosi, gli appassionati e non solo.

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“Ci risiamo, Basil Lee”

71C3l0WvPwL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Minnie attese con pazienza. Per lei Basil era ancora romantico…

Ci risiamo, Basil Lee, Francis Scott Fitzgerald, Paginauno. Cura e postfazione di Sabrina Campolongo. Traduzioni di Silvia Allone, Cristina Fontana, Chiara Naro, Rossella Venturi, Benedetta Villa. Fitzgerald ha un alter ego. Il suo nome è Basil Lee. E anche per lui il tempo passa. È ormai un adolescente a tutti gli effetti, con tutto quel che ne consegue: è in pratica un crogiuolo di turbamenti e contraddizioni. È ingenuo. È scaltro. È sensibile. È neghittoso. È concreto. È sognatore. Via via è sempre più consapevole, sta perdendo, pian piano, un certo tipo d’innocenza, per acquisirne un’altra: e inizia ora anche a relazionarsi non solo con i compagni ma anche, per non dire soprattutto, con le ragazze, e… Il primo amore non si scorda mai, per fortuna o purtroppo, a seconda dei casi: ognuno di noi, qui, probabilmente, ritroverà il suo. Ed è bene salutarlo con tenerezza, in fondo siamo quel che siamo grazie anche al passato: incantevole.

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“Chi ha fatto le carte?”

71znqmoJwKL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi hai mentito tutto questo tempo…

Chi ha fatto le carte?, Ring Lardner, Paginauno. Traduzione di Piero Pignata. Vissuto – purtroppo non molto – a cavallo fra Ottocento e Novecento, amico di Francis Scott Fitzgerald, sceneggiatore e padre di sceneggiatore (suo figlio, prima di essere vittima del maccartismo, vinse un Oscar per La donna del giorno, bissando poi il successo a ventotto anni di distanza per il capolavoro di Altman M*A*S*H), ha scritto meravigliose e – da un certo punto di vista – tragicamente attuali satire sul mondo dello sport, su quello del teatro e soprattutto sulla vita di coppia e sull’istituto del matrimonio, una pinacoteca di ritratti sapidissimi, beffardi, al gusto di fiele e assai profondi che inducono alla riflessione divertendo e contemporaneamente mettendo alla berlina i comportamenti ipocriti, meschini, ingenui e miserabili di uomini e donne che non si rassegnano a essere semplicemente normali come tutti, e non speciali come vorrebbero. Una delizia.

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“La pace degli alveari”

9788899699314_0_0_626_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Rinunciare all’amore…

La mattina fa la casalinga, impiego usurante e per nulla riconosciuto, simile a quello del contadino ma senza nemmeno la gratificazione del raccolto, il pomeriggio è dattilografa, ma comunque le danno più soddisfazione i lavori di casa, che anche se vani, perché non si finisce mai, sono più veri e concreti, delle finestre ben pulite da cui si illumina come si deve tutta la stanza, almeno fino al momento della prima pioggia che sciupa e cancella l’intera fatica compiuta, le trasmettono certo più emozioni di un foglio senza nemmeno un errore di battitura. Del resto comunque scrive, ma per sé, e solo quando non c’è il marito, diverso e simile da quello delle amiche, alcune felici, altre no, almeno in apparenza, Philippe, un uomo che non la prende affatto sul serio e di continuo la sminuisce, tanto che per la vergogna immotivata che le induce una volta lei getta il quadernetto a cui confida le pene della sua anima per quattro mesi sul fondo del cassetto della biancheria senza avere il coraggio più di tirarlo fuori, un uomo che lei crede, e ha l’inaccettabile impudicizia, per il suo tempo, di dirlo, di non amare più (è con queste parole inequivocabili che inizia il romanzo), un uomo che l’ha tradita (ma anche lei l’ha fatto, benché nessuno se l’aspetti, più volte, la prima, cercando una modesta compensazione al torto subito, con Stephane). La pace degli alveari, luoghi d’incessante operosità e di ronzii ignorati, pubblicato per la prima volta nel millenovecentoquarantasette, poi nel millenovecentosettanta, ora edito da Paginauno a cura di Sabrina Campolongo, è la storia di Joanne, un gioiello deflagrante e travolgente che preconizza i tempi e le istanze dell’autodeterminazione del femminile composto da un’autrice elvetica splendida, Alice Rivaz, che ha attraversato, avendo vissuto tra il millenovecentouno e il millenovecentonovantotto, pressoché tutto il secolo breve. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Capolinea”

Capolinea Copertinadi Gabriele Ottaviani

Speravo di aver dimenticato quella sera. E invece eccoti qua come un cazzo di convitato di pietra. Sei venuto a trascinarmi all’inferno? Il minimo dopo quell’esibizione. Le reunion dei gruppi sono sempre una pessima idea. Peggio! Sono la fine della speranza. Potevamo ritirarci dalle scene con dignità e continuare a illuderci di avere lasciato un piccolo segno. Beh, dai… Sembravate quattro mummie. Ma almeno vi ho visti dal vivo. Il piercing sul sopracciglio sinistro e i capelli sparati per aria, come tanti spilli, avrebbero potuto conferirgli un’aria arrogante, se non fosse stato per gli occhi, messaggeri di una marcata sensibilità. Quanti anni hai? Ventidue. E da sei suono la batteria. Gli lanciò il plettro come una moneta, facendo leva tra il pollice e l’indice, e Salvatore lo prese al volo. Ce la fai a starmi dietro con la chitarra? I suoi concerti da solista erano nulla in confronto all’energia che si sprigionava da tre paia di mani e una muta di corde vocali unite per creare un’unica vibrazione. Thomas dava il tempo con le bacchette, e il mondo diventava improvvisamente un posto migliore. Dopo, sudati e già brilli per le lattine di birra scolate tra una canzone e l’altra, si avventuravano nelle strade londinesi mossi dall’istinto bruciante della notte che li invitava a scoprirla. Dobbiamo essere gli ultimi a rincasare proponeva Thomas, e così andava. I suoi occhi luminosi in perenne movimento sembravano volevano contenere il mondo intero. Non c’era niente che Thomas non avrebbe desiderato fare. Per lui ogni esperienza era come una nota aggiunta alla sinfonia con cui aveva stabilito di celebrare la vita. Ma c’era Nadia. Nadia e la sua pancia che ingrossava. Stiamo per avere un figlio! Lo so, che ti credi! Non fai altro che ripeterlo. Hai quarantaquattro anni e ti comporti come un bambino. Cerco solo di non rinchiudermi in un guscio. Una casa decente non è una gabbia. Non hai sposato un banchiere. Con lui avresti una bella villa in collina, e tutte le mattine porteresti un cucciolo di Yorkshire a cagare nei cortili della plebe. Ce li avremmo i soldi per traslocare, se non te la spassassi ogni sera con Thomas. Sono un musicista, cazzo! È il mio lavoro. Non puoi suonare se non sei fatto di acidi o roba simile? Quando nostro figlio andrà a scuola e gli chiederanno cosa fa suo padre, dirà il tossico. Aspettati veleno dall’acqua stagnante. È Blake, ricordi? Ora sembra che cerchi il mobile adatto per chiuderci dentro tutti i suoi libri e buttare via la chiave. Una bara Ikea. Può darsi. Ma non sono più la tua bimba ingenua. Ora so come tu e gli altri membri del tuo gruppo spendevate tutti i soldi. E voglio dirti una cosa. Non odio Thomas. In fondo, sia un bravo ragazzo. Ma è uno di quelli che, alla fine, cadono. E dovresti fare attenzione, Salvatore. Perché lo seguirai anche tu.

Capolinea, Iacopo Adami, Paginauno. Salvatore Ciaramelli è morto. Ammazzato da un colpo di pistola alla tempia. Viene ritrovato in un cantiere della Mainoldi Costruzioni, che ha il monopolio del settore edile a Milano, brulicante d’inesauste brame di rinnovamento, per gli interventi di riqualificazione urbana. Il suo amico Costanzo, ispettore di polizia, è deciso ad andare fino in fondo all’accaduto. I superiori, però, premono per l’insabbiamento, poiché si sta immergendo dalla punta dei piedi fino alla sommità del capo in un melmoso gorgo fatto di interessi economici, politici e criminali. Inoltre non manca nemmeno il passato a tormentarlo… Adami, giovane e bravissimo, scrive con prosa sopraffina, credibile e azzeccatissima un romanzo di genere che trascende il genere stesso, ammalia e conquista. Da non perdere.

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“33 giri – Gli anni Ottanta”

33giri80_Copertinadi Gabriele Ottaviani

Il Guccini che si rintraccia tra le novità discografiche del 1983, è in palese continuità con il precedente Metropolis. Filo rosso delle sei tracce, ancora il Viaggio – fisico e metafisico – declinato nei focus ribaltati della staticità piuttosto che del movimento; dell’incapacità di conoscere piuttosto che della crescita esperienziale. L’apertura dell’album è sontuosa: Autogrill è una chimera, un sogno a occhi aperti, un’avventura idealizzata e irrisolta. Il racconto di un amore assoluto e soltanto sfiorato, sullo sfondo anonimo e transitorio di una stazione di servizio: “La ragazza dietro al banco mescolava/ birra chiara e Sevenup/ E il sorriso da fossette e denti/ era da pubblicità/ come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill/ mentre i sogni miei segreti/ li rombavano via i TIR/ Bella d’una sua bellezza acerba/ bionda senza averne l’aria/ quasi triste, come i fiori e l’erba/ di scarpata ferroviaria/ Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere/ che tracciavo con un dito/ dentro ai cerchi del bicchiere/ Basso il sole all’orizzonte/ colorava la vetrina/ e stampava lampi e impronte/ sulla pompa da benzina/ lei specchiò alla soda-fountain/ quel suo viso da bambina/ Ed io, sentivo un’infelicità/ vicina”. Poi è la volta di Argentina – approdo ideale e non-luogo al tempo stesso – gettata in scaletta per scompaginare le carte di ogni certezza, ricondurci faccia a faccia con lo scacco matto: l’impossibilità di penetrare l’essenza autentica dei luoghi viaggiati, persino nelle differenze, simili a quelli dai quali si è partiti (“la capovolta ambiguità di Orione”). A ben guardare, impronte effimere di un medesimo e continuo girare a vuoto. Ed effimere risultano anche le avventure che Lemuele Gulliver (Gulliver) racconta ai nipoti: del suo inesausto navigare sopravvive infatti soltanto la parvenza, la mera evocazione racchiusa nella forma di parole incomprensibili fino in fondo. “Da tempo e mare non si impara niente” sentenzia Guccini-Gulliver, ma per beffardo contrappasso resta inalienabile il desiderio umano di conoscenza, la brama che spinge verso nuove domande, a osare oltre il conosciuto e il conoscibile. È in questa accezione prometeica che va assunta Shomèr Ma Mi-llailah, ballata dal ritmo circolare, in cui il cantautore mutua dal Libro di Isaia la storia della “sentinella del sempre” posta al confine tra umano e sovrumano a cui i viaggiatori (come in un sortilegio reiterato, senza fine, senza senso né perché) rivolgono sempre la stessa domanda: sentinella quanto resta della notte? Diversi appaiono, ma soltanto a prima vista, contesti e situazioni della successiva Inutile, dove lo sfondo di una Rimini invernale, diventa specchio degli stati d’animo di un uomo e una donna al capolinea del loro rapporto. Chiude la finto-paradisiaca Gli amici, altro viaggio impossibile – ultraterreno nella circostanza – che con ironia alleggerisce il clima di un disco solidissimo, fascinoso, straniante, scritto e arrangiato benissimo. Un disco in cui al consueto taglio folk, si accompagnano senza frizioni sonorità jazz-blues e – qua e là – persino rock. Un album, insomma, che non fa una piega: tra i più profondi, riusciti, accattivanti del corpus gucciniano.

33 giri – Gli anni Ottanta – Guida ai cantautori italiani, Mario Bonanno, Paginauno. Mario Bonanno, finissimo esegeta ed esperto musicale, prendendo le mosse da dove era rimasto, ossia dal decennio della contestazione per antonomasia, gli anni Settanta, conduce come sempre con placida souplesse, mano sicura, chiarezza esasutiva e competenza magistrale il lettore nell’epoca, contestualizzata con attenzione e cura, poiché le connessioni fra storia e arte sono evidenti e significative, che per qualcuno di primo acchito potrebbe essere pressoché esclusivamente quella dei paninari e della Milano da bere: saggista, giornalista, autore cui si debbono densi volumi su Stefano Rosso, Giorgio Gaber, Claudio Lolli, Roberto Vecchioni, Pierangelo Bertoli e molti altri, continua ad attraversare la canzone d’autore italiana e i suoi brani-simbolo, la cosiddetta musica leggera che si mantiene in grande fermento e che viene riprodotta negli apparecchi diffusi un po’ ovunque attraverso un particolare formato, ormai retaggio di una lontana memoria, di disco in vinile, il cosiddetto LP, long playing, detto anche 33 giri proprio per la sua velocità di rotazione, trentatré giri (e un terzo) al minuto. Da non perdere.

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“La finestra”

Finestra_Copertinadi Gabriele Ottaviani

Ma eccolo là, seduto davanti alla finestra, immobile proprio come quando era alla scrivania. Talvolta muoveva leggermente una mano o un piede e io trattenevo il respiro, nella speranza che fosse sul punto di alzarsi dalla sedia, ma questo non succedeva mai. E, nonostante tutti i miei sforzi, non riuscivo a dare forma al suo volto. Strizzai gli occhi come era solita fare l’anziana Miss Jeanie, che era miope, e mi feci schermo con la mano per concentrare tutta la luce su di Lui, ma ogni tentativo si rivelò vano. O mutava il viso mentre io stavo a fissarlo, o la luce non era sufficiente o non so cosa diavolo fosse. I suoi capelli mi parevano chiari (è fuori discussione che la sua testa non fosse contornata da una linea scura, come sarebbe stata se avesse avuto capelli bruni) e, nel punto in cui risaltavano contro la cornice dorata sulla parete alle sue spalle, mi convinsi che dovevano essere biondi. Inoltre quasi certamente non aveva la barba. In effetti sono sicura che non avesse la barba poiché il contorno del suo viso era una linea piuttosto distinta. E poi, fuori, era abbastanza chiaro, al punto che individuai un garzone del panettiere sul marciapiede di fronte. Lo avrei riconosciuto qualora lo avessi incontrato di nuovo – come se fosse importante poter riconoscere un garzone del fornaio! Tuttavia, accadde un fatto molto curioso a proposito di quel ragazzo: stava lanciando dei sassi contro qualcosa o qualcuno.

La finestra, Margaret Oliphant, Paginauno. Cura e postfazione di Bianca Maria Petitti. Si annoia la giovanissima, e mentre se fosse stata una creatura joyciana, la più delicata e indimenticabile di tutte, le polverose coltri di cretonne sarebbero state la semplice cesura fra la vita vera che non aveva il coraggio di vivere e la sua esistenza d’angolo, per lei, durante la noiosissima riunione salottiera indetta da sua zia, quella finestra è un viatico per andare via, lontano, verso la felicità: cantrice scozzese delle contraddizioni dell’epoca ipocrita vittoriana e indagatrice sopraffina dell’anima umana in tutte le sue molteplici e sovente stridenti sfaccettature, Margaret Oliphant regala a chi la legge un gioiello scintillante e magnifico.

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“Racconti bizzarri”

RaccontiBizzarri_Copertinadi Gabriele Ottaviani

Infine si svegliò. Un sudore freddo gli colava dalla fronte e dai capelli, era pallido e livido. Dalla strada gli giungeva un brusio confuso, delle grida, come una sommossa. Credette di essere morto. In quello stesso istante molti uomini fecero irruzione nella sua stanza, ed egli si alzò e li seguì senza far loro alcuna domanda. Giunti all’uscita della galleria, trovarono della plebaglia che gridava: «È un prete! Bisogna legarlo! Abbasso l’ipocrita! Abbasso quest’uomo vizioso! Bisogna portarlo in giro per la città con un cartello!» Le donne e gli uomini urlavano. E il forestiero, constatando che il suo sogno stava continuando, si sorprendeva di vedersi oggetto di una simile collera, di vedersi esposto a tanto risentimento! Fu con molta pena che acconsentì di farsi mettere su una carrozza, che procedette con estrema lentezza, come se per il povero prete fosse stato il suo ultimo giorno. Ancora oggi egli non si è destato dal suo sogno funesto, ancora oggi vuole pensare di aver sognato, di essere stato vittima di un incubo, di non aver effettivamente visto Parigi, di non aver mai lasciato il suo tranquillo priorato, la sua bianca casa, la sua graziosa stanza, il suo crocifisso d’avorio, la sua insalata e il suo piccolo cavallo.

Racconti bizzarri, Jules Janin, Paginauno. Traduzione, postfazione e cura di Giorgio Leonardi. Scrittore e drammaturgo francese esponente di spicco, nel corso del secolo decimonono che ha abitato per sette decenni, del Romanticismo, Janin, celebre soprattutto per L’asino morto, in questi otto racconti, cuciti insieme nell’elegante confezione di Paginauno, propone al lettore un affresco vividissimo della stravaganza della vita e del dipanarsi della fragilissima condizione umana, che si muove sempre, come un abile equilibrista, sull’assai sottile linea di confine che vede tangersi farsa e tragedia: da non perdere.

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“Anatomia di una rivolta”

41Rk6DVnCEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il vetro della prima finestra andò in pezzi qualche minuto prima delle sette.

Anatomia di una rivolta, John Wainwright, Paginauno, traduzione di Carlo Osta. Difficile staccarsi dalle pagine di un libro quando queste hanno la rara capacità di far sentire il lettore sin da subito parte di un mondo, di una realtà che stupisce perché nuova e altra dalla sua ma al tempo stesso che pare appartenere da sempre a chi si ritrova davanti agli occhi lo squadernarsi della sua molteplicità: John Wainwright ha il dono di una rara eleganza nel racconto, che si fa chirurgica ferocia nel momento in cui descrive problemi di violentissima attualità come quelli che agitano la cittadina che d’improvviso da sorniona si tramuta in una polveriera di tensioni razziali e indicibili efferatezze. E dove trovare, in tutto questo, pace e giustizia? Deflagrante, agilissimo, maestoso.

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