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“Ossigeno”

41MKFXYr1UL._AC_UY218_ML2_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È come aver vinto una lotteria al contrario…

Ossigeno, Sacha Naspini, e/o. Come si va avanti dopo quattordici anni di prigionia? Come si continua a vivere dopo che si è stati rinchiusi in gabbia, come polli in batteria? Come si affronta l’avvenire quando d’improvviso mentre stai mangiando assieme a tuo padre irrompono le forze dell’ordine e ti comunicano che lo stimato professore che ti ha messo al mondo è in realtà un atroce e perverso maniaco? Che quel che resta è solo menzogna, sgomento e paura? Naspini con bellissima prosa affronta il tema della perdita, declinandolo nelle sue mille complesse accezioni, con forza e scabra potenza: da non perdere.

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“Pura”, la cristallinità di Andrew Miller

Pura_Millerdi Erminio Fischetti

Dopo il memorabile Il talento del dolore e l’apprezzato Ossigeno, arriva a distanza di molti anni in Italia, un nuovo romanzo di Andrew Miller, autore inglese che ad alcuni non ricorderà nulla, ad altri un giocatore di football americano, ad altri ancora uno sceneggiatore e attore canadese. Ma per gli esperti di letteratura britannica contemporanea e dei premi annessi Andrew Miller è un portento della prosa rigorosa e classica, della ricostruzione della Francia del Settecento, della questione ungherese del ’56 – del Novecento, eh – e di una serie di personaggi di scienza straordinari che vivevano nell’epoca dei Lumi forse non proprio illuminati.

Pura, l’ultima opera di Miller che Bompiani pubblica con traduzione di Sergio Claudio Perroni, non rinnega lo stile dello scrittore di Bristol, anzi lo rinforza nelle sue peculiarità, nella sua eleganza ricercata, forse troppa, mai troppo poca. Eppure ben si addice a questo romanzo tutto questo stile perché possiede una prosa porosa, lineare, che non cede il passo alla scuola di scrittura (come troppo spesso invece ormai accade), ma trae ispirazione – con coscienza e distanza reverenziale – semplicemente da quel “manipolo” di nomi esemplari che la gigantesca letteratura di Sua Maestà ha prodotto negli ultimi due o tre secoli, come Dickens o Thackeray, senza nulla togliere magari a quei Miserabili del versante francese di monsieur Victor Hugo, che talmente hanno fatto scuola che sono diventati persino (sic!) un musical di Broadway con ovvia deriva hollywoodiana. Sembra proprio quest’ultimo l’autore del quale il caro Miller è debitore.

Come? Raccontando la storia di un giovane ingegnere alle prime armi, che nella Parigi pre-rivoluzionaria del 1785 (che Miller non abbia fatto una chiacchierata con Hilary Mantel?) ottiene dal re il malaugurato compito di dover abbattere un cimitero diventato la fonte dei problemi sanitari della città, nonché rifugio limitrofo di tutta una serie di malcapitati personaggi del sottobosco della povertà estrema, che si riduce a mendicanti, prostitute, ladri, annessi e connessi. Qui il giovane verrà aiutato da una ragazzina, che in fondo è la Cosette di turno, e che meglio esplicita la citazione letteraria, che poi non si limita a questo e riconduce a tutta una scrittura ancor precedente al venerabile Hugo, come quella di Racine o di Voltaire o, a voler essere più spicci, molto molto successiva, ovvero all’amato e contemporaneo (australiano) Peter Carey. Tanta è la classe, altrettanta la stima per un autore, Andrew Miller – non il giocatore di football americano, non lo sceneggiatore/attore canadese -, di riconosciuto valore.

 

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