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“Oreo”

Screenshot_20200407-103728di Gabriele Ottaviani

Oreo non seppe mai il nome del suo avversario, ma fu felice di aver avuto l’occasione di mettere in mostra i suoi muscoli da mocciosa. Tornò all’accampamento confortata dalla consapevolezza che la sua metà ebrea le aveva evitato l’anemia falciforme, e la sua metà nera l’aveva protetta dalla malattia di Tay-Sachs.

Oreo, Fran Ross, SUR, traduzione di Silvia Manzio. Nero fuori, bianco dentro, celeberrimo e dannatamente buono, Oreo è un biscotto. Ma è anche il soprannome di Christine, ragazzina statunitense dal carattere indomito che ha la mamma nera e il padre ebreo, qualche rudimento di arti marziali, lingua svelta e cervello ancora di più, e che proprio per andare alla ricerca del genitore perduto e delle sue radici parte per un viaggio rocambolesco, tra Don Chisciotte, Teseo e la Telemachia: non è un semplice, ammesso e non concesso che l’aggettivo sia adeguato, romanzo, di formazione ma non solo, è una vera e propria delizia scritta in stato di grazia. È persino meglio del biscotto (il che è tutto dire…): imprescindibile.

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