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“La Roma di Pasolini”

La Roma di Pasolini_frontdi Gabriele Ottaviani

Ultimo film realizzato da Pasolini, ispirato all’opera incompiuta Le centoventi giornate di Sodoma del Marchese De Sade. Prima pellicola del ciclo incompleto della Trilogia della morte, sequela che avrebbe dovuto opporsi alla cosiddetta Trilogia della vita composta da Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte. Se nella Trilogia della vita viene celebrata l’esaltazione dell’essere umano e il sesso è rappresentato in un’ottica di purezza adolescenziale, nella Trilogia della morte i temi cardinali sono il dolore fisico e psicologico, mentre il sesso è interpretato come un atteggiamento vizioso, simile all’esercizio aberrante del potere. Ambientato durante gli ultimi giorni del Fascismo, durante i quali quattro rappresentanti della Repubblica Sociale Italiana organizzano dei rastrellamenti tra giovani di ambo i sessi e si chiudono con loro in una villa di campagna. Il Duca è impersonato da Paolo Bonacelli, il Monsignore da Giorgio Cataldi, Umberto Paolo Quintavalle interpreta l’Eccellenza, mentre Aldo Valletti è il Presidente. Pena la morte, i ragazzi vengono sottoposti a una depravata dittatura sessuale e ridotti a oggetti di ubbidiente perversione. La storia si svolge nell’arco temporale di tre giornate, durante le quali tre megere, ex meretrici, ovvero la signora Castelli, la signora Maggi e la signora Vaccari, interpretate rispettivamente da Caterina Boratto, Elsa De Giorgi e Hélène Surgère, raccontano vicende abbinate alle caratteristiche delle diverse giornate. Dopo l’Antiferno, si incontrano il “cerchio delle passioni”, il “cerchio della merda” e il “cerchio del sangue”, struttura chiaramente ispirata alla Commedia dantesca. Il film viene presentato al Festival di Parigi il 22 novembre del 1975, tre settimane dopo la morte di Pasolini, ma l’opera subisce un sequestro preventivo; la visione in sala a Milano viene riprogrammata per l’11 gennaio dell’anno successivo ma, essendo condannato il film per oscenità, le copie vengono sequestrate. A febbraio, dopo sostanziali tagli che lo riducono inizialmente a 117 minuti e infine a 111, contro i 145 originali, il film viene nuovamente distribuito nelle sale. La produzione è di Alberto Grimaldi che, a causa di questa pellicola, subisce un processo per corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico dal quale verrà poi assolto; la fotografia è ancora una volta firmata da Tonino Delli Colli, le musiche sono di Ennio Morricone, il montaggio realizzato da Nino Baragli, le scenografie da Dante Ferretti. Hélène Surgère è doppiata da Laura Betti, Aldo Valletti da Marco Bellocchio, mentre la voce di Giorgio Cataldi è prestata da Giorgio Caproni. Un film dalle immagini forti che infastidisce, disturba fisicamente lo spettatore; un grido estremo e raggelante, un’opera dove crudeltà e parodia mai si separano e di cui Pasolini, già durante la lavorazione, afferma: “La ragione profonda che mi ha spinto a fare il film, io credo, è il vedere proprio ciò che oggi il potere fa alla gente. Cioè la manipolazione totale, completa che il potere sta facendo delle coscienze e dei corpi della gente”. Dopo la visione dell’opera in molti tra scrittori e artisti si esprimono in merito; le opinioni sono molto differenti. Mario Soldati scrive: “Dopo pochi minuti, ho capito che Salò non soltanto era un film tragico e magico, il capolavoro cinematografico ma anche, in qualche modo, letterario di Pasolini: ma un’opera unica, imponente, angosciosa, e insieme raffinatissima, che resterà nella storia del cinema mondiale”. Ben più critico è Italo Calvino…

La Roma di Pasolini – Dizionario urbano, Dario Pontuale, Nova Delphi. Accattone. Aniene. Appia. Autobus. Bar Necci. Bassani. Bellezza. Bertolucci. Betti. Borgate. Campetti di pallone. Caproni. Carcere. Casal Bertone. Casilina. Cecafumo. Dialetto. Donna Olimpia. Fellini. Gadda. Gazometro. Guttuso. Idroscalo. Pelosi. Pietralata. Pigneto. Ragazzi di vita. Trullo. Valle Giulia. Villa Borghese. E molto, molto, molto altro. Personaggi. Luoghi. Opere. Pasolini era friuliano, ma a Roma era di casa. A Roma è morto. Di Roma, Mamma Roma, come il suo film con la sensazionale, tanto per cambiare, Anna Magnani, ha saputo raccontare ogni angolo. Come e forse meglio di chiunque altro. Senza dubbio come nessun altro mai. A mondo suo. Nuovo. Unico. Talmente potente da essere diventato un classico. Pontuale compila l’elenco alfabetico dei lemmi e delle locuzioni che compongono il linguaggio scabro e amoroso di Pasolini, avvalendosi anche di uno splendido corredo di immagini e di un’eccellente bibliografia, con una dovizia di particolari tale da non consentire che nemmeno la più infinitesima delle curiosità resti inevasa. Da non lasciarsi sfuggire per nessun motivo.

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Intervista, Libri

Dario Pontuale, Pasolini e Roma

La Roma di Pasolini_frontdi Gabriele Ottaviani

Dario Pontuale è l’autore del volume La Roma di Pasolini: Convenzionali ha il piacere di intervistarlo.

Chi è Pasolini per lei?

Sembra banale, però un raro esempio di coraggio e onestà intellettuale. Coraggio e onestà portate fino in fondo, fino alle estreme conseguenze: senza alibi, senza sconti, senza accordi. Coraggio e onestà pagate a caro prezzo, punite senza alcuna pietà.

Cosa rappresentava Roma per Pasolini?

Un punto di arrivo, un luogo affascinante nel quale, almeno all’inizio, cercò una fuga assieme alla madre, un lavoro, ma rapidamente divenne altro. La città dove “perdersi” e scoprire un certo tipo di umanità che viveva in borgata, cresciuta secondo leggi e costumi ben lontani dalla logica comune. Scoperta che, ben presto, si dimostrò epifanica.

Com’è cambiata Roma nel tempo, in particolare negli ultimi decenni?

Roma è la mia città, qui sono nato e vivo nonostante tutto; nonostante l’infinito affetto e la crescente delusione. I segni del cambiamento sono evidenti e definirlo degrado sarebbe qualunquistico. Roma è cambiata perché sono cambiate, in peggio, le persone che la vivono. È aumentata esponenzialmente la loro indifferenza e il resto è tutto tristemente consequenziale. Serve cura per città simili e la cura, assieme all’attenzione, sono ormai introvabili.

Quali sono i principali problemi della città?

Lo ripeto: la mentalità di chi la vive. Chi sente le “cose” come proprie le salvaguardia spontaneamente dall’incuria, chi invece le “sfrutta” poco si interessa di cosa verrà dopo o se degenereranno.

Roma è compresa meglio da un romano di nascita o d’adozione?

Credo possa essere compresa da chiunque la voglia davvero comprendere, non è una città che si nasconde o non si “offre”. Un romano di nascita forse possiede una connaturale abitudine al “ritmo”, alle distanze, alle dinamiche millenariamente inspiegabili. Ciò non è una forma di accettazione, soltanto una tacita forma di ossequio.

Qual è la peculiarità prima di Roma?

La luce.

Le storie romane di Pasolini avrebbero potuto essere ambientate altrove?

Dubito. Ciò che Pasolini racconta è qualcosa di strettamente legato alla città, ai suoi costumi, gusti, modi di dire. Sottrarre anche uno di questi fattori dai visi, voci, gesti dei personaggi pasoliniani, corrisponderebbe a privarli dell’anima, sarebbe come privare attori di teatro di un fondale necessario.

Roma, Pasolini e il cinema: che connubio è?

Indispensabile quanto essenziale, un palcoscenico naturale. È il risultato diretto di come l’idea si trasformi in immagine, di quanto un linguaggio artistico si sviluppi in altro linguaggio senza perdere l’essenziale concetto di partenza.

Esistono eredi di Pasolini?

Sfortunatamente non credo di intravedere così spiccate qualità di analisi, soprattutto nessuna coraggiosa e onesta visione del futuro. Mancano sguardi che sappiano arrivare in profondità.

Esiste ancora una tradizione romana in qualche ambito?

Vorrei rispondere sì, ma non sono così sicuro. Esistono micro realtà che non chiamerei però tradizioni, certamente esiste, anzi resiste ancora una “cultura romana” intesa come approccio all’esistenza. Purtroppo la tradizione necessita di memoria e la memoria questa città la via via svendendo.

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“Io e il Che”

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Ernesto aveva addosso un’inquietudine irrimediabile.

Io e il Che, a cura di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini, Nova Delphi. Non mancano molti giorni, in effetti, al cinquantesimo anniversario della morte di quello che è stato ed è tuttora, anche se certo in misura diversa rispetto a qualche anno fa, poiché tutto è cambiato, in primo luogo la società medesima, per molti un mito, un simbolo, un esempio, un modello. Medico. Guerrigliero. Politico. Teorico. Rivoluzionario. Un faro nella notte dei diritti civili, un luminoso astro nel firmamento della giustizia sociale. Attraverso la forma del dialogo, della confessione, della confidenza, della conversazione, venticinque uomini e donne (Luciana Castellina, Erri De Luca, Pepe Mujica, Massimo Carlotto, Piergiorgio Odifreddi, Valerio Evangelisti e molti altri, finanche suo fratello Juan Martín Guevara) lo raccontano, ognuno a suo modo. Interessante.

 

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“Novelle della grande guerra”

front_pirandello_novelle_guerradi Gabriele Ottaviani

Speriamo che la giustizia trionfi… Ma se non dovesse trionfare? Trionferà di qui a un altro secolo… La storia ha larghi polmoni, e un arresto di respiro è cosa momentanea. Può anche darsi, del resto, che sembri un’altra, di qui a un altro secolo, la giustizia. Non c’è da fidarsi; e non è questo, creda, che importa. Ciò che realmente importa è qualche cosa d’infinitamente più piccolo e d’infinitamente più grande: un pianto, un riso, a cui lei, o se non lei qualche altro, avrà saputo dar vita fuori del tempo, cioè superando la realtà transitoria di questa sua passione d’oggi; un pianto, un riso, non importa se di questa o d’altra guerra, poiché tutte le guerre su per giù son le stesse; e quel pianto sarà uno, quel riso sarà uno.” Così io lo udii parlare a lungo, con una smania che mi si esasperava di punto in punto, quanto più, parendomi in fondo che dicesse giusto, mi sforzavo di frenarmi. Non avrei voluto ascoltarlo, e lo ascoltai invece fino all’ultimo. Quando scattai in piedi, sdegnato, amareggiato, naturalmente non me lo vidi più davanti. Come una tenebra d’angoscia m’aveva rioccupato il cervello: ero ricaduto in preda alla mia cocente passione. Mio figlio doveva partire in quei giorni per la frontiera. Della sua partenza imminente volevo e non riuscivo a sentirmi orgoglioso. Egli avrebbe potuto, come tanti altri della sua età e della sua condizione, sottrarsi almeno per il momento ai suoi obblighi: s’era invece presentato subito, volontario, all’appello. Lo guardavo avvilito e quasi mortificato. Il ribrezzo più che trentenne di un’alleanza odiosa, fomentato ora dallo sdegno, dall’orrore delle atrocità commesse dai nostri alleati di jeri, aveva per dieci mesi roso il freno d’una disumana pazienza.

Novelle della grande guerra, Luigi Pirandello, Nova Delphi, a cura di Pietro Milone. Luigi Pirandello è senza dubbio il maestro della novellistica, novecentesca e non solo: nella forma breve del racconto scava con inusitata e ineguagliabile profondità nelle pieghe più recondite dell’animo umano e della società che, fatta dagli esseri umani per gli esseri umani, spesso a volte proprio nei loro riguardi si comporta in maniera del tutto assurda, alienante, straniante, perversa. Come perversa è la guerra, sempre e comunque, anche quando in realtà i ridondanti proclami di chi governa, e al fronte, dunque, non va, ammantano le azioni di eroismo, più che di morte. In questi otto racconti l’umorismo dell’autore è caustico contro le ipocrisie, sottile e profondo, ma al tempo stesso partecipe e pietoso. Homo sum, nihil humani alienum mihi puto, scriveva del resto Terenzio… Un classico da scoprire e riscoprire.

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“Miss Dorothy Phillips, mia sposa – E altri racconti di cinema”

front_quiroga_missdorothydi Gabriele Ottaviani

È tutto finito. Mi resta solo da fare i preparativi e lasciare Los Angeles. Cosa lascio, in fondo? Un cattivo affaruccio immaginato, frustrato. E più in basso, ridotto in cenere, il mio cuore.

Uruguaiano, uno dei più grandi scrittori del primo Novecento, si uccise col veleno quando seppe di avere un male incurabile. Prosatore raffinatissimo e anima oppressa da mille travagli, ebbe mille interessi, fra cui è impossibile non fare menzione dell’arte del sogno per immagini, esperienza collettiva e al tempo stesso individuale, ingannevole e insieme ossia il cinema. Il padre sudamericano del racconto breve latinoamericano visse gli anni del muto e i primordi del sonoro, e fu profeta e pioniere della relazione fra cinema e letteratura – non solo di questo, in realtà – nella metà meridionale del continente americano: non a caso nei periodici del suo tempo comparvero diverse note, vari saggi e un certo numero di recensioni a sua firma. Per la prima volta in Italia Nova Delphi racchiude quattro racconti che rappresentano appieno questo sentire, scritti tra gli anni Venti e Trenta: Miss Dorothy Phillips, mia sposa, Lo spettro, Il vampiro e Il puritano. Miss Dorothy Phillips, mia sposa – E altri racconti di cinema, con introduzione di Giacomo Scarpelli, storico della filosofia e sceneggiatore (Il postino, Romanzo di un giovane povero, La cena, Opopomoz, N (Io e Napoleone) e Christine Cristina, esordio alla regia di Stefania Sandrelli, che davvero dovrebbe ritirare fuori quel progetto dal cassetto che ha pensato per Margherita Buy tanti anni fa…), è l’ennesima grande imperdibile prova di Horacio Quiroga.

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“Anaconda”

productdi Gabriele Ottaviani

Quando Anaconda, in complicità con gli elementi nativi del tropico, meditò e pianificò la riconquista del fiume, aveva appena compiuto trent’anni.

Anaconda, Horacio Quiroga, Nova Delphi. Impreziosita da uno scritto di Mauricio Rosencof, l’edizione con cui si ripropone la prosa di uno dei più complessi e importanti autori dell’inizio del ventesimo secolo, uno fra i numi tutelari di quella letteratura sudamericana che ancora oggi è vista come un punto di riferimento a livello internazionale, per la capacità di sviluppare temi anche fra di loro in apparenza incoerenti con grande armonia, ricreando un mood omnicomprensivo che dà al lettore la sensazione di ritrovarsi immerso in una realtà altra, ignota e affascinante, è semplicemente magnifica. In questo testo Quiroga racconta il mondo da terra, la selva con lo sguardo del serpente, miscelando sogno e narrazione, lirismo e tragica doglianza, come quella che ha caratterizzato la stessa parabola esistenziale dello scrittore, dando voce al muto, nudo e innato vitalismo della natura, frustrata dall’umana protervia. Un classico da recuperare, ben tradotto da Francesca Casafina.

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