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“Il discorso”

di Gabriele Ottaviani

Allora, negando il concetto stesso di orgoglio, aspettavo pazientemente che una delle due sponde finisse per cedere e mi alzavo per raggiungerla, a testa bassa, mentre l’altra squadra gridava al trionfo come se la partita fosse già vinta e fosse quasi superfluo disputarla in campo. Ecco cosa emana anche da te, Ludo: un profumo di trattative al rovescio. E quindi vedi, Ludo, no, in questo preciso istante sapere cos’è il taxon di Lazzaro non è una delle grandi priorità della mia vita, ma di’ pure, ti ascolterò, o farò finta di ascoltarti, perché tra scarti incollati al cemento bisogna essere solidali. Noi siamo della stessa squadra, Ludo, e allora perché mi fai questo? Perché un discorso? Perché chiedermelo proprio oggi, il giorno dell’abisso delle 17:56?

Il discorso, Fabrice Caro, Nottetempo, traduzione di Camilla Diez. Agrodolce, esilarante, ironica, autoironica, farsesca presa di coscienza e autocoscienza della fragilità degli individui, sentimentale, magnetica, magnifica, questa commedia umana fatta di ossessioni e possessioni, passioni e ipocondrie, genialità e sregolatezze, affetti e richieste, prende le mosse da un’ora fatale, quella in cui ancora non è arrivata la risposta tanto attesa, e null’altro riesce a passare per la testa del protagonista. Dopo settimane di separazione un uomo, un po’ Woody Allen, un po’ Nora Ephron, cerca di riallacciare i rapporti con la donna che vorrebbe che tornasse accanto a sé. Ma lei, dopo mezz’ora, ancora non replica, e la testa e il cuore del malcapitato vanno letteralmente in subbuglio… Una delizia.

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“Un tempo gentile”

di Gabriele Ottaviani

Quando tutti se ne andavano, Robin se ne restava da solo nell’orto, seduto su un muretto, una sigaretta stretta fra le labbra e una dietro l’orecchio, i piedi dentro scarpe scalcagnate, da bambino povero, i calzoni stretti sopra le caviglie che facevano apparire le sue gambe magre due bastoni, una bisaccia di stoffa appesa alla cintola con dentro quello che chiamava l’occorrente, l’immancabile libro sulle ginocchia. Malgrado la corporatura esile, era un torello. Nel poderetto, di cui era un tenero amante, estirpava le erbacce, potava le siepi, dissodava il terreno. Quando ci trattenevamo a cena al Rudere e lui non arrivava, andavamo a chiamarlo: “Ehi, Robin, non vieni?” Lui ci guardava esterrefatto per quanto trovava strano che qualcuno si accorgesse della sua assenza e si preoccupasse per lui. Certe volte lo trovavamo addormentato, steso sul muretto, gli occhiali storti sul naso. Glieli toglievamo delicatamente, per non svegliarlo. E perché non si prendesse un malanno, chi di noi non usciva mai senza uno scialle, con quello lo copriva, come fanno le madri.

Un tempo gentile, Milena Agus, Nottetempo. Carciofi, nemmeno si trattasse della proverbiale Mimongo, di Ladispoli o della californiana Castroville, benché l’origine della coltivazione del fiore caro a Neruda sia araba, e biomasse: di questo vive un paese sardo in cui l’esistenza scorre neghittosa, ripetitiva, abulica, nel bel mezzo del campidanese, lontano dal mare e dallo scintillio delle tendenze di moda. Almeno finché non cambia tutto, perché dei migranti vengono ospitati nel cosiddetto Rudere, una casa male in arnese, per loro una nuova dimora, punto d’approdo dopo una fuga. Nessuno nasce straniero, tutti cerchiamo accoglienza e accettazione: Milena Agus ragiona di questo con tenerezza e delicatezza, tra concretezza e simbolismo. Da non perdere.

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“Kolja”

di Gabriele Ottaviani

Questo ci siamo detti con Natalia, e probabilmente è stato così; poi la fantasia di Nataša, che ha i suoi abissi, ha fatto la sua parte. Tuttavia, non vedo l’ora di verificare le informazioni che possiedo – tornati a casa, abbiamo subito chiamato l’orfanotrofio di Charkiv; la direttrice, e la stessa Maša, ci hanno assicurato che non era accaduto nulla di tragico, e che Kolja era certamente in un altro istituto; ma purtroppo, nel disordine di quel periodo, non riuscivano a darci riferimenti. Il responsabile della Croce Rossa di Charkiv, che ha incontrato personalmente la direttrice, ha potuto verificare che le condizioni dell’internat sono buone, ma mancano gli adeguati supporti pedagogici e didattici; i bambini fanno un percorso scolastico molto superficiale e alcuni di loro, gli oligofrenici, appunto, sono abbandonati a se stessi; se la loro salute mentale diventa un problema, vengono mandati negli ospedali o, quando va bene, com’è accaduto a Kolja, anche grazie alla crisi dell’Ucraina Orientale, in istituti piú dotati e organizzati. Fatto sta che, attraverso il direttore precedente, cui siamo riusciti a risalire, siamo arrivati alla pratica di Kolja e alla sua presenza in quest’istituto a quaranta chilometri dalla capitale. Informazioni certe, ma non sarò tranquillo finché non avrò visto il ragazzino.

Kolja – Una storia familiare, Giulia Corsalini, Nottetempo. Famiglia è dov’è amore, e dove spesso si finge che tutto vada bene per non dare un dispiacere a qualcuno cui si tiene, o per proteggere chi è più fragile. Sono sull’orlo del baratro della crisi più nera l’uomo e la donna che decidono di ospitare nella loro bella casa per fare in modo che si purifichino dall’aria mefitica della loro terra d’origine tre ragazzi ucraini: il breve tempo della vacanza però non è che una parentesi, chiusa la quale ognuno, per così dire, ritorna alla propria vita, al proprio ripiegarsi su sé medesimo. Ma tra gli Urali e il mar Nero scoppia la guerra, e di Kolja, il più piccolo, il più indifeso, il più delicato, si perdono le tracce. E come fare a lasciar perdere, come evitare che questa ricerca diventi il fulcro della vita? Sarebbe possibile? Sarebbe giusto? C’è forse un tempo in cui si può o deve smettere di essere genitori, quali che siano i sentieri tortuosi attraverso cui lo si diviene? Magistrale ed emozionante, sentimentale senza sentimentalismo, potente.

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“L’amante del vulcano”

Sontag_Amante_FrontCover_HRdi Gabriele Ottaviani

La famiglia in lacrime fu portata a un’uscita posteriore e spinta in strada. Nel frattempo il duca e il fratello, tremante nella sua camicia da notte, erano stati tenuti sotto sorveglianza nella scuderia. Quando il falò fu acceso, vennero portati nel cortile e legati a delle sedie perché potessero vedere. L’incendio continuò per tutto il pomeriggio. Il Raffaello, il Tiziano, il Correggio, il Giorgione, il Guercino e tutti gli altri sessantaquattro dipinti… nel fuoco. E i libri, testi di storia, di viaggio, e scienza, e d’arte e mestieri; l’opera completa di Vico e di Voltaire e di d’Alembert… nel fuoco. Nel falò sempre più alto, quello che non brucia: la sua collezione di rocce vesuviane – prese al fuoco, restituite al fuoco. Gli squisiti orologi, le pendole, le bussole, i cannocchiali con gli specchi di platino, i microscopi, i cronometri, barometri, termometri, odometri, grafometri, ecometri, idrometri, alcolometri, pirometri… rotti, liquefatti. La luce si scurì. Il fuoco continuò a bruciare. Scese la notte. Spuntarono le stelle. E incendiava l’incendio. Il fratello pianse per un po’ e implorò di essere slegato e poi si addormentò. Il duca osservava, con gli occhi che gli bruciavano. Tossiva convulsamente, non diceva parola. Quando non ci fu più niente da scagliare tra le fiamme, parte della folla si radunò intorno alle loro sedie per lanciare insulti. Giacobini. Amici dei francesi. Poi alcuni uomini presero coraggio e per prima cosa misero le mani addosso al duca, strappandogli calze e scarpe, e poi tagliando la corda che gli legava le braccia dietro la schiena in modo da levargli la giacca di seta, il panciotto, la cravatta e la camicia di lino. Il duca si dibatté mentre gli strappavano i vestiti, non tanto per opporsi a quel che gli veniva fatto quanto per renderlo più facile, in modo da poter riassumere al più presto la rigida postura di stoica rettitudine, la sola rimostranza che reputasse consona alla propria dignità. A torso denudato, sollevò di nuovo la testa. Restò ancora muto. Maggior coraggio, maggiore crudeltà. Un barile di pece, che si trovava in un angolo del cortile, era stato fatto rotolare vicino al fuoco. Alcuni uomini immersero delle scodelle di legno nel barile e gettarono la pece cocente sul fratello, che si svegliò con un grido e poi rovesciò la testa all’indietro come se gli avessero sparato. E qualcuno gli sparò. Slegarono il corpo e lo gettarono nel falò. Il duca urlò.

Emma è una delle donne più belle che si siano mai viste, ed è uno dei vertici di un triangolo amoroso che, all’ombra dello sterminator Vesevo, per citar Leopardi, il monte maestoso che erutta lava e ha brulle, riarse e impervie pendici su cui comunque pertinace e simbolica, riesce a gemmare la ginestra solidale, connette Horatio Nelson all’uomo con cui la sensuale creatura è legittimamente sposata, unita in quelle che per lui, Sir William Hamilton, ambasciatore e collezionista britannico dall’aspetto quiescente come la superficie delle opere d’arte per Winckelmann, che vi sa scorgere in profondità il procelloso agitarsi di passioni: nella Napoli del resto di niente, della rivoluzione, di Eleonora Pimentel Fonseca Susan Sontag ambienta una storia potentissima e solenne, universale: L’amante del vulcano, Nottetempo. Traduzione di Paolo Dilonardo, che revisiona a venticinque anni di distanza la sua stessa opera per questa nuova edizione. Imperdibile.

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“Inventario di alcune cose perdute”

Screenshot_20200317-152304di Gabriele Ottaviani

Al tempo in cui Nabucodonosor II saccheggia Gerusalemme, Solone regna ad Atene, i Fenici circumnavigano per la prima volta il continente africano e Anassimandro ipotizza che l’origine dell’essere sia da individuare in una sostanza primordiale indefinita e che la natura dell’anima sia simile all’aria, Saffo scrive: Mi sembra pari agli dei quell’uomo che siede di fronte a te e vicino ascolta te che dolcemente parli e ridi un riso che suscita desiderio. Questa visione veramente mi ha turbato il cuore nel petto: appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire, ma la lingua mi si spezza e subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie e su me sudore si spande e un tremito mi afferra tutta e sono più verde dell’erba e poco lontana da morte sembro a me stessa. Ma tutto si può sopportare, poiché… Buddha e Confucio non sono ancora nati, l’idea di democrazia e la parola “filosofia” non sono ancora state inventate, ma Eros – servo di Afrodite – già regna con il pugno di ferro. Non è solo un dio tra i più antichi e potenti, ma una malattia dai sintomi poco chiari, che colpisce inaspettatamente, una forza della natura che travolge, una tempesta che frusta e agita il mare, e sradica persino le querce, una fiera indomabile che ti assale fulminea, sprigiona un desiderio impetuoso e causa atroci tormenti – passione dolceamara, struggente.

Tuanaki, la tigre del Caspio, l’unicorno di Guericke, Villa Sacchetti, il ragazzo vestito di blu, i carmi d’amore di Saffo, il castello dei von Behr, i sette libri di Mani, il porto di Greifswald, l’enciclopedia nel bosco, il palazzo della repubblica, i disegni della luna di Kinau: ci sono, come dice Emily Dickinson, cose che volano, e cose che restano, ci sono cose che si ricordano, che non si può né vuole dimenticare, e cose che si perdono nella memoria, cose che si scelgono di abbandonare all’oblio per lasciare spazio ad altre e cose che si trattengono perché hanno un significato tutto loro, particolare, specifico, unico, insostituibile, perché la loro rimembranza ci definisce, cose che abbiamo e cose che mancano, perché è vero che l’assenza è una più acuta presenza, e non possiamo balzare in groppa a un alato destriero per recuperare il nostro senno sul satellite più prossimo che abbiamo. È una designer e si vede l’autrice di questo testo, che è un’opera d’arte, che amalgama forma e sostanza, parola e immagine: Flavia Pantanella traduce con maestria per Nottetempo Judith Schalansky, che, come già nel suo Atlante delle isole remote, e per certi versi anche nel suo eccellente Lo splendore casuale delle meduse, gioca, in questo poderoso saggio-memoir-catalogo, splendido sin dal titolo, come di consueto raffinatissimo, Inventario di alcune cose perdute, a ricostruire il passato – la storia del mondo e dell’umanità è piena di cose perdute, smarrite, dimenticate, distrutte – partendo, come nel caso dei versi di Saffo, da pochi frammenti, gocce di memoria: impeccabile e imprescindibile.

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“La coscienza imbrigliata al corpo”

IMG_20191114_101245.jpgdi Gabriele Ottaviani

Amare. È come accettare di farsi scorticare sapendo che in qualunque momento l’altra persona può andarsene via con la tua pelle.

Dopo RinataSusan Sontag torna a quindici anni dalla scomparsa in libreria per Nottetempo con un nuovo volume, splendido sin dalla veste tipografica, che ne raccoglie diari e taccuini, stavolta fra il millenovecentosessantaquattro e il millenovecentoottanta, ossia la parte centrale, in ogni senso, della sua vita, La coscienza imbrigliata al corpo (traduzione di Paolo Dilonardo, cura, sopraffina, di David Rieff), un’antologia imperdibile di pensieri, parole, opere e davvero poche, verrebbe da dire, omissioni, incontri, amori, viaggi, riflessioni, idee, progetti, approfondimenti, letture: manca oggi come oggi un’intellettuale di tale pregio, eppure, grazie all’immortalità che dona la letteratura, è più viva che mai. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Nina dei lupi”

616IGK1C6lL._AC_UL320_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le restaurazioni sono grottesche, il più delle volte…

Nina dei lupi, Alessandro Bertante, Nottetempo. La civiltà, per lo meno per come la conosciamo, non esiste più ormai da tre anni, da quando si è abbattuta sui viventi una Sciagura dai contorni niente affatto nitidi ma senza dubbio dagli esiti a dir poco devastanti. Una frana, che l’ha isolata dal resto del mondo, è stata la tragica salvezza per una comunità montana nella quale, fuggita dalla metropoli spersonalizzante, tentacolare e dall’atmosfera ormai completamente avvelenata da una follia di cui è imbevuta e intrisa in ogni recesso e meandro, Nina, dodicenne orfana, osserva il cielo e le nere trame che lo solcano ma non cede all’assenza di speranza. E… A otto anni dalla prima pubblicazione torna in libreria un romanzo distopico, apocalittico, simbolico, deflagrante. Da leggere.

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“Gli anni, i mesi, i giorni”

81upS8Ej6iL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La prima notte di nozze la ragazza aveva avuto una crisi…

Gli anni, i mesi, i giorni, Yan Lianke, Nottetempo, traduzione di Lucia Regola. I Monti Balou, immaginaria catena montuosa che si staglia in Cina, sono lo sfondo suggestivo e allegorico su cui, in un continuo gioco di specchi, rimandi e riverberi, prendono luogo i due romanzi brevi raccolti in questo volume che tratteggia con delicata e policroma incisività spaccati ammalianti di vita contadina, immaginifici e lirici, sia nel bene che nel male, conducendo il lettore con mano sicura nei misteriosi meandri dei misteri dell’animo umano e dell’ineffabilità di certe inesprimibili ma deflagranti sensazioni. Intenso e struggente, meraviglioso sin dalla copertina.

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“Il falco”

61SlvoZnfIL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alla fine del XVII secolo in Europa la falconeria cominciò però a perdere terreno…

Il falco, Helen Macdonald, Nottetempo, traduzione di Anna Rusconi. Helen Macdonald ha già raccontato nel suo intenso, affascinante, divulgativo, interessante, intrigante e appassionante Io e Mabel la storia del suo rapporto, che per qualcuno può risultare anche davvero sorprendente, con un astore: adesso, con dovizia enciclopedica di particolari e con uno stile bello e brillante, realizza un ritratto competentissimo e istruttivo dal punto di vista etologico, naturale, biologico e persino storico di un animale che indubbiamente, pure a livello simbolico, non può che incantare. Corredato da splendide immagini, è assolutamente da leggere.

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“Nella quiete del tempo”

71Omecs1X4L._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il figlio del vecchio Boski, Paweł, voleva diventare “qualcuno”. Temeva che, se non si fosse dato subito da fare, sarebbe rimasto una “nullità” come suo padre e avrebbe passato la vita a sistemare scandole su un tetto. Per questo all’età di sedici anni se n’era andato di casa, dove regnavano le sorelle, tutt’altro che graziose, e aveva trovato lavoro presso un ebreo di Jeszkotle. L’ebreo si chiamava Aba Kozienicki e commerciava in legno. All’inizio Paweł svolgeva le mansioni di semplice taglialegna e scaricatore, ma dovette piacere ad Aba, perché ben presto gli affidò un incarico di grande responsabilità: la marchiatura e lo smistamento dei tronchi. Perfino mentre era intento a smistare il legno, Paweł Boski non smetteva di guardare al domani: il passato non lo interessava. La sola idea di poter plasmare l’avvenire e di influire su ciò che sarebbe successo lo eccitava. Talvolta si soffermava a pensare alle leggi che regolano i destini umani. Se fosse nato in un castello come Popielski, sarebbe stato lo stesso che era adesso? Avrebbe pensato allo stesso modo? Gli sarebbe piaciuta Misia Niebieski?

Nella quiete del tempo, Olga Tokarczuk, Nottetempo, traduzione di Raffaella Belletti. Il premio Nobel, come da previsione al femminile, il quinto battente bandiera polacca da quando esiste il riconoscimento, per la letteratura del duemiladiciotto, che se lo è visto assegnare per un’immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita, come da motivazione ufficiale, ma con un anno di ritardo – il che ha creato non poche perplessità – per le note vicende legate ai comportamenti assolutamente indegni di cui è stato accusato di essersi macchiato uno dei membri della commissione giudicante, che per premiare l’eccellenza intellettuale deve ispirarsi – perlomeno sarebbe auspicabile – anche a una spiccata e specchiata integrità morale, è negli scaffali delle librerie italiane con un testo che ne conferma ed esalta l’eccellenza della prosa: Prawiek è un villaggio fatto di valli e stagni ricchi di carpe, gli animali che più per antonomasia, come si dice anche nel celebre Cronaca di un disamore di Cotroneo, amano le coccole – da non intendersi, naturalmente, come le aulenti bacche del ginepro -, abitato da personaggi che sembrano usciti dal Castello dei Destini Incrociati e che è sito al centro dell’universo, creazione fantasmagorica di un Dio non privo di vanità. E proprio lì accade che… Magistrale.

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