Libri

“Via le mani dalla Via Lattea!”

nothombdi Gabriele Ottaviani

Terrestri, è qui che voi entrate in gioco…

Via le mani dalla Via Lattea!, Juliette Nothomb, Vague edizioni. Traduzione dal francese di Gabriella Montanari. Illustrazioni di Lorenzo Balocco. Non sempre il talento è una questione di famiglia, anzi, in certi casi è proprio vero il contrario, tanto grandi sono i genitori, tanto deludenti sono i figli, o viceversa. Esistono però delle eccezioni: si pensi per esempio ai Redgrave. O alle Nothomb. Sì, perché non solo Amélie è una scrittrice formidabile, geniale, sublime, unica, sempre perfetta: c’è anche sua sorella, Juliette, cronista gastronomica e non solo. Che arriva per la prima volta con un suo libro in Italia. E fa rivivere Jules Verne e compagnia cantante. Tra quasi due millenni, nel quattromilaundici, un brusco e terribile riscaldamento climatico colpisce difatti gli abitanti della Via Lattea, che vivono in mari di latte di cui si nutrono abbondantemente. Il problema è che però questa salvifica ambrosia si sta tramutando precipitevolissimevolmente in rancido burro. Come fare per correre ai ripari? I Lattesiani hanno un’idea, chiamare in causa i più esperti della galassia: i terrestri… Una delizia per tutte le età.

 

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Libri

“I nomi epiceni”

41tFwFujRZL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dominique non chiedeva altro che di lasciarsi rassicurare.

I nomi epiceni, Amélie Nothomb, Voland, traduzione di Isabella Mattazzi. Probabilmente se vi fosse un dizionario illustrato che abbinasse a ogni sintagma una fotografia non vi sarebbe immagine migliore per definire la locuzione “autrice di culto” (con pieno merito, per inciso, perché la sua voce e il suo stile, finanche nell’abbigliamento, sono unici e inconfondibili e, per chi li apprezza, irresistibilmente suggestivi ed evocativi) di una qualsiasi di Amélie Nothomb, scrittrice incredibilmente prolifica, amatissima dal pubblico, pluripremiata, e sempre geniale e innovativa, mai uguale a sé medesima benché comunque riconoscibile e nonostante non manchi mai, in un certo qual senso, come del resto ogni artefice che si rispetti, di prendere le mosse dalla propria vicenda personale per sublimare l’autobiografia (nel suo caso ampia e varia: belga, figlia di un diplomatico, ha vissuto in Giappone, in Cina, in Bangladesh, ha sofferto di anoressia, ha lavorato come traduttrice ma anche come guardiana mobbizzata dei bagni di un’importante azienda…) nell’arte. Pesce, sentinella, coniuge: sono questi alcuni esempi di nomi epiceni, sostantivi cosiddetti ambigenere, che danno il titolo, come sempre legato da una connessione lirica e poetica, un po’ come sosteneva di fare Magritte per i nomi delle sue opere, al nuovo romanzo di Fabienne Claire – così all’anagrafe – Nothomb. Il francese consente che esistano nomi epiceni anche tra quelli propri: esempi sono Dominique e Claude, che possono valere sia per il maschile che per il femminile, cangianti come shantung nella loro manifestazione identitaria, unici e molteplici. Sono loro i protagonisti, che il dodici di settembre del millenovecentosettanta si incontrano e ancora non sanno che le loro vite, da quell’istante, cambieranno per sempre, in un formidabile climax di passione e ossessione. Come sempre da non perdere.

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“Riccardin dal ciuffo”

592_20170209164201.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era la fine di novembre, pioveva disperatamente: Altea spalancò le finestre e trovò sublime quel cielo da suicidi. Si stese sul letto e si lasciò sommergere dal freddo: le guance in fiamme, rivisse il suo primo bacio centinaia di volte, il viso di Tristano che si avvicinava al suo, le palpebre abbassate a nascondere i suoi begli occhi, la meravigliosa stranezza di due bocche che diventavano una sola, e poi le parole del ragazzo, quelle parole incredibili che penetravano dentro di lei a mano a mano che si abbandonava alla loro vertigine.

Riccardin dal ciuffo, Amélie Nothomb, Voland, traduzione di Isabella Mattazzi. La regina è tornata. Amèlie Nothomb, una voce talmente originale da essere riuscita a diventare, nel corso del tempo, che ha attraversato e attraversa con invidiabile souplesse, senza mai perdere in credibilità o in forza espressiva, un classico vero e proprio, capace di non finire mai di dire quel che ha da dire, come Italo Calvino insegna, affronta di nuovo un tema che le è caro allo stesso modo con cui lo è agli dei chi giovane lascia la vita: la favola. Gioca con la tradizione popolare senza pudore, ridendo sovversiva e mostrando l’ampia e coloratissima gamma delle potenzialità dell’immaginazione e della letteratura, penetrando il mistero dell’amore e della natura umana attraverso le storie di Deodato, intelligentissimo ma altrettanto brutto, e Altea, un incanto di fanciulla che pare però essere più vuota del nulla. Ma… da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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Libri

“Il delitto del conte Neville”

copertinadi Gabriele Ottaviani

Sto bestemmiando, non è vero? Vorrei poter bestemmiare di più. Temo di non esserne capace.

Amélie Nothomb e il mito. Una storia d’amore. Di riferimenti. Di riscritture. Rimandi, prese di coscienza, rielaborazione. Un materiale che viene riplasmato, e dà vita a nuove forme, pur partendo da un classico contenuto. Un banchetto. Una festa d’addio. Una figlia scomparsa. Una profezia. Un destino tragico da rifuggire. Tra il decadentismo e i tragediografi dell’Ellade che fu, la scrittrice, la cui prosa è come sempre scintillante, unica, insostituibile, anche se, forse perché la leggiamo da sempre, e tanto, può suonare quasi automatica, si muove in uno spazio che è una tela bianca che colora col suo estro. Il delitto del conte Neville, Voland, traduzione di Monica Capuani. Si legge d’un fiato.

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