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“Non essere cattivo”

non essere cattivodi Gabriele Ottaviani

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia e assai applaudito da critica e pubblico, il film postumo di Claudio Caligari, per cui tanto si è speso Valerio Mastandrea coinvolgendo anche due storiche rivali come Rai e Mediaset (o meglio Mediaset Group, per il tramite della Taodue di Pietro Valsecchi), Non essere cattivo, è una bella opera d’autore e di genere – pur trascendendolo -, solida, scritta benissimo, densa, fluida, coinvolgente (succede di tutto, ma non c’è mai l’effetto accumulo: per dire, quello che ha rovinato negli ultimi anni Susanne Bier), compiuta, credibile, diretta con mano rigorosa e con buonissime prove attoriali, che chiude in maniera nitida, pulita, asciutta e senza retorica il cerchio di cui i primi tratti erano stati descritti con Amore tossico, cui è seguito L’odore della notte, con il sempre bravo Marco Giallini. Il fulcro, tema cui Caligari è stato sempre legato, è la droga, ma sarebbe troppo semplice ridurre una tale densità di trama a quello che è solo un elemento: per esempio il rapporto tra i due amici e che ognuno di loro instaura con le donne della propria vita è davvero interessante, così come il racconto dell’ossessione per il denaro, tipica degli anni Novanta (la vicenda si svolge a Ostia tra millenovecentonovantacinque e millenovecentonovantasei: peccato che in qualche inquadratura si vedano automobili immatricolate evidentemente tempo dopo…), che condiziona le vite dei protagonisti, la società e la borgata, luogo simbolico che però ha ormai perduto la sua propria vena poetica pasoliniana, scivolando nello squallore più aberrante. Da vedere.

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