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“Il movimento delle foglie”

71Z0o6lf-YL._AC_UY218_ML2_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il Jack of Diamonds era una bassa costruzione di legno scuro a incastro con finestre squadrate e gialle, sullo sfondo della foresta incombente. Pierre entrò dal retro, passando per la cucina, e scese in cantina, dove aveva un armadietto con delle calze e delle scarpe da tennis asciutte. Le indossò e tornò di sopra. Seduti al bancone c’erano Chris Garner e Larry Rudd. Passavano di lì tre o quattro volte alla settimana a bere birra e a parlare di questioni oscure e banalità di ogni giorno, come i tosaerba a lame rotanti e i tritarifiuti, che sono più pericolosi di quanto abitualmente si ritiene. Avevano passato i cinquanta e tanti anni prima avevano giocato insieme in una squadra di basket che era quasi arrivata a disputare un torneo a livello statale. Ora Rudd aveva due negozi di aspirapolvere e Garner vendeva scarpe. Mentre parlavano, Pierre cambiò la disposizione delle bottiglie dei superalcolici. Le ordinò per colore, un criterio che gli altri baristi trovavano poco professionale, dato che i gin azzurri finivano accanto alle vodke azzurre, per esempio, ma fa niente. «Eh, l’abbiamo guardato» disse Rudd. «Mia moglie e io, nella nostra comoda casetta. Abbiamo guardato il film dall’inizio alla fine. Ma se quello doveva essere un film sexy, non so, forse mi è sfuggito qualcosa».

Il movimento delle foglie, Tom Drury, NNCari lettori, qualche tempo fa ho scritto The Driftless Area, un romanzo che arriva adesso in Italia nella traduzione di Gianni Pannofino con un nuovo titolo: Il movimento delle foglie. Vi chiederete il perché di questo cambiamento. Seguitemi e cercherò di spiegarlo. Driftless Area è il termine geologico che designa una zona insolitamente aspra del Midwest settentrionale, caratterizzata non tanto da dolci distese di campi e pascoli quanto da profondi burroni, caverne e foreste, scogliere e tumuli preistorici. Non è quello a cui si pensa quando si parla di Midwest, o almeno non è quello a cui penso io, che sono cresciuto nelle pianure dell’Iowa (una regione simile alla Grouse County dove ho ambientato altri miei romanzi). Drift (impulso, spinta, ma anche deriva, corrente) si riferisce al residuo di pietre, di sabbia e di argilla prodotto dalla formazione e dallo scioglimento dei ghiacciai dell’Era glaciale; si ritiene quindi che la glaciazione abbia toccato solo leggermente quell’area, e che l’antico territorio sia stato eroso fino a diventare com’è oggi, bellissimo e pieno di mistero, il luogo giusto per questo racconto neo-noir di amore e rapina, riflessione metafisica e trucchi di magia praticati introducendosi in casa d’altri alla vigilia di Capodanno. Ed ecco il problema: The Driftless Area non rende quasi niente di tutto questo… Così Drury inizia la sua nota, appositamente redatta di proprio pugno per l’edizione italiana di questo romanzo di raro splendore sin dalla sensazionale copertina che narra la storia di Pierre, una vicenda esistenziale ricca di sfumature e profondità che si dipana in modo apparentemente normale, quasi banale, in una neghittosa tranquillità. Se non fosse che in realtà a ben guardare le immagini giustapposte rivelano molto di più di quel che sembra, e… Impeccabile e imperdibile, una voce suadente e sublime.

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“La volontà del male”

51zKkavPl4L._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E poi Aqil uscì e mi guardò in modo severo. Indossava ancora la camicia insanguinata, ma aveva delle bende sulla spalla. «Andiamo» disse. Uscimmo con aria cupa dal pronto soccorso e arrivammo nel parcheggio, stava ancora piovendo.

La volontà del male, Dan Chaon, NN, traduzione di Silvia Castoldi. Dustin ora è psicologo e ha in cura fra gli altri un ex poliziotto in congedo che indaga sulla morte per annegamento di alcuni ragazzi, delitti dietro i quali vede, coinvolgendo pertanto anche Dustin, l’ombra di un omicida seriale. Sono passati trent’anni da quando assieme alla cugina Kate nel corso di un drammatico dibattimento in tribunale che non ha mancato di far emergere inquietanti connessioni col culto di Satana Dustin ha testimoniato contro il fratello adottivo Rusty, assassino di genitori e zii, condannato all’ergastolo ma adesso uscito di galera perché tutti i capi d’imputazione contro di lui sono caduti. E… Mozzafiato.

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“Anche noi l’America”

unnameddi Gabriele Ottaviani

«Com’è andata la tua giornata?» chiese mia madre dopo che fui entrato ed ebbi lasciato cadere a terra lo zaino. «Tutto ok». «Qualcosa di interessante?». «No». Mia madre disse a Quisqueya: «È diventato un uomo di poche parole». «Come tutti gli uomini» ribatté Quisqueya. «A parte i miei figli, è ovvio. Chiamano tutte le sere dall’università per parlare con me». «Ridimmelo, in quale università stanno?» domandò mia madre fingendo di non saperlo. «Hai una pessima memoria, Celia. A Notre Dame». «Oh, certo! Notre Dame. Non so perché me lo scordo sempre». Quisqueya si girò per guardarmi. «Vedo che passi molto tempo con la figlia dei Rivera» disse. Mia madre schioccò la lingua. «Non negli ultimi tempi. Mayor è in punizione». Quisqueya rimase a bocca aperta. «In punizione!». Mia madre scosse la testa come se le dispiacesse di averlo detto. «È una cosa da nulla» disse. «Be’, prima sì. Prima passava molto tempo con lei». Quisqueya si girò di nuovo. «Che peccato, quella ragazza. Ma quando vi vedo insieme sembra che parliate davvero. Cioè, come persone normali». «Lei non sa nulla di Maribel» dissi, con le guance in fiamme e la voce piatta come un muro. «Non quanto te, questo è poco ma sicuro» disse Quisqueya. «Sono solo amici» disse mia madre.

Anche noi l’America, Cristina Henríquez, NN, traduzione di Roberto Serrai. Introduzione dell’autrice a questa nuova edizione. Maribel è bella. È felice. È una ragazzina come tante. Poi un giorno tutto cambia. Ha un incidente. Ha bisogno di assistenza. Di cure. E le migliori non possono certo esserle offerte dal sistema sanitario o presunto tale del Messico. Bisogna andarsene negli USA. Nel Delaware, per l’esattezza. Anche questa, in fondo, è una faccia del caleidoscopio del sogno americano. I genitori lasciano la loro povera ma sicura dimora e vanno all’avventura. Bramano un futuro sereno. Accanto a loro in quella terra straniera che li considera estranei vive Mayor. La sua famiglia è lì da tre lustri. Provenienza: Panama. È un ragazzino, il solo per cui il volto ora triste di Maribel ogni tanto si increspa di nuovo in un sorriso. E… Quanta delicatezza nel racconto del dolore, quanta tenerezza nel canto della speranza, quante sfumature ha la parola accoglienza: emozionante. E fondamentale anche dal punto di vista etico e politico, oggi più che mai, quando la memoria è corta e l’egoismo enorme.

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“Ragazzo d’oro, ragazza di smeraldo”

106451-9788894938418di Gabriele Ottaviani

Allora via Giardino era una stradicciola sterrata, un campicello di rafano su un lato, di grano sull’altro.

Ragazzo d’oro, ragazza di smeraldo, Yiyun Li, NN, traduzione di Eva Kampmann. Meraviglioso sin dalla copertina, il nuovo libro dell’autrice di uno dei migliori volumi in assoluto comparsi sugli scaffali in Italia negli ultimi tempi, ossia il sublime fin dal titolo – e no, non è affatto un’iperbole, anzi, è riduttivo – Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua, conferma un talento che mette in imbarazzo perché si è costretti a usare i superlativi, dato che il grado positivo dell’aggettivo non basta a qualificarlo adeguatamente. E ai superlativi ormai, nella società odierna, sempre più violenta, invidiosa, rabbiosa, cattiva, non ci crede più nessuno, perché se ne è fatto abuso in precedenza. È come la storia del pastorello che dice sempre mentendo che arriva il lupo, e quando quello giunge sul serio e gli sbrana le pecore nessuno gli presta soccorso. Non ti credono gli amici o presunti tali quando ti confidi con loro illudendoti che poi non vadano a ridire i fatti tuoi alla città e al mondo, non ti credono se sei buono e ti accusano di buonismo, non ti credono se sei sincero pensando che tu menta a prescindere, figuriamoci se si può aver credibilità parlando attraverso uno schermo. Eppure, davvero, per definire Yiyun Li viene alla mente il titolo del documento di Pio IX che ha sancito il dogma dell’immacolata concezione, Ineffabilis Deus. Perché ha una scrittura divina. E perche è ineffabile. Non si può dire. Per Dante è ineffabile Dio. Per noi, che siamo infinitamente più piccini, è inesprimibile pienamente la bravura di questa autrice. Le parole non bastano. Va letta. Bisogna immergersi nella sua prosa, lirica come un verso di Petrarca, e lasciarsi emozionare. In questi racconti c’è, semplicemente, tutto il senso della vita. Magistrale ed eccezionale.

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“Nel nome”

IMG_20190510_003607di Gabriele Ottaviani

La bambina non è morta, dorme.

Nel nome c’è il destino, per citare il celebre duecentosessantanovesimo verso del Persiano di Plauto: il nome è un lemma, ha un significato, è un soggetto, è un’identità, è emblema, sintesi, quintessenza. Il nome di Maria vuole dire amore, maternità, fedeltà, purezza, devozione: è da questo nome che Alessandro Zaccuri prende le mosse per la sua ricerca caleidoscopica, declinata in mille forme, del senso della vita, conducendo con mano sicura il lettore nei meandri di un agilissimo e avvincente viaggio dell’anima che coinvolge, convince, arricchisce, insegna, induce alla meditazione, conquista. Nel nome, NN. Imprescindibile.

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“Canta, spirito, canta”

91u8w2OrriL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni volta che dici qualcosa, lo guardi come se fossi un cagnolino. Come se aspettassi una carezza.

Canta, spirito, canta, Jesmyn Ward, NN, traduzione di Monica Pareschi. Secondo volume (che sin dalle prime battute appare – il che per un episodio intermedio, che non può trarre vantaggio né dalla sorpresa iniziale né dalla compiutezza d’una conclusione, all’interno di un’ideale narrazione seriale, che sia antologica e dunque volendo anche parcellizzabile e autoconclusiva o strettamente cementata, è pressoché un miracolo – ancor più potente del primo, il magnifico Salvare le ossa, di cui scrivemmo così: Bois Sauvage, Mississippi, è letteralmente nell’occhio del ciclone. La tempesta sta arrivando. È questione di minuti, ore, giorni. Un uragano potrebbe abbattersi sulla località, e devastare ogni cosa. Ci sono baracche. Boschi. Rottami. E la Fossa. Un avvallamento. In cui vive una famiglia. Non c’è madre. Skeetah deve assistere il suo pitbull da combattimento dopo il parto, Randall, quando non gioca a basket, si prende cura del piccolo Junior, il padre cerca di barcamenarsi come può per far fronte all’emergenza incombente, Esch, la protagonista, unica figura femminile in un mondo pressoché tutto al maschile e mascolinizzato, in questi dodici epici giorni in cui la vita e il mito si intrecciano, i legami si cementano, l’amore è l’unico faro nella notte, disperato anelito di pace contro tutto e tutti, narra la sua vicenda, legge la storia degli Argonauti, è innamorata di Manny e scopre di aspettare un bambino. Scritto in stato di grazia, è una monumentale cornucopia di delizie. Appagante.) della trilogia di Bois Sauvage, in un Mississippi aspro, selvaggio, impastato di sangue, memoria e dolore, intessuto d’amore, retaggi, tradimenti e fiducia, in cui la formazione dell’individuo viene edificata dalle sconfitte e dalle prese di coscienza più che dalle soddisfazioni, che si palesano assai di rado all’orizzonte, cantato con lingua tragica ed epica, il nuovo romanzo di Jesmyn Ward, che sa affrescare anche l’invisibile, racconta la storia di Jojo, che ha tredici anni e sta diventando un uomo, ma non ha molti punti di riferimento, a parte il nonno materno, Pop, padre di Leonie, amorevole e dalla pelle nera. Jojo è figlio anche di Michael, un bianco galeotto della Bible belt la cui famiglia non ha la benché minima intenzione di avere a che fare col ragazzo, ed è custode della memoria dello zio Given, morto adolescente, che di notte appare anche a Leonie, la quale, quando Michael sta per tornare a vedere il sole senza scacchi, lascia Bois Sauvage per raggiungerlo. Forse per Jojo è questa l’occasione di diventare davvero adulto? Monumentale.

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“Lullaby Road”

71VHUke7mBL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La strada si srotolava davanti a me sotto un sole abbagliante, e le colline ricoperte di neve riflettevano i raggi di luce.

Lullaby Road, James Anderson, NN. Traduzione di Chiara Baffa. Walt fa il predicatore, Ginny è mamma, Ben col suo camion fa le consegne lungo la statale numero centodiciassette che attraversa lo stato dello Utah, tra deserto e foreste, montagne e valli, miniere e mormoni: un giorno si imbatte in un bambino. Ispanico. Muto. Lo prende con sé. Qualcuno glielo ha affidato. La provvidenza? E se fosse questa, sarebbe salvifica o destinata al naufragio come l’omonima barca verghiana? Emozionante, travolgente e mozzafiato, questo crime che attanaglia e sorprende dalla prima all’ultima riga, attraverso una stratificazione di raffinati sedimenti filosofici, frasi sentenziose e impeccabili, personaggi stranianti e benissimo caratterizzati, fa immergere il lettore in un meccanismo più grande di lui, che conquista.

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Intervista, Libri

Serena Patrignanelli e la consistenza sfuggente e contraddittoria dei ricordi: “La fine dell’estate”

71ni6p5id-L._AC_UL436_di Gabriele Ottaviani

Serena Patrignanelli scrive l’ottimo La fine dell’estate: Convenzionali ha il piacere di intervistarla per voi.

Che cosa rappresenta il Quartiere?

Nel romanzo è il luogo dell’azione, una zona alla periferia di una grande città. Lontano si sta svolgendo una guerra, ma nel Quartiere la guerra non arriva se non sotto forma di assenza: partono i padri, le scuole chiudono, non c’è più niente da mangiare. Il Quartiere è il posto in cui i personaggi sono al sicuro, una realtà chiusa dove le novità arrivano a poco a poco e quindi è più facile vederne gli effetti. Sul piano simbolico direi che ho scelto un’ambientazione circoscritta, oltre i cui confini si facesse tutto sfumato e confuso, perché volevo un mondo narrativo che avesse la forma di un ricordo. Nei ricordi vediamo bene il punto preciso dove si è svolto un momento, ma quello che c’è intorno scompare.

Chi sono i protagonisti?

Sono un gruppo di ragazzini, tutti intorno agli undici anni. I personaggi principali sono Pietro e Augusto, sono amici da anni e formano una specie di piccolissima alleanza nel gruppo più vasto dei ragazzi del Quartiere. La storia del romanzo è la storia della loro amicizia e del loro tentativo di costruire una macchina col motore a gasogeno – cioè a carbone anziché a benzina: a causa della guerra di benzina non ce n’è più e Pietro e Augusto si convincono che con una macchina potrebbero andare in campagna, trovare roba da mangiare. La loro missione si intreccia con le avventure e le relazioni degli altri ragazzi: c’è Semiramide, che è appena arrivata al Quartiere insieme alla sorella, sfollate da un’altra zona molto pericolosa della città. C’è Michele, che è sempre stato il “capo” dei ragazzini ma che durante quest’estate sta cambiando, perché si accorge per primo dell’esistenza delle femmine. E c’è Virginia, che ha vissuto reclusa in casa tutta l’infanzia e finalmente ha l’occasione per liberarsi.

A quale personaggio è più affezionata?

Direi che con Augusto sono più d’accordo, se si può dire così, nel modo di vedere la vita. Virginia invece è il personaggio che mi ha sorpreso di più: nell’impianto del romanzo non era così importante, e invece scrivendo si è presa tantissimo spazio. È stato molto bello scrivere le sue parti.

Cos’è per lei l’estate?

È la mia stagione preferita (non sono molto originale, mi sa) ed è il tempo che più somiglia alla mia infanzia.

Cosa simboleggia il tempo, la storia, la memoria?

Sono tutti concetti al centro di questo romanzo. Scrivendo sono partita dai racconti che ho ricevuto dai miei nonni, dai ricordi che loro mi hanno lasciato. Non volevo ricostruire il tempo che hanno vissuto loro dal punto di vista storiografico (non ne sarei comunque stata all’altezza) ma il sentimento di quel tempo, disegnare un mondo che avesse la consistenza sfuggente e contraddittoria di un ricordo, con gli aggiustamenti, i fraintendimenti e le emozioni tipici della memoria.

Che ricordo ha della scuola?

Bei ricordi, principalmente. Appartengo a una generazione fortunata, per noi gli anni della scuola erano pieni di ottimismo, attenzione, buoni sentimenti. I problemi sono arrivati tutti dopo.

Quand’è che si diventa adulti nella vita?

Molto prima di quanto siamo disposti a riconoscerlo, direi.

Cosa perdiamo dell’infanzia nel momento in cui la abbandoniamo per sempre? E cosa portiamo, o dovremmo comunque portare, sempre con noi?

Credo si perda una certa libertà dal tempo: durante l’infanzia non ci preoccupiamo dello scorrere dei giorni, tutto si muove così lentamente. Ma quella serenità resta da qualche parte, e secondo me si circoscrive in un’immagine che portiamo dentro e che coincide con il nostro concetto di casa.

In che modo le avventure che viviamo da ragazzi ci formano?

Credo dipenda dal modo in cui si vivono le prime esperienze. Sembra che i sensi funzionino di più, i colori sono più forti, gli odori più marcati, ogni singolo elemento della realtà è acuminato e quindi ci segna. Di conseguenza quelle esperienze sono poi la matrice del resto, come una specie di forma originaria che continueremo a cercare. Non sono sicura di tutte queste risposte, eh. Credo. Non sono sicurissima.

Quali sono i suoi modelli e riferimenti?

Leggo moltissimo ma non ho riferimenti veri e propri, non sarei mai all’altezza di prendere gli autori che leggo come modelli. Mi piacciono cose molto diverse tra loro. Il filone a cui appartengono certe scrittrici nordamericane, Alice Munro, Elizabeth Strout. E, tutto al contrario, Gabriel García Márquez. E poi Roberto Bolaño. Come dicevo non penso che il mio romanzo abbia niente a che fare con le opere di questi scrittori, però sicuramente leggere certi libri mentre si scrive aiuta a ricordare qual è il modo migliore per fare le cose. Leggerli aiuta a ricordare: ecco cos’è la precisione, cos’è la fantasia, cosa sono gli incubi. Per la poesia invece leggevo i Sillabari di Parise. Che in teoria sono prosa, ma in pratica no.

Perché scrive?

Perché quando scrivo si ferma il tempo.

Che consiglio darebbe a chi sente il desiderio di raccontare per iscritto una storia?

Di avere moltissima pazienza, moltissima tenacia, e di non dire bugie.

Che città è Roma per lei?

Prima mi sembrava di averne un’idea precisa, ora non sono più tanto sicura. Quando ci penso mi viene in mente la vicinanza che c’è tra gli sconosciuti, e la bellezza del paesaggio, ma è vero anche tutto il contrario, la gente è arrabbiata, alcune parti della città sembrano monumenti allo squallore. È troppo complicato per una sola definizione.

Nella nostra società c’è ancora spazio per l’innocenza?

Penso ci sia spazio per tutto, più o meno in ogni epoca.

A cosa serve la letteratura?

Non so se sono all’altezza di rispondere a questa domanda, quando maneggio concetti così importanti sento il mio sguardo che si allarga a comprendere una quadro più grande, e poi più grande e più grande ancora, si relativizza tutto, se si capisce cosa intendo, diventa difficile essere sicuri di quello che si dice. Comunque, cercando di restare nel pratico, credo sia in primo luogo una forma di comunicazione salva e pulita, perché con la letteratura si ha lo spazio per guardare le cose senza cedere alla semplificazione. Dentro un romanzo c’è lo spazio per tutta la complessità del mondo, e tra i romanzi, gli scrittori e i lettori si instaura una riflessione comune e in un certo senso senza tempo. Quello che è stato scritto dai più grandi autori, non importa quanti anni fa, è ancora vivo e a disposizione di tutti, e pone ancora domande aperte a chi oggi legge, o a chi partecipa con opere nuove, molto più piccole magari, molto più trascurabili, ma che ancora contribuiscono allo stesso discorso. E questo per restare sull’ambito dell’utilità, poi bisognerebbe parlare di arte, ma ecco sento che il quadro si allarga a dismisua!

Qual è la forza della verità?

In assoluto non lo so, ma nella scrittura secondo me la verità è l’obiettivo. È il criterio per dire se stiamo facendo un buon lavoro o no. Tutto quello che è falso, anche se ben scritto, è da buttare.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Cent’anni di solitudine, perché ogni volta che lo leggo è un libro nuovo, quindi scegliendone uno riesco comunque a sceglierne infiniti.

E C’era una volta in America, perché è così luuungo. Ci sono tutte le cose che mi piacciono nelle storie. Personaggi enormi, anni e anni di cambiamenti, amori monumentali, colpi di scena. E per la colonna sonora.

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“La fine dell’estate”

71ni6p5id-L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La sua energia esigeva, come sempre, di essere consumata.

La fine dell’estate, Serena Patrignanelli, NN. Giovane, romana, sceneggiatrice e redattrice tv (si vede: la sua lingua, pur solenne ed epica, è al tempo stesso affilata e icastica nonché priva di lungaggini, battute d’arresto o passaggi a vuoto), menzionata al Calvino due anni fa con questo Bildungsroman dolceamaro, intimo, tenerissimo, che corre sul filo del mistero, del delitto, dell’agnizione, tratteggia ambienti e anime con piglio sicuro, senza falsi pudori, precisamente (tra le righe si scorge Pasolini, ma non solo), Serena Patrignanelli racconta il tempo dell’acquisizione della consapevolezza e della disillusione con delicata schiettezza. Tornato settembre, il futuro lascia andare i protagonisti, i ragazzi del Quartiere – per cui l’estate, fatta di cicale, erba riarsa, pelle screpolata sugli zigomi e motivi di felicità, quell’anno è arrivata in anticipo, quando, durante il vero tempo sospeso, ossia la gestazione lenta dei nove mesi di scuola che annoia e annulla stagioni intere, ad aprile invece che nello stupefacente giugno, la distruzione si è palesata in sordina, col progressivo smantellamento di tutto ciò di cui si doveva fare a meno, prima ancora delle bombe: niente più carta igienica, niente più bidelli, inchiostro secco nei calamai… – fatto di baracche, fogne, cantieri, miseria e desideri d’avventura, abitato da operai e prostitute (come Sorchelettrica, che reclama l’autovettura che Augusto e Pietro speravano di poter alimentare a gasogeno, visto che di benzina non se ne vedono ormai più che poche gocce), imbevuto di sacrifici e sentimento di capitolazione, Semiramide e Clementina, appena arrivate con la mamma, Michele e Virginia, che s’attraggono e respingono, e tutti gli altri, liberi di raccontare l’unica storia per loro importante, questa, perché dentro alla fine non esiste altro che non sia la fine medesima… Straordinario.

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“Sottovoce”

81rPkCD9teL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho fatto cose terribili.

La nostra esistenza è una raccolta di istantanee, e spesso i momenti più significativi sono quelli che da un certo punto di vista forse non avremmo mai voluto vivere, quelli in cui sono venuti a galla i desideri nascosti, le contraddizioni, le debolezze, le stravaganze, gli imbarazzi che ci hanno reso buffi, che hanno mostrato al mondo la nostra fragilità, anche i nostri lati feroci: con tenerezza e ironia Sarah Manguso tesse ottantuno policromi racconti che hanno il tono dell’aforisma ma la compiutezza delle più riuscite sinossi romanzesche, nelle quali c’è tutto quel che occorre sapere e anche di più. Per Nn Sottovoce. Leggerlo è il miglior regalo che ci di possa fare. Traduzione di Gioia Guerzoni.

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