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“La parola magica”

71cr-MAdYEL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Tornando alle onoranze della psichiatra, il problema è stato che proprio ieri mattina in azienda è arrivata la notizia di un blocco al forno di Milano. Si è rotto il terzo impianto crematorio e quindi si è creata una gran congestione di bare da smaltire. La situazione è peggiorata velocemente e hanno deciso di dirottare i nuovi arrivi al forno della val Cuvia. Glielo spiego con l’espressione di chi ha il controllo della faccenda. I fratelli mi guardano come se fossi appena sbarcato dalla Luna. Loro non lo sanno, ma sembrano tutti sbronzi. La membrana è un regime di follia temporanea. Semplifico, e dico loro che possono scegliere: mandare la mamma in val Cuvia per velocizzare la pratica oppure aspettare che si sblocchi il forno di Milano e riavere le ceneri in quattro o cinque giorni. Senza pensarci due volte, scelgono la val Cuvia. Chiedono se debba esserci un parente o qualcuno ad accompagnare il feretro, io dico di no, loro annuiscono in sincrono.

La parola magica, Anna Siccardi, NN. Inserito nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione, l’ottimo esordio letterario di Anna Siccardi, autrice, e si capisce, dalla sua prosa così vivida, corale, precisa, puntuale, connotata nel dettaglio, ricca di sfumature, senza tempi morti, di testi teatrali e cortometraggi, diplomata in Drammaturgia alla Scuola Civica Paolo Grassi, collaboratrice di Harper’s Bazaar e dottoressa in estetica e storia dell’arte (anche la raffinata consuetudine alla bellezza del suo scrivere, simbolico sin dall’efficacissimo titolo, è chiara), dipinge una pinacoteca di ritratti umani simbolici – sette, è carico di significati anche il numero dei personaggi, così come quello delle storie, dodici: rispettivamente, dunque, tre più quattro e tre per quattro – del male di vivere contemporaneo, della lotta di ognuno con i suoi demoni, della ricerca del proprio posto nel mondo, dell’incastro perfetto, come se fossimo vasi in cocci ma, alla giapponese, esaltassimo le fessure con l’oro, traendo ispirazione dal celebre dodecalogo metodologico degli alcolisti anonimi. Da non perdere.

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“Il nome della madre”

camurridi Gabriele Ottaviani

Pietro non si muove, e lei lo chiama ancora, non ha paura, non ha la tentazione di scappare, ha, dentro di sé, la curiosità di sentire cosa voglia quella donna, è sicuro che gli racconterà di sua madre, che sarà capace di imitarne la voce, che sarà capace di trasformarsi in lei, nel sorriso di quella fotografia, che sarà capace di trasformarlo in un bambino piccolo, che lo terrà in spalla e lo coccolerà. La guarda e non dice niente, la guarda e poi si volta, verso casa di Miriam che lo sta aspettando.

Il nome della madre, Roberto Camurri, NN. A misura d’uomo è un capolavoro, ma si sa che, se il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista, per il secondo libro forse è ancora peggio. Camurri, marito, padre, parmense nativo di Fabbrico, classe millenovecentottantadue, di undici giorni più giovane dell’urlo di Tardelli, però non ha di questi problemi: non c’era bisogno della conferma del suo gran talento, ma è arrivata ed è una splendida notizia. È tutto da godere questo intimo, delicato, profondo, poetico e maestoso romanzo, che racconta la storia di Ettore, che proprio a Fabbrico, meno di settemila abitanti in quel della provincia di Reggio nell’Emilia, nel cuore della pianura padana, vive solo con suo figlio Pietro, che alla madre somiglia in un modo tale che ferisce lo sguardo, da quando la moglie se n’è andata senza una spiegazione. E sarà proprio Pietro, anni dopo, a tessere nuovamente i fili di una storia che passa anche attraverso una madre di cui non resta nemmeno un ricordo: ma… Incantevole.

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“I cieli di Philadelphia”

mooredi Gabriele Ottaviani

Roundhouse non è il vero nome del quartier generale della polizia di Philadelphia, ma io l’ho sempre sentito chiamare soltanto così. È un edificio in stile brutalista che in certi punti, come suggerisce il nome, è arrotondato e fatto di un cemento grigio-giallastro che con la pioggia diventa più scuro. Dicono sempre che trasferiranno gli uffici altrove e in effetti ha senso: il dipartimento di polizia ha esaurito lo spazio. Oggi questo palazzo ha un’aria datata e severa, ma non riesco a immaginare che possa ospitare qualcos’altro, proprio come non riesco a immaginare che i Binari non siano la casa di chi li frequenta. La settimana scorsa l’azienda ferroviaria, Conrail, e l’amministrazione comunale hanno finalmente cominciato ad asfaltare la zona. Ma il caos prende sempre il sopravvento, anche quando gli viene sottratto lo spazio. Dentro, nell’atrio, riconosco due agenti e li saluto con un cenno. Mi lanciano occhiate strane: Cosa ci fai qui? vorrebbero chiedermi. Mi dispiace che mi abbiano visto. Un appuntamento agli Affari Interni è sempre motivo di pettegolezzi e qualche volta di fraintendimenti.

I cieli di Philadelphia, Liz Moore, NN. Traduzione di Ada Arduini. Scrittrice, musicista, docente di scrittura creativa alla Temple University di Philadelphia, vincitrice sei anni fa del Rome Prize, tanto da aver trascorso dodici mesi all’American Academy capitolina, nella prestigiosa sede di Via Angelo Masina, sul colle del Gianicolo, il mons aureus, dai riflessi dovuti ai raggi del sole, per gli antichi, Liz Moore, selezionata anche con il suo Il peso per l’International IMPAC Dublin Literary Award, descrive con perizia affascinante in questo romanzo torrenziale, potente, elegante, solido, compiuto e appassionante una storia di legami che vanno oltre il sangue, radici, memoria, verità, menzogne, sentimenti (ma senza mai nemmeno la benché minima traccia di retorico sentimentalismo) ed emozioni: Michaela Fitzpatrick è un’agente di polizia che vive sola e da sola cresce il suo piccolo, dolce e intelligente Thomas mentre il lavoro di pattuglia la porta a battere palmo a palmo Kensington, il quartiere di Philadelphia, città bella, affascinante, antica, maestosa e contraddittoria, anche per non perdere di vista Kacey, amata sorella che vive per strada, dipende dall’eroina e che, proprio nel momento in cui qualcuno comincia a uccidere le prostitute come lei, in quel quartiere della parte settentrionale della città tristemente noto proprio per le problematiche connesse al fatto di essere una sorta di tragico mercato delle droghe a cielo aperto, il più grande della East Coast e con gravi guai in ambito pure sanitario, un giorno svanisce. Inizia dunque una vera e propria corsa contro il tempo, e non solo… Ottimo.

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“La strada di casa”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

Lavorare a quel modo, essendo incinta e dovendo trascorrere tutte quelle ore lontana dai suoi bambini, non era certo la soluzione ottimale ai suoi problemi, ma non aveva grosse alternative. Non voleva nemmeno prendere in considerazione i sussidi statali. Accettare gli aiuti per i figli a carico o addirittura i buoni-spesa del governo non era nel suo scadenzario dei pagamenti – mi riferisco al suo bilancio personale – visto che qualsiasi tipo di assistenza sociale proveniva dalle tasse. E una parte di quelle tasse almeno in teoria proveniva dalla contea di Holt. Jessie lo sapeva. E non voleva niente dalla gente di Holt. Non voleva niente che non si fosse pagata da sé. Su questo Doyle Francis aveva ragione.

La strada di casa, Kent Haruf, NN. Traduzione di Fabio Cremonesi. Si torna a Holt. Per l’ultima volta. Ma non dobbiamo essere tristi. Anzi. Dobbiamo ringraziare il cielo di esserci potuti giungere. In più occasioni. Non tutti hanno avuto questa fortuna. Almeno, finora. Tutti però possono averne almeno qualche scintillante brandello. In un modo facile e magnifico. Ossia leggendo i romanzi di Kent Haruf, immergendosi nella sua lingua sopraffina, lasciandosi abbracciare dalla dolente tenerezza dei suoi dolci, fragili, feriti personaggi, inconsolabili e consolanti. Leggere Haruf è un balsamo per l’anima, ogni volta. Questo gioiello che irradia nel mondo come un prisma colpito dalla luce policrome radiazioni di bellezza ha per protagonista Jack, a cui Holt, da sempre, è stata stretta come una camicia di una taglia sbagliata. Infatti ne è stato via per ben otto anni, lasciandosi alle spalle un ricordo tutt’altro che positivo e di cui il tempo non ha affatto addolcito il sapore, tanto che quando torna sono pochissimi quelli che, vedendolo alla guida di un’appariscente Cadillac rossa con la targa del Golden State, non si sentano ardere la gola da una sete di giustizia. Ma cos’è accaduto davvero? E chi è sul serio Jack? Ce ne parla il suo vecchio amico Pat, ma… Emozionante, monumentale, sublime.

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“Tempo variabile”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Di sicuro la cronologia dei miei ordini finirà per segnalarmi grazie a qualche malvagio algoritmo governativo. Un sacco di volumi sul governo di Vichy e la resistenza francese e molti più libri su spionaggio e fascismo di quanto qualsiasi civile possa aver bisogno. Fortunatamente ci sono un romanzo di Jean Rhys e un libro per Eli intitolato Come disegnare robot che li depisteranno… Dopo ogni catastrofe inizia un periodo in cui quasi tutti si aggirano cercando di capire se si è trattato davvero di una catastrofe…

Tempo variabile, Jenny Offill, NN. Traduzione di Gioia Guerzoni. Esistono mestieri che rivestono nella società un ruolo viepiù importante per motivi che non sono direttamente connessi al loro svolgimento dal mero punto di vista funzionale: si tratta di riferimenti che edificano e punteggiano il nostro senso di collettiva umanità. Una di queste professioni è quella di bibliotecaria, poiché attraverso il contatto diretto con le persone e con i libri si possono capire in maniera decisa e precisa moltissime cose, anche di sé, anche quelle che non si immaginano neppure. La biblioteca del resto com’è noto è per l’appunto non solo il posto dove ci sono i libri, ma il luogo dove una parte consistente proprio della nostra succitata umanità si raccoglie. Lizzie è una bibliotecaria, è buona, generosa, amata, affidabile, ha degli amici, un marito, un figlio, un fratello non privo di problemi, una mamma ingombrante. Un giorno una sua amica le chiede di rispondere alle mail di un suo podcast sul cambiamento climatico, e gli interventi degli ascoltatori acuiscono le sue quotidiane e ragionevoli preoccupazioni per l’avvenire: l’America di oggi, del resto, è un universo fragile, dal punto di vista politico, economico, sociale, culturale. Lizzie, però, non rinuncia a essere quel che è… Racconto delicato, fluido e intenso, imperniato su una protagonista incantevole, il nuovo frutto maturato grazie al genio di Jenny Offill fa stare bene. Da non perdere.

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“Pattinando in Antartide”

Diski_defdi Gabriele Ottaviani

Le sue reazioni erano spaventose, in quanto i più piccoli insuccessi le sembravano catastrofici e lei rispondeva di conseguenza. La sua amarezza e mancanza di controllo mi provocavano ansia o peggio, ma non penso che lo facesse con deliberata cattiveria. Non credo che riflettesse abbastanza sulle sue azioni né che la cattiveria vi entrasse intenzionalmente. Dava in escandescenze, concedendo libero sfogo ai propri sentimenti, non poteva fare altro. Era triste più che cattiva e, credo, in preda a genuino sconcerto per il fatto che la vita era fuori dal suo controllo. Non era abbastanza perspicace per essere considerata responsabile dei risultati del proprio comportamento, avendo ricevuto un’educazione con forti carenze emotive. Ciò mi lascia poco spazio per un qualsiasi sentimento d’ira nei suoi confronti. Vivere con lei, giorno dopo giorno, era come pattinare sul ghiaccio appena formatosi. Andava sempre in pezzi, ma non c’era alternativa, nessun altro posto dove andare. Non c’era spazio per l’ira, ma neanche per l’affetto. Lei mi diceva spesso, me lo urlava, che tutti avevano bisogno della mamma. Che un giorno anch’io ne avrei avuto bisogno, quando lei non ci sarebbe stata più, e allora mi sarei accorta che… figurarsi se non avevo dei bisogni, io, ma quale che fosse la cosa di cui avevo bisogno, non era lei, anche se era mia madre. Non riesco a ricordare un momento della mia vita in cui abbia desiderato di averla con me. Pensando a lei in qualità di madre non posso che stringermi nelle spalle per la casuale sorte avversa che mi ha affidato a una donna con la capacità emotiva di un bimbo in fasce. Cattiva, triste sorte; crescere i bambini è come giocare ai dadi. Quasi che uno potesse prendersela con il ghiaccio perché è troppo fragile per sostenere il suo peso.

Pattinando in Antartide, Jenny Diski, NN. Traduzione di Francesca Bandel Dragone con una nota di Fabio Cremonesi. Il bianco in realtà non è un colore. È la somma di tutti i colori. Per Jenny, nata nel millenovecentoquarantasette, morta quattro anni fa, rappresenta gli ospedali in cui da ragazza ha passato troppo tempo, è la tinta dell’oblio, dell’annullamento, un liquido amniotico in cui scivola lasciandosi cullare. Ma è anche un anelito, una brama di speranza disperata: vuole arrivare laddove il bianco è più bianco (ma non ha previsto che inciamperà in una ridda di colori…), l’Antartide, e lì vuole perdersi per ritrovarsi, viaggiando ai confini del mondo. È una fuga, in cui rammendando i fili della memoria si imbatte nella vaga rimembranza di una madre – lei che è madre a sua volta, e ha una figlia che vuole conoscere sua nonna – di cui non sa nulla da decenni, di un padre truffatore, dell’abominio della depressione, della madre adottiva, Doris Lessing… Deflagrante, schietto, destabilizzante, disarmante, raffinatissimo, magnifico.

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“Acqua salata”

Cover_Andrewsdi Gabriele Ottaviani

La tensione che avevo dentro non mi dava tregua. Non sopportavo l’odore nei corridoi e il bisbigliare in gruppetti nel cortile della scuola. Ero volubile e mi sentivo continuamente sotto esame. Branchi di ragazze si squadravano a vicenda, e i ragazzi sbandieravano chi si era fatto chi e se le ragazze in questione baciavano più o meno bene. All’intervallo ci sedevamo in cerchio al bar a leggere i consigli di Glamour su come fare i pompini e a prenderci in giro l’un l’altra per la nostra ingenuità. Mi sentivo inadeguata e sotto una pressione straziante. Tenevo gli occhi incollati all’orologio, aspettando con ansia che la campanella comunicasse la fine di ore che si trascinavano lentamente verso la sera e mi liberasse.

Acqua salata, Jessica Andrews, NN, traduzione di Silvia Rota Sperti. Il nonno le lascia la casa, e per Lucy è un segno: non può fare a meno di tornare da Londra, per cui ha abbandonato la provincia, gli accessi d’ira del padre troppo attaccato alla bottiglia, le ansie ingestibili per il fratello sfortunato, a cui l’esistenza ha voltato le spalle da subito, mettendosi di traverso, salita ripida, quasi del tutto impraticabile, per trasferirsi in quella venusta e vetusta magione nel Donegal, laddove la natura le parla, le fa sovvenire ricordi quasi rimossi alla mente, la calma e placa. Lirico e sublime, il romanzo indaga il desiderio, la passione, l’anima, la speranza, la ricerca della felicità: e leggerlo rende felici.

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“Giovanissimi”

Cover_Forgione_Giovanissimidi Gabriele Ottaviani

I singhiozzi arrivarono quando capii che anche scendere di casa, così come stavo, e andare fino a Bologna correndo come un pazzo non sarebbe servito. Mi alzai dal pavimento e mi buttai sul letto, soffocando la faccia e il pianto nel cuscino. Trattenni il fiato, al punto che i polmoni mi fecero male. Mi svuotai. Tornai a respirare. Le lacrime non scendevano più. Mi sedetti e giurai a me stesso che quella era stata l’ultima volta che mia madre mi aveva fatto del male. Perché non potevo più andare avanti così, non aveva senso, perché stare male non serviva a niente e perché quando stai male nessuno ti vede e quindi è come se non accadesse. Pensai che volevo stare bene e che quindi mi serviva Serena. Immaginai la Calabria, il campeggio, e i miei piedi sporchi di terra. E mi sentivo molto stanco ma capii che mi serviva un nuovo motivo e agii usando le mie ultime energie. Lavai il viso e feci passare del tempo, perché non volevo che dalla mia voce s’accorgesse che avevo pianto. Feci il numero, lo sapevo a memoria. «Domani, vuoi venire a pranzo da me?». Ci mise meno di un secondo per rispondermi. «Sì» disse. Mi vestii. Il sangue mi pompava nelle vene. In un angolo della mia testa, mattone dopo mattone, muravo viva mia madre, per lasciare il resto dello spazio al resto della mia vita. Infilai i pantaloncini e una stecca era già in tasca. La fumammo tutta, io e Tonino, e lui non fece domande e quando tornai a casa, a cena con mio padre, non riuscivo a tenere gli occhi aperti e quasi nemmeno a masticare. Il giorno dopo mi svegliai e in me c’era solo calma, come se fossi nato in quel preciso istante e niente fosse mai successo prima. Misi in ordine la mia camera. Spazzai i pavimenti.

Giovanissimi, Alessio Forgione, NN. «Un secondo romanzo (dopo Napoli mon amour) di sorprendente compattezza stilistica. Un ritratto malinconico e intenso dell’età che precede la giovinezza e la piena definizione di se stessi. Una vicenda tra goliardia un po’ sbruffona di giovani aspiranti calciatori e tristezza del coabitare di un figlio e un padre dopo che la madre è andata via. Tra amicizie leali e traditrici insieme, l’emozione dirompente di un primo innamoramento, il disincanto amaro dell’“arte di arrangiarsi” in una periferia di Napoli, Soccavo, con le sue strade erte di trappole e lontane da ogni stereotipata bellezza del golfo poco lontano. Romanzo/silloge delle regole più feroci che ritmano l’ingresso all’età adulta: storia la cui potenza risiede nello sguardo e la voce di un protagonista che occupatissimo a decifrare se stesso, trova spazio tuttavia per far parlare ciascuno. Con quella empatia autentica che è intimamente connaturata solo ai veri scrittori.» Questa è la motivazione con cui Lisa Ginzburg ha candidato all’edizione di quest’anno del Premio Strega, il più prestigioso riconoscimento letterario italiano, l’eccellente romanzo di Alessio Forgione, voce narrativa fra le più significative, potenti e raffinate in questo momento in Italia e non solo. La storia, emozionante, tenera, vibrante, è quella di Marocco, che è un adolescente di Soccavo, quartiere dei Campi Flegrei dell’area occidentale di Napoli stretto fra Vomero, Fuorigrotta, Arenella e Pianura, dove fanno mostra di sé il Colombarium, l’ospizio dei Camaldolesi, la Masseria dei Domenicani, la chiesa dei Santi Pietro e Paolo e tanti altri monumenti, e dove la compagine azzurra che tanti tifosi di calcio appassiona non solo all’ombra del Vesuvio si allenava fino a sedici anni fa, quando il centro sportivo è stato abbandonato. Marocco, che del pallone è un vero talento (non altrettanto fra i banchi di scuola, che gli paiono una gabbia), vive col padre. La madre se n’è andata, svanita nel nulla. Non ne sa più alcunché, ed è un dolore che brucia, incessante: molte cose però stanno per prendere una piega inattesa. Lunno, il suo più caro amico, gli fa infatti una proposta sorprendente, e con Serena, invece, arriva a scompigliare le carte del fragile castello che è la quotidianità rammendata con fatica di Marocco nientedimeno che l’uragano dolcissimo, spaventoso, ingestibile e piacevolmente sconcertante dell’amore… Una delizia prorompente sensazionale sin dalla copertina.

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“La babysitter e altre storie”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

È buio nell’appartamento di Rick. Un buio nero come una pantera nera…

La babysitter e altre storie, Robert Coover, NN. Scrittore nativo dell’Iowa, classe millenovecentotrentadue, professore a Providence, Rhode Island, maestro della letteratura elettronica e del postmoderno, controcanto del sublime Carver, autore fra l’altro di The Origin of the Brunists, nel quale l’unico sopravvissuto a un incidente in miniera dà vita a un culto religioso, The Universal Baseball Association, Inc., J. Henry Waugh, Prop., laddove il lettore conosce Waugh, un timido contabile solitario che crea un particolare tipo di baseball in cui ogni mossa è determinata dal lancio dei dadi, e The Public Burning, sul celeberrimo e nefasto caso Rosenberg ricordato anche di recente da tanto cinema e molta letteratura, la storia di due coniugi giustiziati in pieno maccartismo perché ritenuti spie sovietiche, Coover in questi trenta racconti, ognuno reso in italiano da una voce diversa (geniale l’idea di Eugenia Dubini, editore di NN, di avvalersi di tanti autori diversi per riprodurre l’infinità di sfumature di questa scrittura), ma tutte stentoree e sensibili, descrive lo scombiccherato e destabilizzante mosaico delle contraddizioni del mondo e della natura umana con maestria sopraffina e prosa travolgente. Traduzioni di Ada Arduini, Chiara Baffa, Katia Bagnoli, Massimo Bocchiola, Luca Briasco, Guido Calza, Silvia Castoldi, Franca Cavagnoli, Gaja Cenciarelli, Matteo Colombo, Fabio Cremonesi, Serena Daniele, Riccardo Duranti, Laura Gazzarrini, Daniele A. Gewurz, Gioia Guerzoni, Eva Kampmann, Cristiana Mennella, Laura Noulian, Vito Ogro, Monica Pareschi, Silvia Pareschi, Alberto Rollo, Silvia Rota Sperti, Roberto Serrai, Chiara Stangalino, Sara Sullam, Claudia Tarolo, Martina Testa, Isabella Zani. Perderlo è un peccato imperdonabile.

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“Un altro tamburo”

tamburo.PNGdi Gabriele Ottaviani

Poi rimasi incinta di Dewey, David fu licenziato e tutto venne allo scoperto.

Un altro tamburo, William Melvin Kelley, NN. Traduzione di Martina Testa. I diritti non devono mai essere dati per scontati. Non si deve mai smettere d’impegnarsi per loro, perché a perderli ci vuole un attimo. E non bisogna mai smettere d’impegnarsi nemmeno per la conoscenza. E William Melvin Kelley, morto ottantenne un paio d’anni fa, è troppo poco conosciuto. Ed è un vero peccato, perché la sua prosa è ottima. Autore afroamericano di racconti e romanzi, professore universitario, giornalista che ha analizzato con dovizia di particolari l’annosa, drammatica e ancora non del tutto risolta, cambiando quel che dev’essere cambiato, problematica della discriminazione e della segregazione razziale, tra i più autorevoli esponenti del Black Arts Movement, venticinquenne, cinquantasette anni fa, nel momento di massima tensione in merito alla questione dei diritti civili, esordisce, dopo gli studi a Harvard, proprio con questo romanzo modernissimo e preconizzatore che gli vale  il Rosenthal Foundation Award e il John Hay Whitney Foundation Award e che narra con potenza l’amore, il desiderio, la libertà, il dolore, l’impotenza, la rabbia, l’ingiustizia, il coraggio e l’orgoglio prendendo le mosse dalla vicenda di Tucker Caliban che, sul finire degli anni Cinquanta del Novecento, in uno stato immaginario ma tremendamente credibile dell’America che riservava finanche posti a sedere sui bus e bagni pubblici solo ai bianchi, vive e lavora, come del resto è stato per le generazioni della sua famiglia prima di lui, in una piantagione, di cui però è riuscito, con impegno, a diventare in parte proprietario. Ma… Evocativo sin dalla copertina, è imprescindibile.

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