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“Lady Chevy”

di Gabriele Ottaviani

«Paul». Gli rido in faccia. «Basta, smettila. Mi stai prendendo per il culo». «Sono settimane che lo sto progettando. Ho chiesto aiuto a Sadie. Anche lei pensava che scherzassi, ha detto che non era il modo giusto di reagire. Voleva farmi entrare da lei, parlarne». Sputa. «Vaffanculo, lei e casa sua! Ma che ne sa, poi? È buona solo a fare pompini e spagnole, anche se tecnicamente è ancora vergine. Assurdo, come tutto il resto in questa città». «Adesso calmati». «Col cazzo!». Prende a pugni un albero. «Dobbiamo fregarli, quegli stronzi! Pensa a tuo fratello!». Dalle nocche gli sgocciola sangue sull’erba. Gli occhi irradiano un calore carico d’odio. «Stonewall è un ritardato di merda, Chevy! Tua madre ha bevuto quell’acqua!». «Ha bevuto di tutto». «Perdio!». Si toglie il berretto e si tira i capelli. «Ma che cazzo… nessuno ha le palle per fare quello che è giusto!». Mi agita un dito contro. «È così. In questo paese di merda. Smidollati. Senza palle. Un branco di fighette e di froci». Mi fisso i piedi. «Allora?». Mi tira su il mento e mi guarda dritto negli occhi. «Ehi. Fatti una domanda. E voglio dire fattela davvero». «Okay». Le sue labbra quasi sfiorano le mie. «Cos’hai da perdere?». «Il mio futuro». Lui sventola una mano come se non contasse niente. Probabilmente perché sa di non averne uno. «Ci toglieranno tutto. Alla fine. Possibile che non ci arrivi? Che non sei abbastanza sveglia da capirlo?». «Vaffanculo, Paul». Sono così accaldata che mi bruciano gli occhi. «Eccola. La vera Amy Wirkner. ’Fanculo tu, ’fanculo lui, ’fanculo lei». Ride. «Come vuoi, bella».

Lady Chevy, John Woods, NN, traduzione di Michele Martino. Chevy sta per Chevrolet, e i bulli è proprio a una vettura che ne paragonano il didietro: è facile capire perché Amy non veda l’ora di andarsene da quel disgraziato angolo di Ohio razzista e retrogrado in cui per giunta un’azienda, anche grazie alle terre vendute dai suoi genitori, sta avvelenando acqua e abitanti, tra i quali il suo fratellino. Lei vuole essere una veterinaria, libera e felice, magari con Paul, che ama non riamata, ma che le propone un’impresa troppo criminale per non essere affascinante come un ideale frustrato di giustizia, così… Magistrale e imperdibile.

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“Tomato Red”

di Gabriele Ottaviani

Tutto sommato prevaleva una sensazione di serenità…

Tomato Red, Daniel Woodrell, NN, traduzione di Guido Calza. Certe volte basta davvero poco perché la propria vita sia inesorabilmente diversa, segnata, difficile, e in più di qualche occasione non dipende nemmeno da noi: siamo soliti sentirci onnipotenti, ma in realtà non è così, siamo artefici del nostro destino ma non possiamo controllare tutto, perché la perfezione non è di questo mondo. Per esempio è sufficiente nascere in un luogo anziché un altro perché ogni cosa cambi: non si sceglie dove venire alla luce, né da chi, e talvolta la differenza può essere sostanziale anche da un’apparenza quasi identica. Il lato della ferrovia a West Table dove Jamalee, Tomato Red per il colore brillante dei suoi capelli, nasce, per esempio, non è quello giusto: è per questo, in primo luogo, ma non solo, che vuole andarsene, e punta a farlo avvalendosi del fascino irresistibile di suo fratello, bellissimo come e più di lei, della complicità con un rapinatore che non ha niente da perdere e tanto bisogno d’amore, dell’inarrestabile forza della vita. Magnetico.

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“Oregon Hill”

di Gabriele Ottaviani

Come al solito il mio sarcasmo è sprecato.

Oregon Hill, Howard Owen, NN. Traduzione di Chiara Baffa. Otto anni fa, sessantatreenne, si è aggiudicato proprio con questa magnetica opera il prestigioso Hammett Prize, riconoscimento assegnato ogni dodici mesi dall’International Association of Crime Writers, che ha insignito nel corso delle circa trenta edizioni del medesimo premio anche autori del calibro di Elmore Leonard, Stephen King e Margaret Atwood: Howard Owen, da Fayetteville, North Carolina, città dalla lunga e varia storia nonché tra le location – gli appassionati di telefilm lo sanno bene – di One Tree Hill, ha una prosa ampia, bella e stratificata, molteplice e policroma, strumento perfetto per raccontare una vicenda che sarebbe il soggetto ideale se l’immarcescibile Clint Eastwood decidesse, cambiando quel che dev’essere cambiato, di dare vita a una nuova pellicola sulla falsariga di Fino a prova contraria. Willie beve troppo, non ha peli sulla lingua, è un giornalista con un monolitico senso dell’etica, e dalla cronaca politica viene retrocesso alla nera: ovvio che non si accontenti della spiegazione ufficiale al delitto di una ragazza trovata decapitata nelle acque del South Anna. Così si fa strada a Oregon Hill, tra parvenze di abbacinante nitore e realtà di corruzione, menzogne e razzismo, e… Magistrale.

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“Il riflesso del passato”

di Gabriele Ottaviani

Qualche volta si sforzava di ripensare in maniera più precisa a quegli anni. A un certo punto radunò una pila di fogli di quaderno e cercò di tracciare una cronologia. Scrisse luglio 1966 in cima al primo foglio, agosto in cima al secondo, e così via. Poi si sedette al tavolo della cucina con tutti i fogli bianchi davanti, mentre una decina di fili sottili si aggrovigliava e si dipanava nella sua mente. Si rese conto di non riuscire a riordinarli. E anche di ciò che credeva di ricordare, capì di non essere in realtà molto sicura. Per esempio, cominciò a ricordare di aver conosciuto una tizia che si chiamava Maris alla stazione degli autobus di Omaha; una ragazza brillante, con le trecce e gli occhi assonnati, seduta vicino a uno zaino strapieno. Ma poi ricordò che Maris era il nome della ragazza scomparsa ai primi di marzo del 1966 dalla Casa della signora Glass. Potevano esserci due Maris? Non sembrava probabile, eppure lei era certa che quella con cui aveva abitato nella comune di Omaha fosse Maris. Erano rimaste amiche per… quanto tempo? Quando l’aveva vista l’ultima volta? Cosa ne era stato di lei? Nora rimase immobile a fissare i fogli bianchi. Si era tormentata per tutta la notte. Era posseduta, si aggirava per casa alle tre del mattino, con gli spiriti che scivolavano al loro posto come ombre colpite per un attimo dal raggio di una torcia elettrica. La casa era piena di fantasmi, e Nora si fermò accanto al letto di Jonah e fece scorrere la torcia sul suo viso addormentato. «Non… non…» borbottò lui, con le palpebre serrate, muovendo la mano contro la luce per scacciarla, come se fosse una ragnatela. «Piantala! Ho bisogno di dormire». Non sapeva quanto grave fosse la situazione.

Il riflesso del passato, Dan Chaon, NN. Traduzione di Silvia Castoldi. Docente e scrittore pluripremiato, Dan Chaon torna in libreria con un apologo formidabile sulla natura umana: siamo fragili, bisognosi d’amore, fatti per stare assieme, ognuno a modo suo, e ciascuno di noi porta su di sé, più o meno palesi, i segni delle cicatrici lasciati dalle sofferenze che ha subito e a cui è sopravvissuto. Sono due uomini i protagonisti di questa storia, uno convive sin dalla più tenera età con una difformità fisica causata da un incidente terribile e col senso d’alienazione dovuto allo straniamento che gli dà il contesto in cui si muove, lo spaesamento per l’assenza di legami, l’ansia per la ricerca di un fratello mai conosciuto, perché dato in adozione dalla madre con cui la frattura si è fatta insanabile, e l’altro sta perdendo ogni punto di riferimento e ogni affetto: inizialmente diffidente nei confronti del primo, pian piano si convince di non aver nulla da temere da quest’ultimo. Finché un giorno suo figlio non scompare, e… Monumentale.

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“Redenzione”

di Gabriele Ottaviani

Maurizio ha le mattine. Prologhi di giornata in cui si affaccia alla finestra sul vicolo, lascia entrare l’aria, qualsiasi stagione sia, e fa il punto. Di un’indagine, un caso risolto, un fastidio, una litigata con Lara, una morte che la notte non ha seppellito. Succede. Bambini, soprattutto. Donne. Oppure, come stamane, un senso di leggerezza. Aver reso un avanzo di giustizia a una madre. Avere fatto quel che doveva senza troppi errori. Questa volta, addirittura nessuno. La pagherà, pensa soffiando sul caffè. Sono preludi di giornata di pochi minuti. Ha appena finito di pensare e deve già mettersi in moto: apparecchiare la colazione di Lara, darle appuntamento stasera al ristorante, farsi una doccia fredda, che ormai il caldo arroventa pure il respiro. È terribile essere arrestati in questa stagione. E in inverno, quando Volterra cade in una morsa di gelo. C’era un medico, al manicomio, che l’inverno lo odiava. Se ne andava in giro intabarrato dentro strati di vestiti, coperto fino alle orecchie e, appena qualcuno gli nominava la neve, si metteva a camminare in tondo. I ragazzi di Volterra glielo facevano apposta: Pacchiani, chiamavano, nevica! e quello via a girare. Eppure coi malati ci prendeva. Se Maurizio ricorda bene, scriveva anche poesie e disegnava: autoritratti e vignette sui malati. Qualcuno è stato raccolto dentro un libro, gli hanno detto. Certo d’inverno anche a lui talvolta viene voglia di levare le tende.

Redenzione – La prima indagine di Maurizio Nardi, Chiara Marchelli, NN. Su l’etrusche tue mura, erma Volterra, fondate nella rupe, alle tue porte senza stridore, io vidi genti morte della cupa città ch’era sotterra. Il flagel della peste e della guerra avea piagata e tronca la tua sorte; e antichi orrori nel tuo Mastio forte empievan l’ombra che nessun disserra. Lontanar le Maremme febbricose vidi, e i plumbei monti, e il Mar biancastro, e l’Elba e l’Arcipelago selvaggio. Poi la mia carne inerte si compose nel sarcofago sculto d’alabastro ov’è Circe e il brutal suo beveraggio. Così D’Annunzio ha descritto con versi alati la città delle Balze, che non è un semplice fondale, ma a sua volta una vera e propria protagonista di questo libro in cui un uomo in cerca di pace si trova improvvisamente costretto a dover indagare su un delitto efferato, inquietante e misterioso, in un contesto in cui d’altro canto si intrecciano le vicende esistenziali di due donne, che si rispecchiano l’una negli occhi dell’altra, e si confidano chi un passato d’anoressia e sofferenza, chi i retaggi di una storia familiare che ha avuto luogo tra le più austere delle mura della città toscana, quelle del suo manicomio. Come sempre, inoltre, nulla è nella realtà dei fatti tale e quale a ciò che appare a un primo sguardo, e… Intrigante, ammaliante, intenso, potente, ben scritto, ben confezionato, emozionante: Chiara Marchelli dà vita a un romanzo che ne contiene tanti altri, trascende il genere e induce alla riflessione.

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“La casa sul lago”

di Gabriele Ottaviani

L’arte non c’entra, è l’artista che conta. E tu cosa sei?

La casa sul lago, David James Poissant, NN. Traduzione di Gioia Guerzoni. Ci sono cose che volano e cose che restano: le case, perlomeno nell’immaginario collettivo, anche se la celebre e magnifica elegia di Emily Dickinson non le nomina, appartengono al secondo gruppo. Perché sono il luogo della famiglia, dell’identità, della definizione del sé attraverso la costruzione di una memoria, di riti e legami: la dimora sul lago, in quel North Carolina che agli appassionati di serie televisive fa subito sovvenire alla mente come un riflesso pavloviano le atmosfere di One Tree Hill, che ha emozionato una generazione, è il perno attorno al quale ruota l’intera storia di un nucleo, un uomo, una donna, due figli, mogli e fidanzati, che d’improvviso, quando ogni cosa sembra essere destinata a cambiare definitivamente, di ritrova a dover affrontare un imprevisto terribile, che mette in discussione tutto, al quale ognuno reagisce a suo modo, e che più di ogni altra cosa ancora dimostra quanto l’amore, se da un lato è immutabile, dall’altro è un concetto in eterna evoluzione. Travolgente e maestoso.

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“Il blu delle rose”

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Imparerai ad accettare la felicità degli altri e a lottare per la tua…

Il blu delle rose, Tony Laudadio, NN. Finalmente una risposta. Quella risposta. Quella che molti, per non dire tutti, attendevano. Criminali si nasce, non si diventa. La scienza ha fugato ogni dubbio, c’è il gene della delinquenza. Mappato, scoperto, studiato, isolato: con il controllo delle nascite imposto dalla legge il mondo ha ottenuto la liberazione dalla violenza. Peccato però che una serie di sfortunati eventi (e no, Neil Patrick Harris non c’entra nulla…) abbia rimesso tutto in discussione, e… Un futuro ossessionato dalla perfezione a tutti i costi: questo è ciò che con tono fiabesco e grande verve narrativa ci racconta Laudadio. Ma siamo certi che sia solo un’ipotesi, per di più remota? Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Il weekend”

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Le sembrò di ragionare come Catherine e Michael. Era troppo chiedere del cibo semplice? Loro elogiavano sempre il servizio di pasti a domicilio per gli anziani, anche se quello non si poteva certo chiamare cibo. Roba da denuncia, pensava Jude. Il servizio individuava gli anziani più vulnerabili, stanchi e denutriti e gli diceva che dovevano essere grati per un vassoio di brodaglia calda lasciato davanti alla porta. E poi si sorprendevano se la gente impazziva o finiva in coma. «Non era una brodaglia calda» aveva urlato Michael un giorno, una delle pochissime volte in cui l’aveva visto arrabbiato da adulto. Era un ottimo piatto di arrosto con un contorno di verdure. «Quanto sei snob» le aveva detto amareggiato. «Guarda che non sei più speciale degli altri». Jude non gli aveva risposto, ma l’aveva guardato con sufficienza e si era scusata freddamente per averlo offeso. Ma dentro di lei, ignobile e orgogliosa, aveva pensato: Sì che lo sono. Aveva sempre considerato Michael e Catherine due persone della generazione precedente alla sua, anche se suo fratello aveva solo cinque anni più di lei e la cognata era sua coetanea. Ma come mai? Tra amiche, quando Sylvie era ancora viva, avevano spesso riflettuto su quanto fosse strano che alcuni sembravano appartenere più alla generazione dei loro genitori che alla propria. Sylvie diceva che dipendeva dall’ossessione per i medici. Per un certo periodo si erano trovate d’accordo: tutt’e quattro disprezzavano i medici e li vedevano solo se strettamente necessario. Rifiutavano i medicinali prescritti – o almeno così raccontavano – e prendevano in giro i conoscenti che avevano trasformato le proprie patologie in passatempi, che vivevano nelle sale d’attesa facendo un esame dopo l’altro e consideravano i propri specialisti i migliori di tutti. Adele, Jude, Wendy e Sylvie detestavano quelle donne la cui idea di conversazione si era ridotta a una disamina dei livelli di colesterolo e della densità minerale ossea.

Il weekend, Charlotte Wood, NN, traduzione di Chiara Baffa. Sylvie è morta da poco, e sulle spalle delle sue tre diversissime amiche, tre cuori senza età che non si ricordano più cos’hanno in comune né, forse, ciò che inconfessabilmente le divide, una rigorosa e austera, una sempre fra le nuvole, una che ancora spera di diventare diva, nonostante, come le altre, sia sui settanta, tenute insieme da una vita difatti solo proprio da colei che è venuta a mancare, ricade il triste onere di svuotarne, in una torrida e umida fine di settimana sulla costa australiana, la casa delle vacanze, una cornucopia di rimembranze: Sylvie è morta, ma non scomparsa, e… Maestoso e scritto in stato di grazia, l’ennesima gemma in un catalogo eccezionale.

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“La linea del sangue”

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Nell’autunno del 1990, prima che chiudesse, Ma-mee e lo zio Paul li avevano portati in gita al luna park di Pontchartrain Beach. Avevano appena compiuto tre anni, e tutto quello che Joshua ricordava di quel giorno era il ruggito dello Zephyr, il colossale ottovolante bianco su cui era troppo impaurito per salire, le riserve di pesca stranamente deserte e la strada che portava al luna park. Con il braccio fuori dal finestrino e l’aria salmastra e pulita che sibilando gli entrava nelle narici, a Joshua tornò in mente Ma-mee che lo teneva per mano mentre guardava Christophe allontanarsi con lo zio Paul per fare un giro sull’ottovolante. Quando aveva chiesto com’era a suo fratello, che era appena sceso, lui si era limitato a rispondere che andava velocissimo, e ballava tutto. Christophe non aveva preteso un altro giro, si era accontentato di sedersi vicino al fratello su una panchina lungo la passerella a mangiare i panini che Ma-mee aveva portato da casa. Durante il viaggio di ritorno si era addormentato con la testa sulla sua spalla, mentre Joshua succhiava lo zucchero filato che gli era rimasto intorno alle unghie e guardava Ma-mee dondolare la mano fuori dal finestrino, salutando la notte che scorreva via tra i fruscii dell’erba di palude

La linea del sangue, Jesmyn Ward, NN. Traduzione di Monica Pareschi. Dopo Salvare le ossa e Canta, spirito, canta arriva finalmente in Italia il nuovo volume della trilogia di Bois Sauvage, Mississippi, dell’autrice, che in quello stato vive, insegnando scrittura creativa alla Tulane University, che per prima si è aggiudicata nientedimeno che il National Book Award e che è pertanto diventata riconoscibile in senso assoluto, e con pieno merito, dato il suo stile denso, ricco, profondo, simbolico, policromo, in cui non esiste nulla che non sia assolutamente pieno e preciso, una delle voci letterarie più liriche, amate, autorevoli e prestigiose a livello internazionale in ambito narrativo. Questa è l’epica storia di due gemelli che vivono a Bois Sauvage assieme alla nonna, cieca, che da sempre con infinito amore si prende cura di loro. Ma… Come d’abitudine, impeccabile e imperdibile.

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“La parola magica”

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Tornando alle onoranze della psichiatra, il problema è stato che proprio ieri mattina in azienda è arrivata la notizia di un blocco al forno di Milano. Si è rotto il terzo impianto crematorio e quindi si è creata una gran congestione di bare da smaltire. La situazione è peggiorata velocemente e hanno deciso di dirottare i nuovi arrivi al forno della val Cuvia. Glielo spiego con l’espressione di chi ha il controllo della faccenda. I fratelli mi guardano come se fossi appena sbarcato dalla Luna. Loro non lo sanno, ma sembrano tutti sbronzi. La membrana è un regime di follia temporanea. Semplifico, e dico loro che possono scegliere: mandare la mamma in val Cuvia per velocizzare la pratica oppure aspettare che si sblocchi il forno di Milano e riavere le ceneri in quattro o cinque giorni. Senza pensarci due volte, scelgono la val Cuvia. Chiedono se debba esserci un parente o qualcuno ad accompagnare il feretro, io dico di no, loro annuiscono in sincrono.

La parola magica, Anna Siccardi, NN. Inserito nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione, l’ottimo esordio letterario di Anna Siccardi, autrice, e si capisce, dalla sua prosa così vivida, corale, precisa, puntuale, connotata nel dettaglio, ricca di sfumature, senza tempi morti, di testi teatrali e cortometraggi, diplomata in Drammaturgia alla Scuola Civica Paolo Grassi, collaboratrice di Harper’s Bazaar e dottoressa in estetica e storia dell’arte (anche la raffinata consuetudine alla bellezza del suo scrivere, simbolico sin dall’efficacissimo titolo, è chiara), dipinge una pinacoteca di ritratti umani simbolici – sette, è carico di significati anche il numero dei personaggi, così come quello delle storie, dodici: rispettivamente, dunque, tre più quattro e tre per quattro – del male di vivere contemporaneo, della lotta di ognuno con i suoi demoni, della ricerca del proprio posto nel mondo, dell’incastro perfetto, come se fossimo vasi in cocci ma, alla giapponese, esaltassimo le fessure con l’oro, traendo ispirazione dal celebre dodecalogo metodologico degli alcolisti anonimi. Da non perdere.

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