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“La lista degli stronzi”

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Avevano dovuto ricostruire la storia dopo che lei era morta, attraverso gli amici, la sua coinquilina, la polizia. Non avevano mai scoperto chi fosse stato. Non qualcuno con cui lei aveva una storia seria. Le sue amiche ne erano certe. Era successo dopo una festa, una botta e via. Poi lei aveva scoperto di essere incinta. Lo Stato dell’Indiana era sempre stato severo. All’epoca, nel 2016, Pence, che era governatore, aveva firmato una legge che proibiva alle donne di abortire in seguito a una diagnosi di disabilità. La legge proponeva anche di rendere pubblica l’identità di chi sceglieva di abortire, di organizzare un funerale al feto e di sottoporre le donne a un’ecografia almeno diciotto ore prima della procedura. (Tutto questo ovviamente molto pima di quel che era accaduto – chissà cosa – a Pence in quella camera d’albergo a Washington. Nessuno lo aveva mai saputo con certezza. Pence si era dimesso e aveva negato tutto, ma i pettegolezzi si sprecavano: era stato incastrato dai Clinton, era stato incastrato dai Trump per lasciare posto a Ivanka, l’avevano trovato strafatto di popper mentre faceva un pompino a un bambino nero. Non era accaduto niente. Era accaduto di tutto. Alla fine, nel casino generale, nessuno aveva mai capito cosa fosse successo davvero. «Mike Pence non era granché in sintonia con le mie idee o la mia elezione!» aveva scritto Trump all’epoca su Twitter). Ad ogni modo, nel 2017, dopo che Pence era diventato vicepresidente, il nuovo governatore, Holcomb, aveva firmato una legge che richiedeva a chi praticava l’aborto di riferire agli organismi statali informazioni nel dettaglio sulla paziente. Quelli a favore sostenevano che la legge avrebbe garantito un aborto sicuro, ma in realtà serví solo a stigmatizzare la procedura. Le associazioni dei diritti civili provarono a dare battaglia e persero.

La lista degli stronzi, John Niven, Einaudi. Traduzione di Marco Rossari. Ce n’è una marea: sono gli ipocriti, i disonesti, i falsi, i bugiardi, i traditori, i ruffiani, i vanagloriosi, i raccomandati, i prepotenti, i razzisti, gli omofobi, i qualunquisti, i violenti, i ladri, i delinquenti, gli evasori, i crudeli, quelli che hanno sempre una parola cattiva per tutti, quelli che agiscono per gratuita meschinità e non rispettano nemmeno gli ultimi desideri di una persona che dicono, ma solo perché dirlo salva le apparenze, di amare, quelli che sono miserabili e orgogliosi di esserlo, quelli che guardano gli occhi degli altri convinti di trovarvi una pagliuzza ma che in realtà sono accecati da due enormi travi, come e più di Polifemo, quelli che conoscono solo l’imbroglio e il sotterfugio e quindi danno per scontato che anche gli altri sappiano comportarsi solo e soltanto in quella maniera, quelli che criticano i figli degli altri quando i propri pur di non far crescere loro i nipoti li affidano letteralmente al primo che capita ancora in fasce, e inoltre mentono sulle lauree, mentono sul lavoro, rubano loro persino i soldi dal portafogli e non è per qualche merito che finiscono sul giornale, ma solo perché indagati per qualche maxitruffa, quelli che vivono di certezze, quelli che non valgono nulla e si credono chissà chi, quelli che non sono altro che perdenti di presunto successo, quelli che non sanno niente e mettono bocca su tutto, quelli che… C’è una icastica definizione per loro: gli stronzi. La lista è lunga, ognuno di noi ne conosce parecchi, e sovente purtroppo ci è persino imparentato: Niven la compila, e descrive alla perfezione l’umanità. Ovvero tutti noi. Impeccabile e imperdibile.

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“Raccontami di un giorno perfetto”

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Durante l’ora di ginnastica, io e Charlie Donahue siamo sul campo da baseball, dietro la terza base. Abbiamo scoperto che questo è il posto migliore del mondo per chiacchierare in santa pace. Senza nemmeno guardare, Charlie afferra una palla che arriva sibilando verso di noi e la rilancia alla casa base. Tutti gli allenatori alla Bartlett High School hanno cercato di reclutarlo dal primo momento in cui Charlie ha messo piede a scuola, ma lui si è sempre rifiutato di piegarsi allo stereotipo del nero campione di sport. Tra le attività extrascolastiche ha scelto il gruppo di scacchi, quello di briscola e quello che si occupa dell’annuario scolastico.

Raccontami di un giorno perfetto, Jennifer Niven, DeA Planeta. Traduzione di Simona Mambrini. Ora anche un film Netflix, con Elle Fanning, Justice Smith, Luke Wilson e tanti altri. È gennaio, è mattina, fa un freddo tremendo. Theodore è depresso da anni, si inerpica sulla torre campanaria della scuola che frequenta per vedere che effetto fa guardare giù da sei piani d’altezza. Non immagina nemmeno lontanamente che però quella mattina qualcuno, nella fattispecie la persona che con ogni probabilità meno riteneva possibile e pensabile incontrare lì, abbia avuto la sua medesima idea. Una ragazza, una fra le più popolari, se non la più popolare in assoluto. Una che sembra avere tutto. E che forse ha davvero tutto. Di certo ha anche un dolore che le schianta il cuore nel petto. E… Coraggioso, potente, vibrante, travolgente, commovente. Da leggere.

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“Uccidi i tuoi amici”

71UYWwGwdcL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il mio settore, da sempre resistente al cambiamento (negli anni Cinquanta odiavamo l’idea dei singoli; negli anni Settanta le cassette erano il nemico; all’inizio degli anni Ottanta il cd era l’Anticiristo: ah, ma ci adeguiamo sempre in fretta), ancora non si è bevuto tutte queste assurdità. Ma per fortuna sembrano averlo capito ben poche donne. Ne abbiamo già un mucchio e altrettante spingono per entrare. Ogni giorno in ufficio arrivano vagonate di curriculum. Ragazze acqua e sapone con eccellenti qualifiche che non vedono l’ora di avere un posto dove, per sgobbare dodici ore al giorno, venire molestate dalla mattina alla sera e avere a che fare con ogni tipo di comportamento tossico, fatto, ubriaco, inaffidabile, irrazionale, offensivo, esigente da persone come me, verranno ricompensate con qualcosa come quindicimila sterline all’anno, qualche pass per i backstage e un’occhiata di sfuggita ai divi quando fanno un salto in ufficio. Nei cessi, negli uffici, nei ripostigli, sulle scale di servizio e sui freddi sedili in pelle delle Saab, delle Bmw e delle Mercedes, succhieranno cazzi e lo prenderanno nel culo. I loro vent’anni passeranno in un lampo attraverso un olocausto di feste, emicranie, sperma e champagne scadente, finché, un bel mattino nel prossimo futuro, si sveglieranno e si scopriranno trentacinquenni con le tette cadenti, il ventre avvizzito e incancrenito, occhi stanchi e morti, e la pelle devastata dalle ore piccole, dalla droga e dai cazzi. Qualche fortunella, tra queste ragazze, grazie a un’abile combinazione di vile astuzia e pompini fatti ad arte, riuscirà a sposare uno dei dirigenti per cui lavora e a restarci aggrappata – al massimo – per un decennio, tirando su i figli e arredando casa mentre lui fa tardi in ufficio ingroppando a una a una le aspiranti sostitute. Alla fine o lei si imporrà o (più probabile) lui la rimpiazzerà con una delle Sophie o Samantha di turno.

Che sia il millenovecentonovantasette e ci si trovi in Inghilterra, con al governo il Labour incoronato dalla vittoria più larga della sua storia sotto la guida del più giovane primo ministro da centoottantacinque anni a quella parte, ossia Tony Blair, e non Theresa-volevo-essere-la-Thatcher-ma-la-mia-statura-di-statista-è-ridicola-May, e che il pop britannico domini il mondo (ma l’algida Albione è sugli scudi in ogni campo: si pensi al fulgore della stella di David Beckham, che unirà due anni dopo le sue sorti matrimoniali a Victoria, diva non a caso proprio delle Spice Girls campionissime di vendite, in un’epoca in cui Ariana Grande, Lady Gaga e Lana Del Rey sono ancora delle bambine…) facendo sì che l’industria discografica griffata Union Jack sia più in forma che mai è in fondo (benché la ricostruzione degli ambienti, dei personaggi, delle situazioni, dello Zeitgeist e di tutto il contesto sia impeccabile, come del resto la prosa, feroce, esilarante, esplicita, priva di falsi pudori, bruciante, tragicamente vera e maestosa di John Niven, autore scozzese che non ha bisogno di presentazioni e che ha davvero lavorato per un decennio nel mondo della musica) solo una casualità, un pretesto: homo homini lupus ovunque e dovunque, sempre, da sempre e per sempre, mors tua vita mea, specie negli affari, essere persona di successo è ben altra cosa che essere una persona di valore (anche perché di solito, e non solo nella tanto vituperata Italia in cui il mercato del lavoro è all’abominio più assoluto, tra ruolo ricoperto da un lato e competenza e professionalità dall’altro la proporzionalità è inversa…), dove c’è potere non mancano brame, sesso, droga e delitti, non c’è nulla di più galvanizzante che, come dichiara con sicumera e soddisfazione una delle voci di questo irrefrenabile e irresistibile romanzo, schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e sentire i lamenti delle femmine, e anzi la guerra fra poveri si fa ancora più stridente in altri ambiti, e non esistono regole, basti pensare a quanto accade ora, nel mondo sempre più precario, reificato e reificante d’oggi, quando finanche per sette euro lordi di articolo di nulla sul nulla scopiazzato da Wikipedia e spesso con una sintassi discutibile c’è persino, all’apoteosi dello squallore, chi vende – può sembrare iperbolico, ma forse in verità si sta addirittura edulcorando, purtroppo… – sé (e i gusti sessuali improvvisamente diventano quanto di più fluido esista…), la madre, il padre, la nonna, le amicizie, ammesso e non concesso che sleali relazioni che vanno bene per una storia su Instagram, che dura quindici secondi e dopo ventiquattr’ore non c’è più, possano essere considerate tali, tra sorrisi falsi e coltellate autentiche, e tutto quel che può, soprattutto la dignità che non ha interesse ad avere, considerandola un orpello inutile e dimostrando di saper lavorare meglio che alla scrivania sotto di essa. Steven è un discografico sulla cresta dell’onda, ma i venti della crisi già cominciano a spirare: e lui, che non può né vuole fermarsi, sceglie di sporcarsi davvero le mani… Uccidi i tuoi amici, Einaudi, traduzione di Marco Rossari: monumentale.

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“L’universo nei tuoi occhi”

9788851144340_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Allora capisco. Vuole solo godersi questo momento. I brutti momenti tendono a ripresentarsi senza darti tregua.

L’universo nei tuoi occhi, Jennifer Niven, De Agostini. Traduzione di Simona Mambrini. Jack ha sedici anni. Vuole che tutti lo amino, ma lui in realtà non ama nessuno. vuole sapere tutto di tutti, ma in verità non sa nulla. La sua quotidianità in ogni modo scorre in maniera abbastanza lineare, finché un giorno il suo sguardo non incrocia per la prima volta quello di Libby. Che è diversa da tutti. Anche da lui. che a sua volta non ha in fondo nulla in comune con nessun altro, e non solo perché, com’è normale che sia, ogni individuo fa storia a sé. Libby è il bersaglio ideale per la cieca cattiveria di Jack. Ma Libby non è chi sembra essere, è molto più forte e determinata di quanto ci si potrebbe aspettare vedendola, ha carattere e grinta. Sono agli antipodi. Sono due opposti. Come tali, pertanto, non possono fare a meno di attrarsi. Perché, come sempre accade nella vita, proprio da chi non ci si aspetta arriva quel gesto, quel cenno, quella parola, persino quell’insulto che fa sì che non ci si senta mai più realmente soli. Credibile e ben scritto, si legge d’un fiato e conquista.

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“Raccontami di un giorno perfetto”

raccontami di un giorno perfettodi Gabriele Ottaviani

Dopo, restiamo a letto abbracciati, un po’ senza fiato e un po’ wow.

Vivere è l’unica avventura che abbiamo a disposizione. Ma non è facile. E crescere lo è ancora meno. Specie se il mondo ti sembra rotolare dal lato sbagliato, come una lattina accartocciata che si muova verso monte anziché verso valle. Sono giovani e feriti Theodore e Violet. Si sono già incrociati nei corridoi della scuola, ma si incontrano per la prima volta sul serio sul cornicione dal quale entrambi vogliono buttarsi. Si incontrano loro, si incontrano i loro mali di vivere. I loro sensi di colpa. La loro incrollabile paura di deludere. L’una fa il conto alla rovescia per il diploma, l’altro conta i giorni dal risveglio. Uno elabora la depressione, l’altra il lutto. Una è un ex cheerleader ammirata, l’altro una testa calda che in molti segnano a dito. E iniziano, insieme, a peregrinare. Raccontami di un giorno perfetto, Jennifer Niven, De Agostini, traduzione di Simona Mambrini. Fluido, trascinante, commovente.

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