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“La funesta docilità”

61rdNfnfSkL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Molte immagini si ritirano e vivono clandestine nella prosa del romanzo di Manzoni, indipendentemente dalle illustrazioni. Bisogna inseguirle, di variante in variante, lungo il percorso delle redazioni dell’opera. E interrogarle. Fermo, accompagnato da Toni e Gervaso, arriva davanti all’osteria. Il vano della porta è semiostruito: «colla schiena appoggiata ad uno stipite, colle mani sotto le ascelle, coll’occhio teso, e con una faccia tra l’annojato e l’agguatante, stavasi un uomo che non aveva cera né di contadino, né di viaggiatore, né di benestante; non pareva uno sfaccendato, ma non si sarebbe potuto immaginare che faccenda egli s’avesse. Un uomo più sperimentato di Fermo, guardandolo attentamente l’avrebbe detto un servo travestito. Questi non si mosse, e mirò fisamente Fermo, il quale si torse entrando per fianco della piccola apertura lasciata da quella cariatide. I suoi compagni l’imitarono se vollero entrare» (Fermo e Lucia, I, 7). La «cariatide» è un bravo di don Rodrigo. Tiene le «mani sotto le ascelle». Negli Sposi Promessi, la stessa «cariatide» cambia posa. Ora ha «le braccia incrocicchiate sul petto».

La funesta docilità, Salvatore Silvano Nigro, Sellerio. Silvano Nigro è filologo, critico, docente, italianista, francesista, un intellettuale di chiarissima fama, dalla competenza mirabile e magistrale, un punto di riferimento per chiunque studi e sia appassionato di letteratura, un divulgatore dalla prosa dottissima e dalla facilità di fruizione innegabile, capace di realizzare esegesi profonde e comprensibili, ricchissime di riferimenti, citazioni, rimandi, collegamenti, livelli di lettura, chiavi di interpretazione: in questa specifica occasione approccia, analizza, esamina e descrive nella loro variegata – fino all’ossimoro – e pluristratificata – sotto ogni aspetto – caleidoscopia I Promessi sposi, il romanzo italiano – pienamente inserito all’interno del contesto europeo dell’epoca, e perfettamente degno di esso – per antonomasia, quello che viene bistrattato fino a farlo detestare e trovare noioso, come non è né sarà mai, per nove mesi, da settembre a giugno, ogniqualvolta si giunge al secondo anno delle scuole superiori, soffocando con l’obbligo della lettura la bellezza della prosa che, benché tacciata da Gramsci di paternalismo, è in realtà un vero e proprio monumento all’identità, anche linguistica, nazionale, che s’inventa il ritrovamento di un manoscritto per poter parlare a nuora perché suocera intenda di un malgoverno come quello coevo all’autore, che gli interessava stigmatizzare, un classico talmente solido da uscire esaltato finanche dalla geniale parodia comica del Trio Marchesini-Solenghi-Lopez e dalle successive ed esilaranti riletture teatrali esilaranti. Da non perdere.

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