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Andrea Nicolussi Golo, scrittura e vanità

download (1)di Gabriele Ottaviani

Il suo intenso Di roccia di neve di piombo racconta uno spaccato di vita e società con una chiave piuttosto originale: Convenzionali ha ora il piacere di incontrare Andrea Nicolussi Golo. Ecco le sue risposte alle nostre domande.

Qual è stata l’esigenza che l’ha portata a scrivere questo libro?

La voglia di raccontare due anime della montagna e di che ci vive. Regge ancora forte lo stereotipo del montanaro burbero e saggio, ma la montagna negli ultimi quaranta anni è diventata un deserto di montanari, il montanaro, che in realtà forse saggio non lo è mai stato, si è estinto. Molti come i protagonisti del mio libro sono finiti nelle fabbriche di pianura e si sono costruiti una vita diversa. Io stesso sono stato operaio per venti anni e volevo raccontarlo.

Com’è cambiata la classe operaia negli anni?

Più corretto sarebbe chiedere dov’è finita la classe operaia negli anni? Non che non ci siano più operai eh, questa è una favola che ci viene raccontata per dire che siamo diventati tutti fighetti, non è così, gli operai ci sono eccome e sono tanti e vivono malissimo, peggio di quello che ho vissuto io sino a una decina di anni fa; non fanno più classe ecco tutto. I padroni (io uso questo termine che mi sembra più onesto di tanti altri) sono riusciti con abili accortezze di ogni genere a chiudere ognuno dentro propria bolla di egoismo spicciolo. Per riuscire a raccontare la fabbrica sono dovuto andare indietro nel tempo; nella fabbrica, dove ho lavorato, vorrei dire vissuto io non riuscivo a trovare qualcuno che potesse diventare protagonista di un racconto, le persone non erano persone, solo figure di cartone.

Che potere ha il sindacato allo stato attuale?

Sinceramente non lo so. Riconosco al sindacato trascorsi gloriosi, penso alla legge n° 300 del 1970,  ma trascorsi appunto… Nella mia fabbrica il sindacato serviva solo a convincerci che se non volevamo che il padrone fallisse dovevamo ridurci lo stipendio sempre di più e lavorare più ore, quando sarebbe bastato cambiare una decina di avvitatori e costruire una tettoia, perché i pezzi da assemblare, stoccati all’aperto, non arrivassero in catena con dentro l’acqua d’estate, il ghiaccio d’inverno, sarebbe bastato questo per migliorare la produzione del 30% almeno… Si facevano, e si fanno ancora, collaudi elettrici con l’acqua sotto i piedi…

Quali sono stati gli errori della politica?

Io, a differenza della maggior parte degli italiani, credo che, sebbene la politica di errori ne abbia fatti tanti e ne faccia ancora tanti (non ho idea cosa diavolo potrò votare), gli errori più gravi sono quelli fatti dai padroni, i cosiddetti imprenditori che a un certo punto, forse anche per un cambio generazionale non all’altezza, hanno smesso di imprendere e hanno preferito il denaro facile della finanza. E quello privo di etica della delocalizzazione.

Che stagione è stata quella del terrorismo?

Confusa. E terribile. Da un tempo dove sembrava di poter, se non formare un società più giusta, farne almeno una un po’ meno ingiusta, occorre ricordare che negli che vanno dal 1965 al 1975 si sono fatte leggi importantissime, il già detto Statuto dei lavoratori, il divorzio, la legge sull’aborto, tutta la discussione che avrebbe portato alla legge Basaglia, ecco da un tempo di grande fermento e di indiscutibile progresso e soprattutto di grandi speranze e attese si è precipitati prima lentamente, poi sempre più in fretta verso un baratro dal quale non  si è più risaliti. E il terrorismo è stato senz’altro un ottimo lubrificatore alla discesa.

Cosa rappresenta per lei la montagna?

Un tempo è stata tante cose; sogno, sfida, palestra di giochi. Rifugio prediletto dalle tempeste. Oggi è solo il luogo dove spero di terminare i miei giorni. L’ultima Thule.

Cosa significano per lei le parole lavoro e ideali?

Fare le cose bene. Credo che questo metta insieme lavoro e ideali. Non è farina del mio sacco, lo ripeteva spesso Mario Rigoni Stern. Son parole di Primo Levi nell’intervista famosa a Philip Roth: “ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del “lavoro ben fatto” è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”. Ogni volta che lo rileggo mi vengono le lacrime agli occhi.

Perché scrive?

La domanda dovrebbe essere doppia: la prima perché scrive? La seconda perché pubblica?

La scrittura è un fatto puramente privato, che non ha precise motivazioni, scrivo quando non vado in bicicletta e sinceramente preferisco andare in bicicletta, ma nessuno che mi chieda: perché va in bicicletta?

Sul perché si pubblicano le cose che si scrivono (ammesso che ci sia qualcuno disposto a farlo) Demetrio Paolin, uno scrittore che stimo molto, pochi giorni fa su Facebook ha dato due motivazioni:  la prima farsi leggere, la seconda per i soldi. Io di soldi dopo tre libri ne ho visti pochi pochi, tanto pochi che non ne vale la pena, la stessa cosa dicasi per i lettori, quindi direi che su questo  non sono in sintonia con lui. Credo che alla base ci sia una buona dose di vanità. È tutta vanità.

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“Di roccia di neve di piombo”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

L’indomani la strada per la fabbrica è un cunicolo da percorrere senza prendere fiato.

Di roccia di neve di piombo, Andrea Nicolussi Golo, Priuli & Verlucca. Ha i capelli rossi e gli occhi verdi, si chiama Nives, è nata in montagna ma, giovanissima, è già alla catena di montaggio, alienante, ripetitiva, umiliante. Con lei c’è Gottlieb, c’è Onorio, che di giorno s’ammazza di fatica e di notte s’ammazza di studio, perché la fabbrica gli va stretta come un paio di scarpe vecchie e lise dove il piede non riesce più a entrare e si vuole laureare, c’è Lorenzo, c’è Ernesto, che tutti chiamano ErnestocomeilChe, che fa il sindacalista e va in giro portando sempre con sé, per non saper né leggere né scrivere, un paio di lacci emostatici, nel caso le pallottole fossero dirette solo alle gambe. Sono gli anni delle BR, il tempo delle rivendicazioni, delle speranze, delle utopie, delle violenze, dei tragici errori, dei crimini ammantati di ideologie, sepolcri imbiancati da una visione del mondo che predicava giustizia ma giustiziava innocenti reputati nemici. Non c’è nessuno che possa scagliare la prima pietra, perché nessuno è senza peccato. Non ci sono colpevoli, ma non è possibile nemmeno sentirsi immacolati, essere assolti. L’affresco d’epoca che realizza l’autore, con asciutta accortezza, stile gradevole e piano, facile a leggersi ma sempre assai intenso, è credibile e avvincente, così come è ampio il respiro di questo romanzo corale in cui ogni voce si manifesta come una dolente palinodia del rimpianto. Fa riflettere, è da leggere.

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