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“La collezionista di storie perdute”

41SN45fVBXL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Con la mano scivolò sul fondo del cassetto finché non trovò ciò che era andato a cercare…

La collezionista di storie perdute, Ann Hood, Newton Compton, traduzione di Laura Miccoli. Chi fa una collezione ha paura dell’oblio. Della perdita. Dell’abbandono. Della dimenticanza. Dell’evanescenza della memoria. I ricordi sono ciò che siamo, e Ava, il cui matrimonio non ha retto all’erosione inesorabile del tempo, ritrovandosi sola e con i figli ormai grandi, lontani, presi dalle loro esistenze, custodisce come cosa cara e preziosa il ricordo di un libro che per lei è stato fondamentale quando ha dovuto superare una duplice perdita in giovanissima età, quella della mamma e della sorella, e siccome nel book club in cui si è iscritta per tenersi impegnata e cercare di uscire dal guscio in cui si è rinchiusa richiedono che ognuno porti e condivida il volume che più d’ogni altro l’ha segnato, parte alla sua ricerca. La aiuta sua figlia, per la quale a sua volta questo percorso sarà estremamente significativo… Un libro per gli appassionati di letteratura scritto da un’appassionata conoscitrice dell’universo delle parole: fresco, gradevole, mai banale.

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“Chi ha ucciso mia sorella”

515VLOG0SeL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando arriviamo alla macchina il mio corpo inizia a ribellarsi: i denti mi battono come se fossi appena uscita dall’acqua gelida. Provo, ma non riesco ad accendere il motore. Finalmente Carl mi raggiunge ed è lui che fa partire il motore, il suo gomito vicino al mio petto. Ma per il panico quasi non me ne accorgo. Però lo sento. Un confine è stato oltrepassato e non si torna indietro.

Chi ha ucciso mia sorella, Julia Heaberlin, Newton Compton, traduzione di Marianna Cozzi e Angela Ricci. Ne è sicura. O quasi. E l’ha convinto a seguirla. È lui che ha rapito e ammazzato sua sorella. È un fotografo. Ma sostiene di non avere nulla a che fare né con quello né con altri delitti che si sono verificati in Texas in un passato ormai remoto. Ma una scatola di vecchie istantanee in suo possesso fa sospettare il contrario. Ora sono in viaggio. Una ragazza e un uomo dal cuore spezzato. Chi è folle? Chi è normale? Chi dice la verità?… Quando un thriller è così ben congegnato (l’autrice è una giornalista, sa come raccontare un fatto, e conosce bene i luoghi di cui parla, provenendo lei stessa dal lone star state), non si può fare a meno di esaltarsi. Da leggere assolutamente. Mozzafiato.

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“Cesare Borgia”

5115RLQs8CL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cesare rimase a Roma fino al 1° ottobre del 1500, poi si mosse per dare avvio alla seconda campagna. Dopo la forzata stasi, conseguente all’improvviso ritiro dei francesi, urgeva l’offensiva in Romagna. Imola e Forlì non erano che due tessere del grande mosaico vagheggiato dal papa e dal suo figliolo, un’opera d’arte militare magnifica che andava completata come lo sarebbero state di lì a poco opere d’arte del Rinascimento come la Gioconda di Leonardo in pittura, il David di Michelangelo in scultura, la Villa Farnesina del Peruzzi in architettura o Il Principe di Machiavelli in letteratura. Soltanto che il Rinascimento inteso da Cesare era intriso soprattutto di violenza e intrigo.

Cesare Borgia – Il principe in maschera nera, Andrea Antonioli, Newton Compton. Coloro i quali solamente per fortuna diventano di privati Principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengono: e non hanno difficultà alcuna tra via, perché vi volano; ma tutte le difficultà nascono dappoi che vi sono posti. E questi tali sono quelli, a chi è concesso alcuno Stato o per danari, o per grazia di chi lo concede, come intervenne a molti in Grecia nelle città di Ionia, e dell’Ellesponto, dove furono fatti Principi da Dario, acciò le tenessero per sua sicurtà e gloria, come erano ancora fatti quelli Imperadori, che di privati per corruzione de’ soldati pervenivano allo Imperio. Questi stanno semplicemente in su la volontà e fortuna di chi gli ha fatti grandi, che sono due cose volubilissime e instabili, e non sanno e non possono tenere quel grado; non sanno, perché se non è uomo di grande ingegno e virtù, non è ragionevole, che, essendo sempre vissuto in privata fortuna, sappia comandare; non possono, perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli. Dipoi gli Stati che vengono subito, come tutte le altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possono avere le radici e corrispondenzie loro in modo che il primo tempo avverso non le spenga; se già quelli, come è detto, che sì in un subito sono diventati Principi, non sono di tanta virtù, che quello che la fortuna ha messo loro in grembo, sappino subito prepararsi a conservare, e quelli fondamenti, che gli altri hanno fatti avanti che diventino Principi, gli faccino poi. Io voglio all’uno e all’altro di questi modi, circa il diventare Principe per virtù o per fortuna, addurre duoi esempi stati ne’ dì della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza, e Cesare Borgia. Francesco per li debiti mezzi, e con una sua gran virtù, di privato diventò Duca di Milano, e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne. Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo Duca Valentino, acquistò lo Stato con la fortuna del Padre, e con quella lo perdette, non ostante che per lui si usasse ogni opera, e facessinsi tutte quelle cose che per un prudente e virtuoso uomo si dovevano fare, per mettere le radici sue in quelli Stati, che l’armi e fortuna di altri gli aveva concessi. Perché, come di sopra si disse, chi non fa i fondamenti prima, gli potrebbe con una gran virtù fare dipoi, ancorchè si faccino con disagio dell’architettore, e pericolo dello edificio. Se adunque si considererà tutti i progressi del Duca, si vedrà quanto lui avesse fatto gran fondamenti alla futura potenzia, li quali non giudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali precetti mi dare migliori ad un Principe nuovo, che lo esempio delle azioni sue; e se gli ordini suoi non gli giovarono, non fu sua colpa, perché nacque da una strasordinaria ed estrema malignità di fortuna. Aveva Alessandro VI nel voler fare grande il Duca suo figliuolo assai difficultà presenti e future. Prima non vedeva via di poterlo fare Signore di alcuno Stato, che non fusse Stato di Chiesa; e sapeva che il Duca di Milano e i Viniziani non glielo consentirebbono, perché Faenza e Rimino erano di già sotto la protezione de’ Viniziani. Vedeva, oltre a questo, le armi d’Italia, e quelle in spezie, di chi si fusse possuto servire, essere nelle mani di coloro che dovevano temere la grandezza del Papa; e però non se ne poteva fidare, essendo tutte negli Orsini, e Colonnesi, e loro seguaci. Era adunque necessario che si turbassero quelli ordini, e disordinare gli Stati d’Italia, per potersi insignorire sicuramente di parte di quelli; il che gli fu facile; perché trovò i Viniziani, che mossi da altre cagioni si erano volti a fare ripassare i Francesi in Italia; il che non solamente non contradisse, ma fece più facile con la risoluzione del matrimonio antico del Re Luigi. Passò adunque il Re in Italia con lo aiuto de’ Viniziani e consenso di Alessandro; nè prima fu in Milano, che il Papa ebbe da lui gente per l’impresa di Romagna, la quale gli fu consentita per la riputazione del Re. Acquistata adunque il Duca la Romagna, e battuti i Colonnesi, volendo mantenere quella, e procedere più avanti, l’impedivano due cose: l’una l’armi sue, che non gli parevano fedeli; l’altra la volontà di Francia; cioè temeva che l’armi Orsine, delle quali si era servito, non gli mancassero sotto, e non solamente gl’impedissero l’acquistare, ma gli togliessero l’acquistato; e che il Re ancora non gli facesse il simile. Degli Orsini ne ebbe uno riscontro quando dopo l’espugnazione di Faenza assaltò Bologna, che gli vide andare freddi in quello assalto. E circa il Re, cognobbe l’animo suo, quando, preso il Ducato di Urbino, assaltò la Toscana; dalla quale impresa il Re lo fece desistere; ondeché il Duca deliberò non dipendere più dalla fortuna ed armi d’altri. E la prima cosa indebolì le parti Orsine e Colonnesi in Roma, perché tutti gli aderenti loro, che fussino gentiluomini, si guadagnò, facendogli suoi gentiluomini, e, dando loro gran provvisioni, gli onorò secondo le qualità loro, di condotte e di governi; in modo che in pochi mesi negli animi loro l’affezione delle parti si spense, e tutta si volse nel Duca. Dopo questo aspettò l’occasione di spegnere gli Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna, la quale gli venne bene, ed egli usò meglio; perché avvedutisi gli Orsini tardi che la grandezza del Duca e della Chiesa era la lor rovina, fecero una dieta a Magione nel Perugino. Da quella nacque la ribellione di Urbino, e li tumulti di Romagna, ed infiniti pericoli del Duca, li quali superò tutti con l’aiuto de’ Francesi; e ritornatoli la riputazione, né si fidando di Francia, né di altre forze esterne, per non le avere a cimentare si volse agl’inganni, e seppe tanto dissimulare l’animo suo, che gli Orsini, mediante il Signor Paulo, si riconciliarono seco, con il quale il duca non mancò di ogni ragione di ufizio per assicurarlo, dandoli veste, danari, e cavalli; tantoché la semplicità loro gli condusse a Sinigaglia nelle sue mani. Spenti adunque questi capi, e ridotti li partigiani loro amici suoi, aveva il Duca gittati assai buoni fondamenti alla potenza sua, avendo tutta la Romagna con il Ducato di Urbino, e guadagnatosi tutti quei popoli, per avere incominciato a gustare il ben essere loro. E perché questa parte è degna di notizia, e da essere imitata da altri, non la voglio lasciare indietro. Preso che ebbe il Duca la Romagna, trovandola essere stata comandata da Signori impotenti, quali piuttosto avevano spogliato i loro sudditi, che correttoli, e dato loro materia di disunione, che di unione; tantoché quella provincia era tutta piena di latrocini, di brighe, e di ogni altra sorte d’insolenza, giudicò necessario, a volerla ridurre pacifica ed obbediente al braccio regio, darli un buon governo. Però vi prepose messer Ramiro d’Orco, uomo crudele ed espedito, al quale dette pienissima potestà. Costui in breve tempo la ridusse pacifica e unita con grandissima riputazione. Dipoi giudicò il Duca non essere a proposito sì eccessiva autorità, perché dubitava non diventasse odiosa; e preposevi un giudizio civile nel mezzo della provincia, con un presidente eccellentissimo, dove ogni città avea l’avvocato suo. E perché cognosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare gli animi di quelli popoli, e guadagnarseli in tutto, volse mostrare che se crudeltà alcuna era seguita, non era nata da lui, ma dall’acerba natura del ministro. E, preso sopra questo occasione, lo fece mettere una mattina in duo pezzi a Cesena in su la piazza con un pezzo di legno e un coltello sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo rimanere soddisfatti e stupidi. Ma torniamo donde noi partimmo. Dico, che trovandosi il Duca assai potente, ed in parte assicurato da’ presenti pericoli, per essersi armato a suo modo, ed avere in buona parte spente quelle armi che vicine lo potevano offendere, li restava, volendo procedere con l’acquisto, il respetto di Francia; perché cognosceva che dal Re, il quale tardi si era avveduto dell’errore suo, non gli sarebbe sopportato. E cominciò per questo a cercare amicizie nuove, e vacillare con Francia, nella venuta che fecero i Francesi verso il Regno di Napoli contro li Spagnuoli che assediavano Gaeta. E l’animo suo era di assicurarsi di loro; il che già saria presto riuscito, se Alessandro viveva. E questi furono i governi suoi circa le cose presenti. Ma quanto alle future egli aveva da dubitare; prima che un nuovo successore alla Chiesa non gli fusse amico, e cercasse torgli quello che Alessandro gli aveva dato; e pensò farlo in quattro modi. Primo, con ispegnere tutti i sangui di quelli Signori che egli aveva spogliato, per torre al Papa quelle occasioni. Secondo, con guadagnarsi tutti i gentiluomini di Roma per potere con quelli, come è detto, tenere il Papa in freno. Terzo, con ridurre il Collegio più suo che poteva. Quarto, con acquistare tanto imperio, avanti che il Papa morisse, che potesse per sé medesimo resistere a un primo impeto. Di queste quattro cose alla morte di Alessandro ne aveva condotte tre; la quarta aveva quasi per condotta. Perché de’ Signori spogliati ne ammazzò quanti ne poté aggiugnere, e pochissimi si salvarono; i gentiluomini Romani si aveva guadagnato; e nel Collegio aveva grandissima parte. E quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare Signore di Toscana; e possedeva già Perugia e Piombino, e di Pisa aveva preso la protezione. E come non avesse dovuto avere rispetto a Francia (che non glie n’aveva ad aver più, per essere già i Francesi spogliati del Regno di Napoli dagli Spagnuoli, in forma che ciascun di loro era necessitato di comperare l’amicizia sua), saltava in Pisa. Dopo questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de’ Fiorentini, e parte per paura; i Fiorentini non avevano rimedio; il che se li fusse riuscito, che gli riusciva l’anno medesimo che Alessandro morì, si acquistava tante forze e tanta riputazione, che per sè stesso si sarebbe retto, senza dipendere dalla fortuna o forza d’altri, ma solo dalla potenza e virtù sua. Ma Alessandro morì dopo cinque anni, che egli aveva incominciato a trarre fuora la spada. Lasciollo con lo Stato di Roma solamente assolidato, con tutti gli altri in aria, intra duoi potentissimi eserciti inimici, ammalato a morte. Ed era nel Duca tanta ferocia e tanta virtù, e si ben cognosceva come gli uomini s’abbino a guadagnare o perdere, e tanto erano validi i fondamenti che in sì poco tempo si aveva fatti, che se non avesse avuto quelli eserciti addosso, o fusse stato sano, arebbe retto ad ogni difficultà. E che li fondamenti suoi fussino buoni, si vide, che la Romagna l’aspettò più di un mese; in Roma, ancora che mezzo morto, stette sicuro; e benché i Baglioni, Vitelli, e Orsini venissero in Roma, non ebbero seguito contro di lui. Poté fare, se non chi egli volle, almeno che non fusse Papa chi egli non voleva. Ma se nella morte di Alessandro fusse stato sano, ogni cosa gli era facile. Ed egli mi disse ne’ dì che fu creato Iulio II, che avea pensato a tutto quello che potesse nascere morendo il Padre, e a tutto aveva trovato rimedio, eccetto che non pensò mai in su la sua morte di stare ancora lui per morire. Raccolte adunque tutte queste azioni del Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare, come io ho fatto, di proporlo ad imitare a tutti coloro, che per fortuna e con l’armi d’altri sono saliti all’imperio. Perché egli avendo l’animo grande, e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimente; e solo si oppose alli suoi disegni la brevità della vita di Alessandro, e la sua infirmità. Chi adunque giudica necessario nel suo Principato nuovo assicurarsi degl’inimici, guadagnarsi amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, seguire e riverire da’ soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, e innovare con nuovi modi gli ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infedele, creare della nuova, mantenersi le amicizie de’ Re e delli Principi, in modo che ti abbino a beneficare con grazia, o ad offendere con rispetto, non può trovare più freschi esempi, che le azioni di costui. Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio II, nella quale egli ebbe mala elezione; perché, come è detto, non potendo fare un Papa a suo modo, poteva tenere, che uno non fusse Papa; e non dovea acconsentire mai al Papato di quelli Cardinali, che lui avesse offesi, o che diventati Pontefici avessino ad avere paura di lui. Perché gli uomini offendono o per paura, o per odio. Quelli che egli aveva offesi, erano, tra gli altri, S. Pietro ad Vincula, Colonna, S. Giorgio, Ascanio. Tutti gli altri assunti al Pontificato avevano da temerlo, eccetto Roano e gli Spagnuoli. Questi per coniunzione e obbligo, quello per potenza, avendo congiunto seco il Regno di Francia. Pertanto il Duca innanzi ad ogni cosa doveva creare Papa uno Spagnuolo; e, non potendo, dovea consentire che fusse Roano, e non S. Pietro ad Vincula. E chi crede che ne’ personaggi grandi beneficii nuovi faccino dimenticare l’ingiurie vecchie, s’inganna. Errò adunque il Duca in questa elezione, e fu cagione dell’ultima rovina sua. Così ne parla Machiavelli, che lo esalta, lo racconta e lo critica, presentandone i pregi e i difetti, le virtù e gli errori nella sua opera più celebre e importante sotto molteplici aspetti, Il principe: Cesare Borgia, detto il Valentino, eccessivo, ambiguo, contraddittorio, ambizioso, brillantissimo, amorale, umorale, raffinato, sensibile, appassionato d’arte e di cultura, figlio del papa e simbolo di un’epoca di guerre che però ha prodotto il massimo della bellezza, a differenza del mezzo millennio di pace narrato in un celebre adagio cui però si deve, in un altrove poco distante dagli italici lidi, poco più che qualche tavoletta di cioccolata e alcuni graziosi orologi a cucù. Modello e riferimento, dissoluto, sanguinario, dannato, uomo di chiesa e di conflitto, mito che ha conosciuto le stelle e la polvere, è il protagonista di questo interessante e poliedrico ritratto che ne fa Antonioli, archeologo, storico, museologo, esperto di etruscologia e civiltà protostoriche, autore di molti saggi, con prosa chiara e divulgativa. Da leggere.

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“Testimone silenziosa”

51q6mod+GoL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Avrà proprio fatto un brutto sogno per essersi agitato così. Povero Bob.

Testimone silenziosa, Holly Seddon, Newton Compton, traduzione di Francesca Campisi. Sconvolgente e coinvolgente, originale pur muovendosi nel confine di un genere assai ben definito ma che in realtà è solo un punto di partenza, un pretesto, un trampolino di lancio mediante il quale arrivare ad ampliare la prospettiva, quello di Holly Seddon è un thriller solido e valido connotato in maniera mirabile che non ha battute a vuoto e tiene sempre desta l’attenzione del lettore: nel millenovecentonovantacinque l’adolescente Amy diviene suo malgrado una celebrità perché scompare ed è ritrovata poco dopo più morta che viva. Il suo aggressore non è stato mai identificato. Passano tre lustri e nessuno la ricorda più. Ma lei vive ancora. In un letto. In una stanza d’ospedale. Dove entra un giorno Alex, una giornalista, cresciuta nella stessa periferia della ragazza, nei medesimi anni. Sta facendo un’inchiesta sulle condizioni dei pazienti in stato vegetativo. Si convince che sia cosa buona e giusta scavare nel passato. Ma…

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“L’isola dei delitti”

51b5Xy5UTCL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mentire è una creazione ex nihilo. Partenogenesi. La dea Atena che nasce già con l’armatura dalla mente di suo padre Zeus. Mentire è inventarsi cose dal nulla, solo che è tossico e corrompe chiunque sia toccato dalla menzogna, soprattutto il bugiardo. Voglio credere che sia inoffensivo, che sia un semplice meccanismo di difesa che rende sopportabile una realtà di merda, ma le bugie alla fine ti tornano sempre indietro. È una nuvola nera che mi circonda, mi avvolge in un senso di fallimento, di stupidità e di inutilità. Al college mentivo per spiegare come mai non presentavo il materiale e le tesine. Riuscivo a prendere tempo e conquistare compassione e simpatie – tiravo in ballo il funerale di una nonna, una coinquilina che aveva provato a farsi del male – e all’inizio andava tutto bene. Il primo anno ero anche riuscita ad avere una media altissima, e non ero mai andata oltre le semplici bugie, non avevo mai fatto cose immorali o criminali, come il plagio, per esempio, che – per quanto sia legato alla bugia – mi sembrava più un furto. Ma cavarsela mentendo crea una sua particolare euforia, un piacere segreto, come l’adrenalina, e se non stai attento diventa una dipendenza. Le mie scuse, elaborate variazioni del classico il cane mi ha mangiato i compiti, mi concedevano delle dilazioni, ma a metà del secondo anno era diventato chiaro che non stavo usando il tempo in più per finire il lavoro arretrato. Lo usavo anzi per costruire bugie su bugie, creandomi altre vie di fuga. Al terzo anno mi avevano bocciato a due esami che non ho mai più dato, e al quarto anno ero incappata casualmente nel corso di biologia dello sviluppo del dottor James Bancroft. Il corso non era particolarmente difficile, ma non mi piaceva, non mi piaceva il suo metodo di insegnamento pedante e robotico, e mi ero ripromessa di trovare un modo per superarlo studiando il minimo indispensabile. Ogni tanto incontravo delle persone che mi vedevano per quella che ero. Non del tutto, e non subito, ma erano molto brave a scoprire le mie stronzate e – questo è anche peggio – a smascherarmi. La maggior parte della gente è troppo gentile ed educata per vedere una bugia per quello che è realmente. Magari alcuni capiscono che c’è qualcosa che non va, ma se sembri simpatica, o particolarmente arrabbiata – è uguale – suppongono di essere loro in torto. Dopotutto, dicono, perché dovrebbe mentire? Già, perché?

L’isola dei delitti, Andrew Hart, Newton Compton, traduzione di Giulio Silvano. È sola. Ha paura. Non capisce perché si trovi lì. In una cella. Buia. Soffocante. In catene. Non ricorda nulla. Solo di aver raggiunto i suoi amici a Creta, laddove si sono conosciuti anni prima, per una nuova vacanza. Conosciuti, però, non è proprio il verbo giusto. Sì, perché lei ha mentito. Su molte, moltissime cose. Gli altri non sanno in pratica nulla di vero su di lei. E lei quanto sa di reale su di loro?… Da non perdere: magistrale, profondo, disturbante, ad altissima tensione.

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“La spada segreta del templare”

51n4quLCUDL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non può essere…

La spada segreta del templare, Dominic Selwood, Newton Compton, traduzione di Emanuele Boccianti. L’Arca dell’Alleanza è un vero e proprio mito, una leggenda, praticamente come il Graal: a quanto pare un manipolo di mercenari ne è in possesso, e per questo motivo Ava, che ha fatto parte dell’agenzia di spionaggio per l’estero della Gran Bretagna (SIS, o anche MI6) ed è un’archeologa, viene contattata dall’intelligence a stelle e strisce. Anche perché il capo del gruppo pare essere Marius Malchus, che non le è affatto ignoto. Purtroppo. E così lei è costretta a indagare, tra Templari, misteri biblici, massoni, occultisti e neonazisti, correndo rischi altissimi… Accattivante e coinvolgente.

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“Non voltarti indietro mai”

516MSrErvHL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anna passeggiava per le strade lastricate di Lynmouth e Joni indicava i gabbiani dal passeggino. Guardò le scogliere rocciose e il mare calmo. Sarebbero tornate a casa il giorno dopo. Sentì salire un’ondata di ansia. Ma poi scosse la testa. Doveva essere più forte. Sua nonna aveva ragione. Si era crogiolata nel senso di colpa anche troppo a lungo. Una volta tornata a casa, avrebbe affrontato quello che aveva fatto, per il bene di Joni. Basta scappare. E per farlo bisognava venire a capo delle email del sedicente Ofelia Killer.

Non voltarti indietro mai, Tracy Buchanan, Newton Compton, traduzione di Clara Serretta. È appena tornata al lavoro. Era in maternità. Si è separata da pochissimo da suo marito. La bimba è tutto quel che ha. È piccola. Indifesa. Bisognosa di cure. Un giorno mentre passeggiano sulla spiaggia lei viene aggredita da un ragazzo. Per Anna è terrore puro. Reagisce d’istinto. Teme per sua figlia. Lo ferisce. A morte. La polizia le crede. Però c’è qualcosa di strano. Molto. E non è tutto: un giorno le arriva un messaggio. A firma di Ofelia Killer. Un omicida cui viene addossata la colpa di alcuni delitti di due decenni prima, una scia di sangue interrottasi solo con un suicidio. Quello di suo padre… Eccellente.

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