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“La Roma segreta di Caravaggio”

51bDxe9zGqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A Roma più che altrove taverne e ostelli rappresentavano voci significative del bilancio economico della città. Albergatori, osti e ristoratori sempre all’opera sprimacciavano pagliericci, rabboccavano fojette di vino, stringevano accordi per offrire congiuntamente servizi soddisfacenti a una clientela tanto numerosa quanto varia per rango ed esigenze. La cucina e la sala arredata con le tabulae per mangiare, bere e giocare erano sovente, ma non sempre, collocate al pianterreno. Non di rado, accanto a scodelle e boccali, venivano messi a disposizione nelle stanze dei retrobottega o dei piani superiori comodi giacigli sui quali gli avventori potevano unirsi carnalmente alle giovani (o giovanissime) prostitute con cui avevano gozzovigliato fino a poco prima, fra una partita a carte e l’altra. La dimensione postribolare delle taverne, la sporcizia, le gozzoviglie e le risse sono certamente un luogo comune laddove si immaginino tali luoghi esclusivamente caratterizzati da meretricio e ubriachezza, tuttavia non esiste stereotipo che non poggi su un margine di realtà e dunque non ci discostiamo troppo dal vero nel figurarci locande affollate, chiassose, surriscaldate e maleodoranti. Inserite in una fitta rete di vicoli, strade e relazioni sociali, le osterie e le taverne sorgevano le une accanto alle altre: non solo luoghi di ristoro, esse di fatto marcavano un territorio sociale, poiché spesso erano gestite in cooperazione fra l’oste, che offriva il vitto, e il proprietario della casa che forniva i locali della medesima osteria. Ci si conosceva tutti, ci si scambiavano favori e prestazioni, ci si arrabbiava e ci si insultava, si vociferava e si malignava, era la vita di una piccola comunità.

La Roma segreta di Caravaggio, Gabriela Häbich, Newton Compton. La città eterna risplende ancora delle testimonianze del suo genio, cui non mancò una considerevole dose di sregolatezza: appassionato e appassionante, l’artista che non ebbe freni e che rivoluzionò il mondo dell’arte, che a secoli di distanza non cessa di stupire, rivive nelle pagine intense e chiare che raccontano i luoghi dove visse per diverso tempo nei suoi angoli più inconsueti e dunque interessanti. Da non perdere.

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“Le grandi dinastie che hanno cambiato l’Italia”

51e0ZYsW+8L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Bandato d’argento e di rosso; capo d’argento caricato di una rosa di rosso bottonata d’oro e sostenuta da una fascia d’oro caricata di un’anguilla ondeggiante d’azzurro». È questa l’arma degli Orsini che, come fa intendere lo stemma araldico, furono politicamente sfuggenti e sinuosi al pari dell’anguilla che li rappresenta. La famiglia Orsini è un’altra di quelle dinastie patrizie romane di cui tutti hanno sentito parlare almeno una volta nella vita. Le origini di questa stirpe risalirebbero al X secolo a un casato in cui risulta comune il nome Orso ma che già nel secolo XI può essere identificato nel casato dei Boboni. Si pensa, dunque, che la famiglia degli Orsini sia stata fondata a partire dal nipote di Giacinto Bobone, alias Celestino III, Orso di Bobone nel XII secolo.

Le grandi dinastie che hanno cambiato l’Italia, Alessandro Moriccioni, Newton Compton. Fabi, Corneli, Giulio Claudi, Flavi, Severi, Costantinidi, Teodosiani, Pipinidi, Carolingi, Ottoni, Hohenstaufen, Crescenzi, Frangipane, Orsini, Caetani, Colonna, Della Torre, Visconti, Sforza, Este, Della Scala, Montefeltro, Gonzaga, Cybo, Borgia, Piccolomini, Della Rovere, Farnese, Durazzo, Medici, Corner, Mocenigo, Sagredo, Spinola, Borghese, Ludovisi, Barberini, Pamphili, Chigi, Rospigliosi, Bonaparte, Borbone, Savoia, Asburgo, Garibaldi, Cadorna e perfino gli Agnelli e i Berlusconi: la storia dello stivale è fatta di alberi genealogici che affondano le proprie radici nel potere, e con dovizia di particolari Moriccioni, scrittore e divulgatore, racconta come. Da leggere.

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“Silence”

51ZK-FArRbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era come l’inizio di una tempesta di neve. Sopra la collina le vespe scorrevano da cima a valle, virando avanti e indietro, schivando spuntoni di rocce e alberi, volando in cerchio in alcuni punti se trovavano qualcosa di interessante, per poi proseguire oltre. Ne vidi alcune cacciare degli uccelli in volo: d’un tratto iniziarono a imitare gli schemi di volo degli uccelli che cantavano per poi ghermirli a mezz’aria. Un’altra si scagliò contro qualcosa al di fuori del mio campo visivo e molte altre vespe si lanciarono nella mischia.

Silence, Tim Lebbon, Newton Compton, traduzione di Laura Miccoli. Ricorda molto l’ottimo film di John Krasinski, bello e bravo, A quiet place, questo thriller scritto in stato di grazia che racconta la storia di Ally che, abituata al silenzio in quanto sorda, è dunque la sola speranza di salvezza per sé, la propria famiglia e forse addirittura per il mondo, sempre ammesso e non concesso che valga la pena che sia salvato, poiché ogni rumore, anche il più piccolo, può essere fatale, dato che nelle viscere della terra si annidano creature mostruose, assassine, invincibili, abilissime nella caccia e irresistibilmente attratte e innescate come ordigni dalla minima vibrazione sonora. Ma… Ad altissima tensione.

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“Cuori spezzati e torte di Natale”

rebt.PNGdi Gabriele Ottaviani

Dover prendere una vera decisione su cosa fare di suo figlio, però, era tutt’altra storia.

Cuori spezzati e torte di Natale, Amy Bratley, Newton Compton, traduzione di Elena Papaleo. Non c’è rumore più insopportabile di quello che produce un cuore quando si spezza. Non c’è dolore più estremo. Non c’è cura più piacevole di un buon dolce per cercare quantomeno di lenire in parte la sofferenza e cercare di risollevarsi. Non c’è festa più sentita, ma che può anche rivelarsi una drammaticamente potente cassa di risonanza per il senso di vuoto che danno gli affetti assenti, del Natale. Ma non è facile guardare al futuro con ottimismo quando incombe la guerra: e quest’appassionante vicenda prende le mosse nel millenovecentoquaranta, a Bournemouth, dove la famiglia di Audrey gestisce, e non da poco, una pasticceria… Graziosissimo.

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“La terrificante storia dei campi di concentramento”

dfver.PNGdi Gabriele Ottaviani

All’epoca i prigionieri ebrei costituivano ancora una minoranza, eppure dopo la promulgazione delle Leggi di Norimberga alla fine delle olimpiadi agli ebrei fu riservato un trattamento sempre peggiore in tutto il Paese. Non soddisfatto delle leggi antisemite attuate, Goebbels – forse il razzista più convinto e feroce all’interno della ristretta cerchia di Hitler – lanciò una campagna multimediale per educare l’opinione pubblica. Un’esibizione itinerante chiamata Der ewige Jude (“l’eterno ebreo”) iniziò a circolare nel novembre del 1937, raggiungendo più di quattrocentomila tedeschi nella sola Monaco. Mostrando immagini e “fatti” inventati che attribuivano al popolo ebraico corruzione e depravazione nell’arco dei secoli, l’esibizione accusò gli ebrei di tutto il mondo di qualsiasi cosa, dal capitalismo al bolscevismo, dalla sporcizia alle malattie. Anche l’industria cinematografica era al servizio della causa nazista, lodando Hitler e il partito e diffamando gli ebrei di tutto il mondo. La rifondazione della società tedesca verso una nozione distorta di purezza finì per portare anche gli omosessuali all’interno dei campi. Più di cinquemila gay vennero mandati nei campi in base al paragrafo 175, revisione di una legge preesistente che prendeva di mira qualsiasi «uomo che commetta atti osceni e lascivi con un altro uomo». Il Reich se la prese anche con i testimoni di Geova, che rifiutavano di salutare Hitler o di presentarsi all’arruolamento. Verso la metà degli anni Trenta, un numero elevato di criminali recidivi andò a ingrossare le file di coloro che erano detenuti sulla base delle nuove regole di custodia cautelare. Fu una tattica per identificare una categoria più minacciosa per l’opinione pubblica, oltre che per diluire la percentuale – anche se non le cifre – dei prigionieri politici detenuti dai nazisti. In aggiunta vi erano i campi di internamento, sparsi in tutto il Paese, estranei al sistema formale dei Konzentrationslager, in cui erano detenuti gli zingari. Durante le olimpiadi, come parte della procedura di pulizia delle strade dai vagabondi, gli zingari erano stati radunati e trattenuti a Marzahn, un campo aperto lontano dai siti che ospitavano le competizioni. I detenuti che avevano un impiego godevano del permesso di allontanarsi durante il giorno, ma dovevano fare ritorno la sera; gli altri erano costretti a lavorare su progetti edili per il governo. Nel 1936 venne aperto a Monaco un quartier generale per “Combattere la seccatura zingara”, dove fu creato un registro nazionale di catalogamento dei rom. Lo stesso anno, a Berlino, lo psichiatra Robert Ritter venne messo a capo dell’Unità di ricerca per l’igiene razziale e biologia demografica. Ritter raccolse dati sulla genealogia di rom e sinti e decise che, fatta eccezione per pochi zingari “purosangue”, gli altri erano tutti stranieri e inadatti all’assimilazione nella società tedesca. Perciò suggerì di renderli oggetto di una permanente «detenzione preventiva in campi di lavoro o ambienti chiusi e sorvegliati». Raccomandò inoltre di renderli sterili. Entro la fine del 1937, quattro erano i campi di concentramento costruiti per adeguarsi ai nuovi propositi: Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen e Lichtenburg – un campo destinato specificatamente alle donne. Per allora ebrei e zingari erano oggetto di forti repressioni, ma molti continuavano a vivere nelle comunità tedesche. Quando Hitler annunciò le Leggi di Norimberga, disse che sperava che avrebbero risolto con successo il problema della razza, ma che se non l’avessero fatto, il problema andava «affidato per legge al Partito nazionalsocialista per la soluzione finale». Nel frattempo i nazisti si servirono di propaganda ed eugenetica per influenzare l’opinione pubblica. La piena forza dell’esclusione dalla vita quotidiana avrebbe presto investito ebrei e zingari in egual misura.

La terrificante storia dei campi di concentramento – Da Auschwitz ai gulag sovietici, da Cuba all’Africa, dalla Cina alla Corea: storia di un orribile strumento di repressione e di morte, Andrea Pitzer, Newton Compton. Ogni regime ha bisogno di un nemico, qualcuno da incolpare per ciò che va male, qualcuno su cui sfogare e far sfogare la rabbia del popolo bue che pensa solo al proprio tornaconto non capendo però che così facendo, oltre a non risolvere affatto l’eventuale problema, anzi, in primo luogo si espone finanche oltretutto al medesimo rischio, ossia di diventare a sua volta per qualcun altro la feccia da sterminare. E non c’è nulla di più atrocemente efficace per eliminare un presunto nemico che internarlo: la storia è piena di campi di concentramento, dove sono state compiute le più immonde nefandezze. Che è bene sapere ed è indispensabile combattere. Andrea Pitzer racconta tutto questo con estrema cura e chiarezza.

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“Amori reali”

dfewf.PNGdi Gabriele Ottaviani

Non è tutto oro quel che luccica. Quella che sembrava una delle più grandi storie d’amore del XX secolo pare che fosse in realtà un inferno, almeno negli ultimi anni di vita della coppia. Edoardo VIII per sposare Wallis Simpson era stato costretto ad abdicare, provocando in tal modo un’importante crisi costituzionale.

Amori reali, Cinzia Giorgio, Newton Compton. Cesare e Cleopatra, Federico II e Bianca Lancia, Caterina de’ Medici ed Enrico II, Sissi e Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele e la Bela Rosin, Nicola II e Alessandra di Russia: chi più ne ha più ne metta. Da nord a sud, da est a ovest, nel tempo e nello spazio Cinzia Giorgio indaga con grazia e divertimento, ironia e profondità le grandi passioni che in un modo o nell’altro hanno fatto la storia. Interessante.

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“Una preghiera prima dell’alba”

erb.PNGdi Gabriele Ottaviani

Questi bastardi se ne fregano della loro gente, figurati di noi! Non dimenticarlo mai. Fidati, se qualcuno ti taglia una gamba qui dentro ti danno solo un po’ di paracetamolo del cazzo, e te lo vendono pure a peso d’oro. Se vedono la possibilità di tirar su qualche baht non se la fanno scappare di certo. Quindi non mostrare mai segni di debolezza, cammina a testa alta e comportati da uomo», dissi, sperando che imparasse in fretta e capisse che non era uno scherzo. In prigione la tua vita dipende dalla tua capacità di tirare avanti e mostrarti forte. Io venivo dalle strade di Liverpool, quindi riuscivo a sopportare più o meno qualsiasi cosa, eppure quel posto mi spaventava, e doveva aver letteralmente terrorizzato il povero Scott. La paura più grande che avevo era innamorarmi di qualche tizio, ma Noi era la travestita più brutta che avessi mai visto. Aveva i piedi di un hobbit, le gambe pelose e non riusciva a fare mezzo discorso senza tirar fuori un paio di insulti da scaricatore di porto. Aveva un ragazzo che lavorava nell’infermeria quindi riusciva a procurarmi il Tramadol. «Aye, farang, ao arai? Cosa vuoi, straniero? Vuoi che ti fumi il sigaro?», disse leccandosi le labbra e mimando un pompino. «Aaah, ti piace? Io lo faccio gratis per te», mi disse. «No grazie, preferisco succhiarmelo da solo. Mi puoi procurare un po’ di Tramadol?», le chiesi porgendole quattro pacchetti di sigarette. «Certo, teerak, ti prendo taxi». I thailandesi chiamavano “taxi” il Tramadol perché era colorato, verde e giallo, proprio come i taxi della zona. Mentre me ne stavo lì seduto, in attesa che Noi tornasse con gli antidolorifici, un’altra ladyboy venne verso di me e mi sorrise. Aveva i capelli corti e dei seni enormi sotto un top aderente. «Ciao, Billy, come stai?». Ero sorpreso che sapesse il mio nome. Evidentemente la guardai con un’aria incerta piuttosto comica, perché mi sorrise di nuovo. «Tu dimenticato di me, na. Io May», disse, facendo una piroetta. «Tu ricorda, abbiamo fumato yaba con tuo amico. Perché sei qui? Cosa hai fatto di sbagliato?». Non potevo crederci, era May. Sembrava così diversa con i capelli corti. L’ultima volta che l’avevo vista li portava lunghi e indossava un vestito e scarpe con i tacchi. Ora aveva un taglio da skinhead, dei pantaloncini corti verdi di cotone e una maglietta bianca. Ai piedi aveva delle infradito viola che dovevano aver visto giorni migliori. «Sì, certo che mi ricordo di te, May. Sembri solo così diversa», risposi. Mi sorrise di nuovo, poi mi disse: «È okay, mai bpen rai ka», “Non preoccuparti”. «Lo so, sono grassa ora», e si diede un colpetto sulla pancia. «No, non sei grassa. Stai bene», dissi. Ed era vero, era stata in prigione quasi un anno, aveva mandato giù pasti regolari e non aveva fatto uso di droghe.

Una preghiera prima dell’alba. Billy Moore è un giovane e bellissimo ragazzo occidentale tossicodipendente che spaccia e fa incontri di boxe clandestina in Thailandia, vivendo di espedienti. Viene arrestato e finisce nelle carceri di quel paese, dove la cosa meno brutta che possa capitarti è ammalarti, venire stuprato o morire. Ma la boxe può esserti d’aiuto, perché puoi diventare un combattente, avere dei privilegi, rappresentare quell’istituzione in incontri sul ring appositamente organizzati per dare lustro alla retorica di governo, non sentirti più solo al mondo, anche se magari un padre e dei fratelli, lontano, ce li hai, attraversare condizioni di esistenza leggermente meno subumane e degradanti. Se poi sei così fortunato da incontrare persino un po’ di tenerezza nello sguardo e nelle carezze di una ragazza transessuale e da capire che puoi farti forza in quel mondo per uscirne migliore e smettere di scappare in primo luogo da stesso… È una storia autentica, e il vero Billy Moore compare persino nello splendido, lirico, violentissimo, estremo, devastante, eccezionale – non a caso passato da Cannes, e già acquisito da Lucky Red – A prayer before dawn, meraviglioso sin dal titolo, ottimo in ogni dettaglio, e con un sensazionale Joe Cole. Così scrivevamo del film, visto l’anno scorso alla festa del cinema di Roma. Ora finalmente grazie a Newton Compton, nella traduzione di Giulio Silvano, abbiamo la possibilità di leggere le parole del vero Billy Moore: da non perdere.

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