Libri

“Jena 1800”

di Gabriele Ottaviani

Caroline stenta a crederlo. Ma forse per la prima volta nella sua vita ha la sensazione che sia per sempre. Dorothea Caroline Albertine, nata Michaelis, vedova Böhmer, separata Schlegel, risposata Schelling. Questo cognome non deve cambiare, non cambierà. Il matrimonio con Schelling è stato celebrato alla presenza dei parenti piú stretti. Alla fine del maggio 1803 – soltanto alcuni giorni dopo la separazione da Wilhelm – i due sono venuti qui, a Murrhardt nella regione del Württemberg, dove già un mese dopo li ha sposati il padre di Schelling, Friedrich Joseph Schelling, appena nominato prelato. In viaggio verso la Svevia hanno fatto tappa a Bad Bocklet per recarsi nel cimitero del villaggio e ricevere la benedizione di Gustel. La separazione da Wilhelm non è stata facile per Caroline. Entrambi sapevano però di essere d’intralcio alla felicità propria e a quella dell’altro. Non sono mai stati l’uno per l’altra quel che volevano. Neppure Wilhelm, anche se le è stato sempre accanto. Impossibile darsi all’altro completamente, con amore incondizionato. E intanto sono di nuovo passati al «lei» nello scambio epistolare. Devono però continuare a essere amici. Caroline e Wilhelm volevano la separazione – il piú rapidamente possibile, del tutto indifferenti a cosa ne pensasse il mondo. Vogliono fare ciò che ritengono giusto. A tal fine però hanno bisogno del consenso del duca, e questo è difficile da ottenere, poiché non ci sono motivi né legali né morali per la fine del matrimonio. Fortunatamente viene in loro aiuto un altro caso, per il quale di recente il concistoro si è pronunciato favorevolmente: Sophie Mereau si è separata dal professore di diritto di Jena Friedrich Ernst Carl. Lei aveva infatti conosciuto lo studente di medicina Clemens Brentano, che invece di preparare cadaveri di buon mattino preferiva coltivare le sue inclinazioni letterarie, frequentava i pranzi organizzati da Caroline e nel pomeriggio andava con piacere a far visita a Sophie Mereau, mentre suo marito era nell’aula universitaria. Una relazione amorosa non priva di conseguenze. A un certo punto entrambi hanno voluto la separazione…

Jena 1800 – La repubblica degli spiriti liberi, Peter Neumann, Einaudi, traduzione di Rossana Lista. Classe millenovecentoottantasette, poeta pluripremiato, insegnante e dottore di ricerca, specializzato nell’ambito dell’idealismo tedesco, formatosi tra Copenhagen e Jena, forse in assoluto uno fra i più prestigiosi atenei che esistano, dov’è docente e dove si è realizzato l’incontro fra i teorici del romanticismo e non solo, Peter Neumann ci conduce con mano sicura in mezzo a un flusso ininterrotto di giovani intellettuali e poeti che, in un romito borgo della Turingia, fa letteralmente la storia: incantevole.

Standard
Libri

“I bambini di Vienna”

NULL043742-160x253di Gabriele Ottaviani

Non può esserci amore senza giustizia. E la giustizia – forse sarà l’argomento della mia predica di domenica prossima! – è memoria. Guai a noi, se dimentichiamo.

Neve. Bombe. Occupazione. Vienna, millenovecentoquarantacinque. Macerie. Sei ragazzi sopravvivono in una cantina. Gli espedienti sono quelli che sono: borseggio, furto, scippo, mercato nero, prostituzione. Jid, Goy, Ewa, Ate, Curls. E poi lei, la piccola, l’angelo caduto e malato, a cui gli altri raccontano le storie, che dice Iiiiiii quando vede un cavallino, e gli occhi le si sgranano, il cuore per la gioia le si eccita come in preda a una febbre. Il loro rifugio è l’antro dell’innocenza nonostante tutto, in mezzo all’orrore più indicibile, e se c’è chi vuole scacciarli, violando per l’ennesima volta, in un altro modo ancora, la loro infanzia e la sacra purezza che le deve appartenere, esiste anche chi li difende, un reverendo americano in uniforme da ufficiale, un nero della Louisiana, Hosea Washington Smith… Probabilmente leggendo – un po’ come di norma capita con Le ceneri di Angela – penserete in più occasioni di avere problemi agli occhi, perché vi ritroverete a non vedere bene: ma no, saranno semplicemente lacrime, ed è bene che le conserviate, ricordiate l’emozione che ve le ha fatte stillare dagli occhi, che non disperdiate quei momenti in mezzo alla pioggia, per parafrasar Blade runner. Perché la commozione sgorga autentica e sincera attraverso la forza di una narrazione che non fa nulla per muovere a compassione, non calca la mano su nessun aspetto, ma – sembra quasi banale, eppure è senza dubbio questo uno dei suoi punti di forza – con una prosa raffinata, che riproduce anche le particolarità del linguaggio di questi reduci piccoli e grandi che si aggrappano l’uno all’altro per andare avanti, nel deserto della morale, racconta un passato ormai lontano ma ancora tragicamente vicino. Disperato, sconvolgente, splendido: Robert Neumann, I bambini di Vienna, traduzione di Silvia Albesano dalla versione tedesca (datata millenovecentosettantaquattro, ventotto anni dopo la prima, apparsa in inglese a guerra appena finita) redatta dallo stesso autore – di cui si può leggere in apertura del volume anche la prefazione, a sua volta un testo folgorante, una dichiarazione di poetica –, Guanda. Imperdibile.

Standard