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“La ricamatrice di Winchester”

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Violet guardava gli uomini in movimento e ascoltava i rintocchi delle campane..

La ricamatrice di Winchester, Tracy Chevalier, Neri Pozza. Traduzione di Massimo Ortelio. Fluida, elegante, raffinata, potente e solida come di consueto la prosa di Tracy Chevalier, preziosa, modernissima, universale e ricca di dettagli, abbondante di livelli di lettura e chiavi di interpretazione: Violet è determinata a contare solo sulle sue forze, visto che nel millenovecentotrentadue non è che una delle tantissime cosiddette, con orrida locuzione, donne in eccedenza, rimaste nubili o vedove a causa della grande guerra, che si è portata via mariti o, come nel suo caso, fidanzati. Ha trentotto anni, e ormai per lei il meglio sembra essere alle spalle: ma è indomita, brillante, intelligente, capace. In poco tempo, abbandonata Southampton per Winchester, trova lavoro come dattilografa, e accede a una delle più prestigiose istituzioni della città, l’associazione delle ricamatrici della cattedrale, un circolo di rara esclusività che ha delle regole solenni, ferree e anacronistiche. Ma… Da non perdere.

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“La famiglia Piotta”

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  • Sospetta.
  • Sospetta cosa?
  • Che io abbia l’amante.

La famiglia Piotta, Silvino Gonzato, Neri Pozza. Giornalista, saggista, biografo, scrittore, esperto di prestigiosa caratura di Salgari, Gonzato ha una prosa bella, ampia, piana, elegante, intensa, avvincente, avvolgente, coinvolgente, caleidoscopica, raffinata, preziosa, dettagliata, credibile, per il tramite della quale, orchestrandone al meglio tutte le componenti, tesse una storia divertentissima, che si dipana nel piccolo e affollato appartamento di una famiglia umile che vive in una casa popolare nel quartiere di una località dell’operoso settentrione d’Italia dove tutto ricade sulle spalle di Delfina, una matriarca che non ha potuto studiare ma ha energia, cuore e acume da vendere e da appendere, come si suol dire. Caratterizzato con cura fin nelle fibre più intime, è un affresco delizioso.

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“Via col vento”

Via col vento 01di Gabriele Ottaviani

Erano arrivati i nordisti!

Via col vento, Margaret Mitchell, Neri Pozza. Operazione davvero significativa e interessante quella dell’editore, che ripropone un classico formidabile con l’introduzione di Mariarosa Mancuso e la nuova e validissima traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani. Del resto è in generale cosa buona e  giusta che le versioni in lingua diversa dall’originale in cui è stata redatta l’opera periodicamente vengano aggiornate, non per infarcirle di anacronismi, ma perché meglio si leghino allo spirito del tempo: a maggior ragione in questo caso specifico, nel quale la riscrittura precedente risentiva pesantemente ancora della censura e dell’autarchia finanche linguistica imposta dal regime fascista, che non consentiva in nessun ambito alcun lemma straniero, giungendo persino a esiti caricaturali e grotteschi, quando non meramente e biecamente razzisti, come d’altronde avvenne nel doppiaggio coloniale del monumentale film tratto da questo romanzo impareggiabile, opera di fatto unica della sua autrice, cresciuta in Georgia ascoltando i racconti dei veterani della guerra di secessione, premio Pulitzer erroneamente definito come sudista tout court (non è che si faccia fare una bella figura agli stati confederati quando viene fatto dire a Rhett che hanno solo cotone, schiavi e arroganza…), bensì vero e proprio grande romanzo americano, quasi tolstojano, sulla scia di quel rinascimento a stelle e strisce che diversi decenni prima di questo testo che è una vera e propria colonna dell’immaginario collettivo, non foss’altro per celebri citazioni divenute aforismi e frasi formulari, aveva prodotto i capolavori di Melville e non solo. Scarlett O’Hara, per tutti Rossella, inestricabilmente legata al volto perfetto di Vivien Leigh, attrice di talento eccezionale, è per molti versi la prima grande eroina anticonformista moderna, un personaggio insostituibile per un libro da leggere, per una storia che tutti crediamo di conoscere ma riserva invece numerose sorprese.

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“L’ultima intervista”

81-vaX-w0TL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Suo nonno Levi Eshkol è stato il terzo capo del governo dello Stato d’Israele. Quale lascito le ha trasmesso?

Zollette di zucchero…

L’ultima intervista, Eshkol Nevo, Neri Pozza, traduzione di Raffaella Scardi. Geniale sin dal pretesto, apparentemente davvero semplice, per non dire semplicistico o finanche banale, da cui prende le mosse, ovverosia l’occasione imprevista di un’intervista come tante, che non lascerebbe di per sé presagire nulla di straordinario, procedendo quasi stancamente, quesito dopo quesito, alcuni corrivi, altri insignificanti, altri sorprendenti, a un sito internet, il nuovo romanzo di Eshkol Nevo è in assoluto una delle più riuscite ed evocative indagini in merito alla fragilità della condizione umana. Chi è più spaventato infatti dalla morte di uno scrittore, che non ha trovato altro mezzo per combattere l’ossessione della fine che attanaglia tutti coloro che nascendo hanno la consapevolezza di non essere eterni che non fosse affidarsi alle parole, che se non restano scritte non sono altro che vento nel vento? Chi ha più bisogno di conferme? Chi, spesso, è più insincero? E invece in queste pagine, in cui non c’è nessuna concessione alla retorica, con schietta ironia il narratore, l’autore e di conseguenza anche il lettore si ritrovano allo specchio, nudi di fronte alle proprie inevitabili manchevolezze. Bellissimo.

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“Rifugio in un mondo senza cuore”

81paFoq-OyL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il concetto di invidia del pene è in ogni caso inutile…

Rifugio in un mondo senza cuore – La famiglia in stato d’assedio, Christopher Lasch, Neri Pozza, postfazione di Goffredo Fofi. Sono passati più di quarant’anni da quando questo volume è comparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie, attirando sul suo autore i violentissimi strali della sinistra delle cui file lui faceva parte e il plauso della destra: fu interpretato infatti come un testo che difendeva i valori tradizionali nonostante fosse puntellato da quelle che venivano definite come sciocchezze marxiste e che voleva restaurare la madre di tutte le ingiustizie, specialmente di quelle inflitte alle donne, ovvero la cosiddetta famiglia borghese. Ovviamente, niente di più sbagliato e viziato da immotivati preconcetti ideologici, non ci vuole un genio per capirlo, anzi: basterebbe leggerlo davvero. E soffermarsi, con serietà, a riflettere, comprendendo la portata davvero significativa della riflessione di Lasch, che anzi invita con rara onestà intellettuale a prendere coscienza del fatto che ben più radicale dev’essere la svolta, perché la società è intrisa di storture, che ne avvelenano tutti gli ambiti. Da non perdere.

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“Il dio di una estate”

91-xK21R+EL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fa di tutto per non guardarmi negli occhi…

Il dio di una estate, Ralf Rothmann, Neri Pozza, traduzione di Riccardo Cravero. Kiel, su una baia a forma di cuneo da cui di fatto prende il nome sul fiume Eider, nei pressi del mar Baltico, all’estrema propaggine settentrionale, al confine con la Danimarca di cui per un certo periodo è stata parte integrante del territorio, della Germania, in una posizione pertanto decentrata, non distante da Amburgo e Lubecca ma discosta da molti degli eventi più significativi, com’è, nel bene e nel male, per ogni periferia, è la città, capoluogo dello Schleswig-Holstein, da cui Luisa, con madre e sorella, nell’anno del Signore millenovecentoquarantacinque, quando le sorti del Riech hitleriano sono segnate, è sfollata a causa dei bombardamenti che ne falcidiano di continuo il territorio e soprattutto il porto militare. Luisa si trova dunque a passare l’estate, in compagnia degli amatissimi libri e di nuovi amici, a meno di un’ora di macchina da casa, nei boschi, miracolosamente immuni dalla violenza del conflitto fin dal suo inizio, del podere della sorellastra Gudrun e di suo marito Vinzent Landes, assistente del governatore del Gau locale, una delle regioni amministrative della Germania nazista. Ma un giorno… Magistrale, lirico, intenso, vibrante, bellissimo. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Charles Dickens”

9788854519848_0_221_0_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nel 1839 quasi la metà dei funerali a Londra fu celebrata per bambini di età inferiore ai dieci anni, falcidiati dalla malattia o dalla malnutrizione.

Charles Dickens, Peter Ackroyd, Neri Pozza, traduzione di Luca Briasco e Simona Fefè. Scrittore inglese di chiarissima fama, autore di romanzi storici precisi e appassionanti, biografo dei più importanti personaggi, Ackroyd, con stile raffinato e maestoso, si accosta in questa occasione, compiendo un’esegesi che non lascia nulla al caso né trascura alcunché, che si configura davvero come imperdibile per tutti coloro che amino l’arte della parola e che adorino ritrovarsi in compagnia di un buon libro, a uno fra gli scrittori in assoluto più prestigiosi del mondo della letteratura a livello internazionale, il cantore, sempre empatico, mai paternalista o retorico, in piena ipocrita età vittoriana, dei poveri, degli ultimi, dei bisognosi, degli emarginati, dei dimenticati, di coloro che senza di lui non avrebbero mai avuto una voce potente, speranzosa e indomita, il simbolo e l’incarnazione di un tempo, tanto che la sua morte ha listato a lutto un’intera nazione: Charles Dickens. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“I fantasmi di Parigi”

71Sh+hhyNrL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non riuscivo proprio a capire come si potesse essere timidi: qual era la cosa peggiore che ti potesse capitare?

I fantasmi di Parigi, Sebastian Faulks, Neri Pozza, traduzione di Massimo Ortelio. Figlio di un piccolo imprenditore che riversa su di lui tutte le ambizioni e le frustrazioni e di una mamma, Hanan, di cui sa solo che è morta e che era francese d’origine, Tariq, diciannove anni e tanta voglia di vivere, di essere felice, di andare incontro al proprio destino tutto da costruire, lascia d’un balzo la casa bianca appena fuori dalla medina di Tangeri dov’è sempre stato e va alla ricerca di sé: Parigi è la meta, la mamma è cresciuta lì. Ma Parigi è anche la destinazione di Hannah, che dopo aver trascorso un periodo in Africa vuole portare a termine le sue ricerche per la tesi post-dottorato indagando la condizione delle donne della capitale francese, in cui era già stata, quando un grande amore le ha squadernato l’esistenza, durante l’occupazione tedesca. E… Una prova narrativa eccezionale, un romanzo caratterizzato fin nel più piccolo dettaglio da una cura, un’attenzione e un’eleganza non consuete, un viaggio nelle emozioni intenso e potente.

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“L’Isola dei fucili”

71Y6W1ygjcL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ora Moyna aveva la voce incrinata, e si stava asciugando gli occhi col bordo del sari. Di lì a poco diede la stura a un altro fiume di parole. Quando era nato suo figlio, disse, nutriva un mucchio di sogni per lui…

L’Isola dei fucili, Amitav Ghosh, Neri Pozza, traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti. Deen è ormai newyorkese da tempo, ma è nato nel Bengala, e di tanto in tanto torna in India, e si immerge nuovamente, lui che è un antiquario e un commerciante di libri rari, nei suoni, nei profumi, nei sapori, nei colori, nelle suggestioni di una terra in cui sembra possibile tutto, ma anche il suo contrario, in cui l’abiezione si mescola alla lirica, il tremendo al sublime. Un giorno incontra un parente alla lontana, un uomo vanesio e vanaglorioso, per giunta affetto da una incontrastabile logorrea, che gli racconta una leggenda. Che però parrebbe essere suffragata da molto più che un semplice fondo di verità: e così Deen inizia un vero e proprio viaggio, che attraversa non solo lo spazio, ma anche la storia dell’evoluzione del rapporto, violento, fra l’uomo e la natura. Profondissimo, allegorico, magico, la nuova prova narrativa di una voce unica e inconfondibile.

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“L’amore è cieco”

9788854519008_0_150_0_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fu come se i mesi che Brodie aveva trascorso in convalescenza a Nizza non fossero mai esistiti.

L’amore è cieco, William Boyd, Neri Pozza. Traduzione di Laura Prandino. Il sottotitolo già dice tutto: La passione di Brodie Moncur. Siamo in Scozia, e Brodie, classe milleottocentosettanta, lavora da quando è diciottenne per la Channon & Co., il quarto maggior produttore di pianoforti in Gran Bretagna che però stenta a conquistare il mercato francese. È un bravissimo accordatore, e oltretutto ha inoltre ormai sei anni di esperienza. Un giorno viene invitato da Ainsley Channon in persona a trasferirsi nell’imponente sede di Parigi, in avenue de l’Alma, dove Brodie è entusiasta, soprattutto per la distanza dal suo padre-padrone, e dà immediata prova di spirito imprenditoriale anche attraverso un formidabile concerto promozionale. Quella sera, salutando gli artisti in camerino, incontra una giovane. Capelli biondi, occhi azzurri, labbra rosse, sigaretta in bocca, nuda sotto la vestaglia sgargiante: è Lydia Blum, la celebre soprano russa. È una folle folgorazione. Magnetico.

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