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“Antropometria”

ANTROPOMETRIA - Copertinadi Gabriele Ottaviani

Se lui si trova là, a meno di un centimetro dal viso di lei – una lei quasi sconosciuta, o comunque molto distante nella rappresentazione mentale delle persone che contano qualcosa nella vita – se si trova là, con la bocca aperta quanto basta per lasciar uscire la lingua, con la mano destra posata sul seno sinistro di lei – lei che ha la bocca aperta quanto basta per accogliere la sua lingua e il ventre appiccicato al suo e una gamba insinuata nel varco che si apre tra le sue gambe (avverte, sul quadricipite teso, la consistenza dell’eccitazione) – se tutto questo accade in una sera ancora umida per la pioggia che ha scrosciato fino a mezz’ora prima – odore di erba bagnata e di asfalto estivo – ecco, non accade per amore o, se è per amore, è per un amore che sta da un’altra parte, in una storia diversa, molto più grande di quello che pare spingere le punte delle loro lingue a conoscersi.

Antropometria, Paolo Zardi, Neo. Sei minuti, Non del tutto, non per sempre, Futuro anteriore, È di nuovo famiglia, Il giardino incantato, Non accade per amore, Ai tempi del nulla, L’urlo, In metropolitana, linea verde, Milano, La lotta, Un silenzio che non è assoluto, Parlami dei finali, Per Grazia Ricevuta, Cellule, Sesto Stato, Il resto del corpo: l’antropometria è lo studio statistico dei caratteri misurabili del corpo umano. Ma qui in realtà è, come la filosofia insegna, l’uomo in quanto tale a essere misura di tutte le cose. Dei sentimenti. Delle azioni. Del bene. Del male. Ogni vita è un caleidoscopio di punti di vista, di prospettive che si intrecciano, si intersecano, si incrociano, si elidono, confliggono, si feriscono e demoliscono per poi ricostruire, forse, quando possono, una realtà e migliore. Uomini e donne caratterizzati nel dettaglio sono i protagonisti di questi travolgenti, dolorosi, intimi, avvincenti ed eleganti racconti da non perdere.

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Intervista, Libri

Silvia Ferreri: “Le madri ci provano sempre”

download (6)di Gabriele Ottaviani

La sensibilità della prosa di Silvia Ferreri è così raffinata perché appartiene indubbiamente alla persona, alla donna e alla madre che è: per questo il suo libro è così empatico, semplice, chiaro, potente, non retorico, sincero, umano, credibile, mai pretenzioso. La rara gentilezza e l’ancor più preziosa umiltà sono evidenti sin da subito, appena risponde al telefono, con la sua bella voce, in un terso, cristallino e tagliente mattino di novembre. È sabato, e noi di Convenzionali la strappiamo per qualche minuto alle sue numerose attività per parlare con lei del romanzo che ha scritto, edito da Neo, La madre di Eva. Un’opera molto profonda, in cui ogni induce a riflettere. Su molti temi: l’identità, il corpo, la genitorialità, l’amore.

Quanto conta per la formazione della propria identità e nella nostra società il corpo? Quanto è difficile sopportare il dolore di abitarne uno nel quale non ci si riconosce, che non corrisponde all’anima? Come si fa a fare in modo che l’amore  di una madre riesca a non far sentire il figlio solo di fronte alla sofferenza?

Io ho tre figli piccoli, e quindi, se da un lato ho la prova che l’amore non si divide, bensì si moltiplica, dall’altro non mi sono ancora confrontata con grandi dolori, al massimo qualche piccolo screzio con un compagno di classe, eppure la sofferenza di un figlio, qualunque essa sia, è senza dubbio la più dolorosa che un genitore possa vivere, preferirebbe portarla su di sé che non lasciare che sia lui a viverla: pertanto la sola cosa che si possa fare è amarlo ancora di più, e cercare di proteggerlo. In merito al corpo, in particolare a quello femminile, è certo che si tratta di un luogo in cui viviamo e attraverso il quale ci mostriamo. Pertanto può diventare un luogo di sofferenza se sentiamo che non ci piace, e che ciò che per mezzo di esso mostriamo agli altri non è ciò che vorremmo comunicare. Non mi riferisco solo alla distonia dell’essere uomo in un corpo di donna o viceversa, ma anche, per esempio, alle gravi, dolorose e importanti sofferenze legate ai disturbi alimentari. È fondamentale che il corpo sia come tu lo vuoi, per apparire agli altri come desideri.

Il corpo è un luogo, hai detto, un luogo definito, delimitato, confinato: esattamente come la sala d’attesa della clinica in cui tu ambienti il romanzo. Perché questa scelta?

Perché mi serviva un luogo neutro, da cui guardare tutto: la protagonista, la madre di Eva, può affacciarsi verso la sala operatoria ma anche verso la loro vita, il loro passato, il loro presente, il loro futuro. In fondo è un’ambientazione ricorrente, si pensi, per esempio, a Paula

Il topos dell’attesa, della sospensione, del tempo, à la Bergson, come estensione e durata, ore che sembrano e rappresentano un’intera esistenza, l’immagine del capezzale, dello stare accanto a chi, nel sonno indotto dall’anestesia, perde coscienza, assumendo anche quella altrui su di sé, per trovare il modo giusto per andare avanti…

Esatto. Le otto ore dell’intervento sono quelle in cui si compie tutto, sono un limbo dilatato in cui avviene la trasformazione.

Il linguaggio della madre di Eva è talmente carico di amore, è così forte che a tratti sembra virare nell’odio, nella rabbia, nell’impotenza, nel senso di colpa perché la figlia che non ha chiesto di nascere e che ha fatto lei si sente sbagliata, nella disperazione perché non le può evitare il dolore. Però è una cosa impossibile…

È impossibile, è vero. Ma le madri ci provano sempre, fino all’ultimo. Quando un figlio confida loro un problema rispondono “Allora devo amarti di più”, per proteggerlo dal mondo che può essere crudele. Certo, le deviazioni esistono, come ovunque, ma credo davvero che l’amore di una madre sia il più grande e forte che esista. Quando per esempio la madre di Eva, una donna assolutamente borghese, che prova molto spesso un senso di pudore e vergogna, assiste a un’umiliazione terribile che la figlia subisce quando è alle scuole medie, si rende conto che deve mettere da parte quelli che possono essere i suoi timori e mettere al centro, davanti a tutto, il bene di sua figlia.

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“La madre di Eva”

download (6).jpgdi Gabriele Ottaviani

Ti odiai perché volesti che fossi io a trovarti. Io a salvarti. Io a doverti mettere le dita in gola, io a tirarti indietro i capelli sudati dalla fronte, io a mettere le mani nel tuo sangue, io a chiamarti disperata. Io a essere punita, perché se eri femmina la colpa era solo mia.

La madre di Eva, Silvia Ferreri, NEO. Eva si chiama come la prima donna. Eva è la prima donna. Eva è pronta a nascere. Un’altra volta. A entrare in un corpo che finalmente rassomiglierà alla sua anima. Un corpo di uomo. È in Serbia. È in una clinica. Con lei c’è la madre. Oltre la porta, come Tisbe per Piramo, una camera operatoria in allestimento. Madre e figlia parlano. Eva è appena diciottenne. Il corpo ha un suo linguaggio, e in questo caso è una lingua ingannevole, sbagliata, fallace, incomprensibile, mendace e traditrice. Il corpo è un campo di battaglia, dove non ci sono vincitori né vinti. Solo amore, che più di qualche volta fa male più dell’odio. Di rara intensità e credibilità, è un viaggio al termine della notte e un tuffo nella disperazione della speranza di poter raggiungere la felicità.

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“Gli stonati”

2e44c87c3bdi Gabriele Ottaviani

Ti stai uccidendo, Matteo. E sei tu a sceglierti il tuo veleno.

Berselli, Bertuzzi, Bonazzi, De Marco, De Paolis, Di Gregorio, Drago, Fortuna, Gambacorta, Incretolli, Morozzi, Panarello, Petrelli, Paris, Pulixi, Santarossa, Scarlini, Vanin, Zardi, Cappelli, Veronesi, Vichi. No, non è una formazione con panchina assai lunga. E nemmeno un appello. È l’elenco di tutti coloro che hanno contribuito a questo bel volume, una intrigante, irriverente e intelligente raccolta di pregevoli racconti a cura di Alessio Romano, il – così recita la copertina stessa – Manifesto letterario per la legalizzazione della cannabis (questione annosa che mette in campo numerose problematiche etiche, civili, sociali, culturali, igienico-sanitarie e politico-ideologiche), Gli stonati, edito da Neo. Un’antologia di storie in memoria di Marco Pannella, che della legalizzazione delle droghe leggere ha fatto per tutta la vita una battaglia. I diritti d’autore e del curatore sono devoluti all’Associazione Luca Coscioni, le vicende raccontate hanno un minimo comun denominatore: lo squarcio del velo. Non del tempio né di Maya, ma dell’ipocrisia intorno all’argomento. Alcune sono tristi, altre allegre, alcune spaventose, altre d’invenzione, altre ancora autobiografiche, quasi tutte strane, stralunate, stravaganti, stonate, appunto: tutte piacevolissime. E che fanno riflettere. Da non perdere.

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“I cani là fuori”

copertina tetti.indddi Gabriele Ottaviani

Ma invece non scende nessuno. Se scendesse mamma, le direi che bisogna tagliare il ramo o un giorno di questi rischia di rompere la finestra, e lei mi direbbe di tagliarlo e io le chiederei se ha visto che fuori è tutto bagnato e lei mi chiederebbe se ho già preso la medicina e io le direi che non l’ho presa e andrei a prenderla.

Ma invece non scende nessuno. E così succede che passano due giorni e mamma non scende e allora salgo su a vedere che succede. Le scale cigolano. Apro la porta.

E così succede che dopo una settimana c’è mio padre di fronte a me. Si è messo la felpa rossa e il cappellino dei Chicago Bulls e i jeans neri e le scarpe che gli abbiamo regalato al compleanno. Sta in piedi davanti a me e fuma una sigaretta. Si guarda attorno, è tutto sudato e parla a voce bassa. Non l’avevo mai sentito parlare così. E dice che è preoccupato e che l’ho messo nei guai e che la devo smettere di dire che è stato lui a chiedermi di ammazzare mamma, che una cosa del genere non sta né in cielo né in terra e che lui non se l’è neanche sognato di dirmi un cazzo di niente e altre cose così. Io lo guardo e gli dico che adesso mi danno una medicina nuova e posso anche bere il caffè.

E babbo mi dice che lo vogliono arrestare se non dico la verità. Io gli chiedo se le scarpe sono comode. E lui si mette a piangere.

I cani là fuori, Gianni Tetti, Neo. Aureliano, La medicina, Il dente, L’odore dell’acqua, Una lucertola, Adela, Il momento giusto arriva, Sono invisibile, Certi ululati, E per il resto niente, Domani. Undici racconti, uno più potente dell’altro. Diversi eppure uguali. Perché la Weltanschauung che l’autore esplicita ed elabora attraverso questa molteplicità di forme ricorda per converso il profilo di un uroboro, che simboleggia archetipicamente non solo mordendosi la coda la condizione indistinta antecedente alla formazione della personalità, ma anche l’eterno ritorno dell’uguale, la ciclicità del tempo, l’eternità delle umane istanze, sempiterne e di base ogni volta coincidenti, benché declinate tramite distinte sfumature a seconda del contesto. L’umanità è arsa da un insaziabile desiderio, animalesco: altro che homo homini lupus, è la tragedia della colpa che si abbatte su sventurati e immaginifici destini quella che Tetti racconta con illustre solennità. Da leggere.

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“Mette pioggia”

(21) Mette Pioggiadi Gabriele Ottaviani

Sono buttato sul divano. C’è questo raggio di sole che entra dalla finestra. Entra, mi finisce dritto sugli occhi e non vedo niente. C’è questo raggio di sole che rompe e io sto guardando un film. Quel film di quegli alieni che mettono incinta le donne e pianificano l’invasione della terra. A partire dall’utero di queste donne, a partire da questi bambini alieni che bevono latte verde, a partire da New York. E io non fumo da due giorni.

Ogni volta che c’è qualcosa, alieni, meteoriti, glaciazioni, cavallette giganti, ogni volta parte tutto da New York o da Washington e il presidente americano prende l’Air Force One. E fa un lungo discorso alla nazione. Ogni santa volta.

In pratica in questo film ci sono queste donne incinte. Non si conoscono tra di loro. A ognuna nascono due gemelli. Nel film se ti nascono due gemelli uno è alieno. E a un certo punto quello alieno si mangia l’altro gemello mentre passeggiano a Central Park. A New York. Oppure mentre fanno altre cose. In altri posti. Comunque un gemello si mangia l’altro. E nulla, c’è questo bambino che si sta succhiando il cervello del suo gemellino biondo dietro un cespuglio di Central Park e un raggio di sole mi finisce dentro gli occhi. Passa dal vetro. Il vetro è sporco ma non così sporco. E allora il raggio mi finisce sugli occhi.

Mette pioggia, Gianni Tetti, Neo. La prosa, come sempre immaginifica, capace di evocare suggestioni colorate come il vestito di Arlecchino e di amalgamare pienamente un intreccio di livelli e registri linguistici e narrativi che costituisce una tessitura solida e resistente, perfettamente coerente pur nella sua caleidoscopica varietà nella quale non si avverte nessuno stridore se al sublime, con sapiente equilibrio, si accosta lo squallido, è il racconto dell’apocalisse. Il caldo è assurdo, la Sardegna è trasfigurata e riarsa da una siccità che non ha eguali a memoria d’uomo, ha perso i suoi contorni, gli abitanti sembrano in preda a una collettiva e detonante follia che devasta ogni cosa, e di cui nessuno riesce a trovare una ragione. Ma la ragione c’è. È il punto di vista che è sbagliato. E qualcuno lo capisce. Perché il male non viene dall’esterno, da fuori. Non è altro da noi. Il male siamo noi. Destabilizzante e magnetico.

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“La passione secondo Matteo”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

Per quanto lo amasse, Natalia non avrebbe mosso un dito per farlo morire: avrebbe, invece, continuato a cambiargli il pannolone, a lavargli il culo, a imboccarlo, e non l’avrebbe mai lasciato andare.

La passione secondo Matteo, Paolo Zardi, Neo. La storia della filosofia, specie da quando i pensatori hanno abbandonato la natura come centro della propria indagine per intraprendere un viaggio di esplorazione che non senza difficoltà li ha portati col passare del tempo via via più vicini alle viscere dell’anima dell’uomo, di quella sua immateriale eppure concretissima facoltà ancora non del tutto spiegata o spiegabile ma che è alla base delle azioni che compie quotidianamente, è piena di esempi attraverso i quali chiunque si sia cimentato con l’argomento ha tentato di spiegare quale sia, a suo dire, e soprattutto perché, l’esigenza che muove il mondo. Perché facciamo ciò che facciamo? Perché sembriamo sempre in cerca di qualcosa di irraggiungibile, se non addirittura di inesistente? Secondo Paolo Zardi, che scrive un’opera densa, profonda, complessa, articolata, variegata, leggibilissima e piena di chiavi di lettura, pare di poter dire che alla base di tanti comportamenti, che sul primo scalino dell’ascesa da percorrere per raggiungere la consapevolezza, ottenibile solo guardandosi dentro, ci sia la coscienza dell’imperfezione. Ammettere la possibilità dell’errore per andare avanti, ma non semplicemente – ammesso che si possa dire che sia facile – perdonando e perdonandosi. Quanto male inutile fanno il senso di colpa e il rancore, quanta debolezza c’è nella passione? Matteo è in vacanza con la famiglia. D’un tratto, improvviso, squilla il telefono. È la voce di un padre che in tutta la sua vita ha visto un numero di volte per cui non serve nemmeno che la mano che le conta abbia tutte le dita, è la voce di un uomo che gli chiede di fare una cosa, è l’inizio di un viaggio che lo porterà lontano, ma molto più all’interno di sé che non geograficamente parlando… Maestoso.

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“Grande nudo”

Citazioni-1.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dal morbo non scappa nessuno, come da queste terre.

Grande nudo, Gianni Tetti, Neo. Maria è detta anche la cagna. E molto peggio, quello è l’epiteto più gentile fra tutti quelli che le vengono rivolti. Le vengono cavati i denti. Viene legata, torturata, umiliata, seviziata, violentata. In ogni modo possibile e immaginabile. E andando anche ben oltre, sprofondando ogni millesimo di secondo che passa sempre di più in un’abiezione squallida, feroce e violentissima, ancor di più perché completamente priva di senso, provocata e continuamente rigenerata soltanto dal gusto perverso per la reiterazione di un dolore cieco, cupo e sordo, inflitto per cercare di riuscire a raggiungere in qualche modo un piacere che altrimenti resta scrigno inaccessibile, tesoro irraggiungibile, potenziale irrimediabilmente inespresso. Maria è la protagonista, ma di personaggi in questo romanzo distopico e potentissimo, disturbante, respingente e ammaliante, squallido e atroce, scritto con un linguaggio tutto suo fatto anche di nomi evocativi, simbolici, che rivoluzionano l’idea stessa di identità e il concetto che risiede nell’essenza medesima del nome, e ambientato in un’ancestrale Sardegna scabra e pressoché irriconoscibile, fuori dalle tradizionali leggi cronotopiche, monumentale e devastante, classico e postmoderno, filosofico e scettico, originale e fluviale, maestoso, lirico e tragico, onirico e carnale, concreto e irreale, volgare e raffinatissimo, immersione profondissima e percorso aspro, mozzafiato e impervio nell’arroganza delle pieghe più oscure dell’animo umano, in cui sempre si annida – e anzi più la si nega più se ne è consci, e spaventati, perché l’essere irrisolti e repressi foraggia le incursioni nell’orrore – la crudeltà, ce ne sono un’infinità, tutti caratterizzati in maniera mirabile, autonoma, indipendente ma coerente con il tessuto della vicenda: Candida, Camille, Pluto (o il cane nero, il cane dagli occhi gialli), il Signor Mario, l’uomo dagli occhi verdi, un pescatore le cui iridi talvolta si fanno gialle, il majarzu, don Casu, che pare molto più devoto all’onanismo che al trascendente, il ragazzo coi capelli rossi e quello coi capelli neri, il dottore, l’uomo e il ragazzo dagli occhi blu, rispettivamente fratello e nipote del majarzu, Valentino, le suore, specie Imelda, Casino, Clozo, Leontino, Donorio e la sua gente, i rivoltosi, gli infetti, Gianfranco e gli altri del bar, Ottavio e Lucia, gli sposi, Paska e Gianni, don Carmelo, la moglie di Gianfranco, il figlio di Casino, i colonnelli. E per ultimi i cani e i bambini. Che si nascondono. Perché altra è la lroo verità. Dirompente e straordinario.

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“Il sale”

copertina del amo.indddi Gabriele Ottaviani

 

Albin non fu sorpreso e non distolse lo sguardo dalla baia. La rabbia gli montava dentro in un modo che conosceva. Si morse a sangue l’interno della guancia. Sentì il sapore del ferro sulla lingua. Ingoiò finché la memoria lo portò indietro nel tempo a quando guardava i velieri solcare le correnti poco più a largo dei fondali bassi. Il porto d’estate lasciò il posto ai passi di Armand sulle banchine, quando la chemioterapia lo costringeva ad appoggiarsi al braccio del figlio, alla pressione della sua mano ruvida che prima ancora lo aveva cacciato dal letto di Louise, alle domeniche in famiglia sull’isola di Thau, da Anna e Antonio. Si ricordò dell’odore della brughiera e delle viti a spalliera, del sole sparso sul pavimento della veranda. Gli adulti seduti sul ballatoio vicino la porta d’ingresso e i racconti dell’Italia che coprivano il sibilo del giradischi posato sul davanzale della finestra. Le corse sfrenate dei bambini attorno alla casa. Poi, all’improvviso, le urla sono quelle di Camille e di Jules, anni dopo. Albin vede aprirsi la porta della cucina, un giorno di maggio, al calare della notte. Sente le voci di Émilie e di Frida, una vicina. Fumano una sigaretta, sedute sul bordo del lavello. Gli lanciano un sorriso distratto quando passa davanti a loro, poi alzano di nuovo il tono al di sopra della cappa accesa a piena potenza. È Louise, ora, che parla forte per sovrastare il rumore delle auto, una mattina di scuola all’alba. È ancora in pigiama sotto la giacca a vento. Lascia Albin da Anna prima di andare al mercato; è in ritardo e lo tira per il braccio, affrettando il passo. Quando la porta si apre, le due donne si abbracciano forte.

 

Il sale, Jean-Baptiste Del Amo, traduzione di Sabrina Campolongo, Neo. Il sale dà sapore. Ma al tempo stesso secca, corrode, riarde, consuma. Fa parte della sua natura duplice, bifronte, come se fosse un Giano fatto di cloro e di sodio legati insieme. La cittadina francese di Sète è una scultura di salsedine, persino nelle facciate delle case, nelle facce delle persone. Lì vive Louise. Che è vedova. Ha tre figli grandi. Jonas, Albin, Fanny. Che vivono lontani. Che una sera invita a cena. Per riunirsi. Per chiarirsi. Attorno al tavolo si logora l’attesa del redde rationem. Giù la maschera, carte sul tavolo: amore, morte, vita, sesso, omosessualità, identità, malattia, memoria. È tutto talmente classico che sembra scritto domani, è tutto talmente semplice che raggiunge vette di straordinaria raffinatezza, con una freschezza che lascia di stucco – anzi, sarebbe forse proprio il caso di dire, pur senza voler far delle inutili e corrive celie, anzi, tutt’altro, di sale – e una potenza che mozza il fiato. Imperdibile.

 

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“XXI secolo”

XXI secolo - Paolo Zardi - coverdi Gabriele Ottaviani

Il cognato si avvicinò e lo abbracciò, senza emettere un suono. Rimasero così per qualche secondo, sotto la luce al neon della cucina, mentre il latte aveva iniziato a gonfiarsi, minacciando di uscire dal pentolino. Cosa aveva creduto in quel momento: che fossero morti i figli? E perché il cognato aveva pensato di iniziare dalle condoglianze? Quell’uomo era sempre stato un mistero, per lui: ogni volta che le famiglie si riunivano, non smetteva di guardarlo, chiedendosi per quale motivo sua sorella l’avesse sposato. Era gracile, e goffo, e con un naso grande. Un naso che non sapeva come gestire. Si chiamava Gregorio e aveva poca dimestichezza col mondo. Il latte era uscito, spegnendo la fiamma, e lui era ancora là, aggrappato al suo corpo, convinto di poter trasmettere informazioni per via telepatica. Se lo staccò di dosso un braccio alla volta e poi lo guardò in faccia, negli occhi, oltre quel naso troppo grosso per essere preso sul serio. Scandendo bene le parole, gli chiese: «Gregorio, cos’è successo?» A quel punto, il solo problema fu dare la definizione esatta di coma.

Candidato al Premio Strega, XXI secolo di Paolo Zardi, per Neo edizioni, è un libro semplice, asciutto e potente. Bello, in una parola. Soprattutto per l’equilibrio e la qualità della scrittura, che non dimentica l’antica lezione dell’ironia. Chi ama leggere vi vedrà molti riferimenti, in primis a quel McCarthy che è diventato il nume tutelare di quel genere di volumi che affondano le proprie radici nel futuro. Un avvenire non troppo lontano, ancora riconoscibile anche se indefinito, che parla di noi contemporanei, mette nero su bianco tormenti e paure. Una catastrofe privata che si rispecchia nell’ambiente circostante, costringendo a un repentino cambio di prospettiva e visione. Il protagonista ha una moglie, che cade in coma, e dunque non si può spiegare. Non può argomentare il perché avesse una relazione clandestina. Il dovere dell’assistenza, l’amore, lo squallore, la crisi, della materia e dello spirito, e le opportunità che essa può regalare. Ma non senza un prezzo, caro. La difficoltà di andare avanti, mentre ti sembra che ogni passo che fai ti inchiodi due metri indietro.

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