Libri

“Zodiaco Street Food”

Zodiaco_copertina.indddi Gabriele Ottaviani

«E da Lugano a Venezia il miglior consulente su piazza è sempre lui? Il re della porchetta alla segatura?» «Allora dimmi tu, cos’è». «Non lo so, altrimenti non ti avrei chiamato. Certo che comunque è strano. È molto strano. Seguitelo, stategli attaccati il più possibile, devo sapere cos’ha in testa. Se l’infame ha architettato qualcosa per lasciarmi col culo per terra, devo correre ai ripari. Cosa combina Moreno al furgone?» «Figurati. Bisogna stargli dietro come a una scimmia». «L’idiota mi ha appena detto che migliora di giorno in giorno. Ma questo fa il mio gioco; finché mio figlio resta nel mondo dei sogni, io sto a posto e continuo a mungere la vacca. Il fatto è che stasera tra una macarena e l’altra l’ho visto troppo diverso dal solito. Troppo spavaldo e sicuro. Qualcosa ha in mente». «Io da domani lo mollo meno possibile. Anche se non posso dare troppo nell’occhio». «Vedi cosa puoi fare, di te mi fido». «Ok, intanto è meglio che vada. Che prima della chiusura di sicuro un giro lo fa». «Sì, adesso te ne vai, ma prima mettiti comodo. Devo scaricare un po’ di tensione e mi è venuta voglia di succhiartelo». «Detta così…»

Zodiaco Street Food, Heman Zed, Neo. Ci sono un ex affiliato alla mala del Brenta, un impero dello street food di dubbia provenienza che si articola attraverso dodici camion, uno per ogni segno zodiacale, un celebre chef, una cameriera che in realtà cela un’estrazione sociale decisamente inconsueta, varie ed eventuali, una trama magnificamente congegnata, un noir che trascende il genere e che sembra fatto per lo schermo, tanto è solida la sceneggiatura e perfetta la struttura dei dialoghi, per lo più esilaranti: da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Azzorre”

IMG_20200314_153445di Gabriele Ottaviani

La voce mi fa trasalire…

Azzorre, Cecilia Maria Giampaoli, Neo. L’otto di febbraio è un mercoledì. L’anno è il millenovecentoottantanove. L’orologio segna le tredici e otto minuti locali. Un aereo, decollato da Bergamo, diretto a Punta Cana, in procinto di fare scalo alle Azzorre, sull’isola di Santa Maria, si schianta sul versante di una montagna dell’arcipelago polverizzandosi senza nemmeno una fiamma, lasciando nel bosco, dopo il boato, solo l’eco di un silenzio spettrale, uccidendo tutte le centoquarantaquattro persone a bordo e rendendo orfana di padre una bambina di sei anni. Che è l’autrice di questo libro, un diario, una rispettosa testimonianza, un viaggio: dopo venticinque anni, cambiando tutti i nomi, non entrando minimamente nel merito dell’inchiesta, ormai chiusa, Cecilia va dove tutto è iniziato e finito, per chiudere un cerchio. Straziante, potentissimo, necessario.

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“Le affacciate”

61tdlk4zzwL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Non vogliono avere ostaggi, si vogliono bene.

Le affacciate, Caterina Perali, Neo. La sua fine è il suo inizio, verrebbe da dire. Nel caso di Nina, il licenziamento è il primo passo per una nuova esistenza. Dopo anni di lavoro alacre viene lasciata a casa, e, a parte i social network, non sa come occupare il tempo, e veleggia a spron battuto verso l’abbrutimento più completo, immersa nel ribollire del suo cinismo, difesa contro le delusioni, e dei pregiudizi nei confronti di tutto e tutti. Il confine della sua quotidianità è il condominio, una casa di ringhiera in cui affacciandosi si vede ogni cosa: la sua attenzione si rivolge dunque, attratta inesorabilmente dal refolo di un insospettabile e indecifrabile cambiamento, nei confronti di una vicina che d’improvviso pare essere diventata un’altra persona, e attorno a lei gravitano personaggi assolutamente singolari… Allegoria formidabile del nostro tempo, romanzo profondo, ironico e divertentissimo, il romanzo di Caterina Perali è un originale gioiello.

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“La gente non esiste”

copertina_Zardi_la_gente_non_esiste.indddi Gabriele Ottaviani

Poco dopo tornò suo marito. Simone provò ad avvicinarsi, ma non ebbe il coraggio di rivolgergli la parola. A cena rimasero in silenzio, con la tv spenta. Si sentiva il rumore delle forchette sui piatti. Suo marito annusò l’aria. «Ma cos’è questo schifo di profumo?» Lei disse che aveva comprato un nuovo arbre magique alla vaniglia per la cucina. Simone sorrise. La tensione delle spalle di suo marito sembrò sciogliersi un po’. La sera Simone non uscì: prima rimase in camera ad ascoltare musica, poi si sedette nella poltrona piccola accanto al divano dove lei e suo marito guardavano Ballarò. Erano tutti e tre in pigiama – non succedeva da anni. Verso le dieci e mezza, lei andò in cucina e, mentre preparava tre tisane, sentì che Simone e suo marito stavano scambiando qualche parola. Quando tornò in salotto con le tazze fumanti, stavano sorridendo imbarazzati. Si augurarono la buonanotte e andarono a dormire. In camera da letto, dove avevano concepito il loro unico figlio, entrava l’aria tiepida della primavera. Suo maritò si lamentò ancora un po’, quindi si girò su un lato e provò a dormire. Respirava rumorosamente. Lei rimase con gli occhi aperti, a guardargli la schiena. Simone aveva qualcosa di lui – la linea slanciata, le mani, la forma delle orecchie, il naso piccolo, l’andatura, e quel particolare modo di guardare le persone di sghembo, con gli occhi socchiusi – e aveva qualcosa di lei – gli occhi, il sorriso, il colore dei capelli, l’umorismo un po’ naif. L’avevano fatto loro: tutto quello che lui possedeva, ogni singolo cromosoma, gliel’avevano regalato lei e suo marito – metà lui e metà lei. Cosa avevano in comune l’irruente virilità di suo marito, l’ostinazione di lei, e la dolcezza caparbiamente arresa di Simone? E cosa stavano negando, tutti e tre, con tanta forza?

La gente non esiste, Paolo Zardi, Neo. Sei minuti, Non del tutto, non per sempre, Futuro anteriore, È di nuovo famiglia, Il giardino incantato, Non accade per amore, Ai tempi del nulla, L’urlo, In metropolitana, linea verde, Milano, La lotta, Un silenzio che non è assoluto, Parlami dei finali, Per Grazia Ricevuta, Cellule, Sesto Stato, Il resto del corpo: l’antropometria è lo studio statistico dei caratteri misurabili del corpo umano. Ma qui in realtà è, come la filosofia insegna, l’uomo in quanto tale a essere misura di tutte le cose. Dei sentimenti. Delle azioni. Del bene. Del male. Ogni vita è un caleidoscopio di punti di vista, di prospettive che si intrecciano, si intersecano, si incrociano, si elidono, confliggono, si feriscono e demoliscono per poi ricostruire, forse, quando possono, una realtà e migliore. Uomini e donne caratterizzati nel dettaglio sono i protagonisti di questi travolgenti, dolorosi, intimi, avvincenti ed eleganti racconti da non perdere. […] La storia della filosofia, specie da quando i pensatori hanno abbandonato la natura come centro della propria indagine per intraprendere un viaggio di esplorazione che non senza difficoltà li ha portati col passare del tempo via via più vicini alle viscere dell’anima dell’uomo, di quella sua immateriale eppure concretissima facoltà ancora non del tutto spiegata o spiegabile ma che è alla base delle azioni che compie quotidianamente, è piena di esempi attraverso i quali chiunque si sia cimentato con l’argomento ha tentato di spiegare quale sia, a suo dire, e soprattutto perché, l’esigenza che muove il mondo. Perché facciamo ciò che facciamo? Perché sembriamo sempre in cerca di qualcosa di irraggiungibile, se non addirittura di inesistente? Secondo Paolo Zardi, che scrive un’opera densa, profonda, complessa, articolata, variegata, leggibilissima e piena di chiavi di lettura, pare di poter dire che alla base di tanti comportamenti, che sul primo scalino dell’ascesa da percorrere per raggiungere la consapevolezza, ottenibile solo guardandosi dentro, ci sia la coscienza dell’imperfezione. Ammettere la possibilità dell’errore per andare avanti, ma non semplicemente – ammesso che si possa dire che sia facile – perdonando e perdonandosi. Quanto male inutile fanno il senso di colpa e il rancore, quanta debolezza c’è nella passione? Matteo è in vacanza con la famiglia. D’un tratto, improvviso, squilla il telefono. È la voce di un padre che in tutta la sua vita ha visto un numero di volte per cui non serve nemmeno che la mano che le conta abbia tutte le dita, è la voce di un uomo che gli chiede di fare una cosa, è l’inizio di un viaggio che lo porterà lontano, ma molto più all’interno di sé che non geograficamente parlando… Maestoso. […] Candidato al Premio Strega, è un libro semplice, asciutto e potente. Bello, in una parola. Soprattutto per l’equilibrio e la qualità della scrittura, che non dimentica l’antica lezione dell’ironia. Chi ama leggere vi vedrà molti riferimenti, in primis a quel McCarthy che è diventato il nume tutelare di quel genere di volumi che affondano le proprie radici nel futuro. Un avvenire non troppo lontano, ancora riconoscibile anche se indefinito, che parla di noi contemporanei, mette nero su bianco tormenti e paure. Una catastrofe privata che si rispecchia nell’ambiente circostante, costringendo a un repentino cambio di prospettiva e visione. Il protagonista ha una moglie, che cade in coma, e dunque non si può spiegare. Non può argomentare il perché avesse una relazione clandestina. Il dovere dell’assistenza, l’amore, lo squallore, la crisi, della materia e dello spirito, e le opportunità che essa può regalare. Ma non senza un prezzo, caro. La difficoltà di andare avanti, mentre ti sembra che ogni passo che fai ti inchiodi due metri indietro. Così scrivevamo rispettivamente in merito ad Antropometria, La passione secondo Matteo e XXI secolo, alcune fra le significative e precedenti prove narrative per Neo di Paolo Zardi, eccellente scrittore apprezzato sia dal pubblico che dalla critica e dai colleghi (basti pensare a Giancarlo De Cataldo e Valeria Parrella, quest’ultima autrice di una perfetta definizione della prosa di Zardi, antidoto contro la grettezza, che lo nominarono per l’edizione di quattro anni fa del più prestigioso premio letterario italiano, nato dalla volontà di Maria Bellonci e vinto in quell’occasione da Nicola Lagioia), caso non frequente in un ambiente frequentato per lo più da addetti ai livori (e no, non è un refuso…), che torna in libreria raccontando con potenza icastica e magistrale la caleidoscopica molteplicità delle sorti umane, in una tragicommedia corale che sin dall’efficace copertina pare rievocare suggestioni di certi film di Daves e Zinnemann. Il passato è sbiadito, il presente liquido e precario, il futuro un’incognita: come naufraghi a un miserrimo relitto, uomini e donne – individui soli ma immersi nel contesto della società, entità collettiva che sovrasta le persone ma non ne annulla l’unicità, perché La gente non esiste, la gente, come la storia, siamo noi, nessuno si senta escluso, quando attribuiamo ad altri colpe non possiamo dimenticarci che per gli altri gli stranieri siamo noi, che talvolta siamo estranei finanche a noi stessi – si aggrappano a parvenze di reale in cerca di sicurezza. Nella neghittosa e torpida quiete di corpi sulla spiaggia Zardi si muove agile e travolgente, di racconto in racconto, di ombrellone in ombrellone, descrivendo chiacchiericci, aneliti, delusioni, frustrazioni, meschinità, lievemente, così tanto da riuscire a raggiungere le viscere (del resto, nulla, si sa, è più profondo della superficie…), con una prosa che sa di un dettaglio in apparenza insignificante fare la chiave di volta che squarcia il velo dell’ipocrisia: da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“Genesi 3.0”

714fMZ9uwML._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Mi ha sfilato i pantaloni e sono stato risucchiato nella sua natura. Non conoscevo quel tipo di amore.

Genesi 3.0, Angelo Calvisi, Neo. Un giorno il Polacco dovrà tornare in città, nella capitale, perché ha un compito da svolgere. Nel frattempo però vive in attesa insieme a un ragazzo, Simon, in un bosco: la foresta è luogo e non-luogo, emblema di libertà ma anche di prigionia, certo diversa da quella che troveranno tra le mura urbane, tempo senza tempo, allegoria intensa, profonda, chiara ma comunque misteriosa, contraddittoria come la natura degli uomini e lo spirito del mondo, che corre verso il baratro e lo chiama progresso, che sacrifica ciò che non può reificare sull’altare del consumo, travisando il vero senso della parola ricchezza. Fiaba, allucinazione e insieme satira, tra McCarthy, Borges, Calvino e l’epica: il libro di Calvisi è una lettura travolgente e piacevolmente destabilizzante, che induce e costringe alla riflessione, mai come in questi tempi preziosa.

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“Nostra Signora dei Calzini – Deluxe”

41K-AXX-xqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Metto in ordine i cassetti

affinché tutto torni,

ma se tu non ritorni,

nulla torna:

dovrò tornare

al mio quieto andare

ripartire

e in me ritornare.

Nostra Signora dei Calzini – Deluxe, Alessandra Racca, Neo. Che sia uno dei grandi misteri della vita di tutti i giorni è un dato di fatto incontrovertibile: li infili pari, escono fuori dispari. Anche se li hai annodati insieme, li hai chiusi in un sacchetto, li hai accoppiati con delle resistenti mollette. Dove vanno a finire i calzini quando li metti nel cestello della lavatrice? Un po’ come i palloncini quando sfuggono di mano ai bambini, o le papere di Central Park quando il benedetto laghetto è ghiacciato. Che sia come si dice del riso quando lo si prepara, che bisogna metterne nell’acqua un pugno per commensale più uno per la pentola? Certo è che se esiste la tenerissima Madonna dei mandarini non può non esserci anche Nostra Signora dei Calzini, perché la nostra esistenza altro non è che la ricerca di una misura per tutte le cose, di un senso, del completamento delle insicurezze di ognuno nello sguardo dolce di un altro: questa nuova, sensibile edizione è da leggere e rileggere. Per non sentirsi più spaiati.

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“Cometa”

Cover_140x200+5mmdi Gabriele Ottaviani

Matilde infatti era abituata a non pretendere una virgola di meno che i miracoli. Se qualcuno le avesse fatto notare che per andare da A a B bisogna camminare verso A, si sarebbe offesa. Concepiva l’amore come una faccenda in cui si viene innalzati all’empireo da un essere straordinario simile a Gesù, dopodiché si fa una famiglia e si muore vecchissimi. Di fatto Gesù era il suo eroe, sebbene facesse la comunione solo un paio di volte l’anno quando tornava al paesello per le feste. Secondo la tradizione di tanta mistica cattolica, tendeva a sovrapporre vita erotica e vita spirituale, e il risultato della sovrapposizione lo chiamava “sentimenti”. Con l’aggiunta di una dose di rancore per doversi procacciare da sola ciò che avrebbe voluto le fosse servito da un dio o altro equivalente, aveva finito per credere, sulla soglia dei vent’anni, che solo il letterale Cristo risorto era degno di fare sesso con lei. Era questo il motivo per cui, quando si metteva con uno, lo trattava come un dio per qualche mese, dopodiché, immancabilmente, arrivava la disillusione; e allora rendeva un inferno la vita del falso messia, e la propria. Fabio si accorse che stava accadendo qualcosa di brutto quando ormai erano già immersi fino al collo nella pece bollente. La prima incrinatura fu un problema nel sesso. Fin dall’inizio il sesso era stato fuori dall’orbita stretta del loro rapporto. Potevano stare una giornata a letto, a guardarsi negli occhi, a parlare moltissimo, in un’esaltante gara a dire ciò che avrebbe detto l’altro, a non arrivare mai al dunque. A Fabio piaceva; per Matilde invece era un martirio: già un uomo che non ti sbatte è insopportabile, ma un dio? Che perversione è? Matilde lasciò cadere in mezzo al discorso un: se non sono abbastanza bella per te me lo puoi dire, non mi offendo mica. Fabio oppose teorie sconnesse: no è che, siccome ho sempre fatto sesso con donne che non amavo, perché a parte una bambina alle medie non ho mai amato nessuno, ho sviluppato nel senso una specie di nevrosi per cui associo il sesso, come dire, è come se per me il sesso fosse una cosa pornografica, cioè, una cosa che si fa solo con le puttane. Eppoi un bel cercare di puntualizzare, smussare. Matilde si voltò verso la parete e disse: è meglio che te ne vai. Dopo un silenzio di una ventina di minuti, Fabio se ne andò.

Cometa, Gregorio Magini, Neo. Sono passati otto anni da quando Gregorio Magini, di Firenze, ha pubblicato con Round Robin La famiglia di pietra. Poi, nel duemilatredici, ha coordinato il progetto SIC ‒ Scrittura Industriale Collettiva (cui ha dato vita in tandem con Vanni Santoni), da cui è nato In territorio nemico, edito da Minimum fax. In seguito ha pubblicato anche racconti e saggi su Minima et moralia, Nazione indiana, Carmilla e sulla rivista Mostro, della quale è stato fondatore. Cometa è una storia profondamente simbolica, allegorica, aliena e alienante, raffinata e insieme cruda, un Bildungsroman modernissimo che racconta in maniera sorprendente le sperequazioni e le storture della nostra società attraverso le vite di due amici, Raffaele, che cresce un po’ qui e un po’ là, ossessionato dalle donne, e Fabio, che invece non esce mai di casa e conosce bene solo una realtà, quella virtuale. Forti della loro autentica e reciproca amicizia cominciata pressoché per puro caso, puntello per entrambi nella vita liquida e precaria e nella realtà spersonalizzante in cui si dibattono come falene presso la luce la gran parte dei giovani d’oggi, che come Alice insieme alla regina corrono forsennatamente non per andare veloci da qualche altra parte bensì per restare almeno nello stesso punto e non precipitare all’indietro, perdere quel poco raggiunto, scivolare nell’abisso senza appigli, progettano un assurdo social network e finiscono al centro di un intrigo internazionale.

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“Briciole dai piccioni”

51EB0QClbuL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dopo alcune ore mi picchiano in testa.

Briciole dai piccioni, Alessandro Turati, Neo. È già il titolo a raccontare del rovesciamento di tutte le classiche prospettive, a darci un’idea del fatto che il protagonista della storia non fa le cose come si deve, come ci si aspetterebbe che facesse, come la società e le convenzioni esigono che faccia: di norma sono gli umani a lanciare briciole ai piccioni cosicché se ne possano cibare, infatti. Del resto però l’esistenza stessa di Alessio è tutto fuorché canonica: o forse sì, in fondo. Banalmente prevedibile. Perché chi a una certa età non ha ancora raggiunto la maturità, non è ancora cresciuto sul serio, difficilmente riuscirà, potrà, avrà la voglia e/o gli strumenti e le capacità per farlo in seguito. Quando ormai è troppo tardi. Scivola lungo una china che si fa via via più ripida. E più esilarante. La sua famiglia è una gabbia di matti, a scuola scalda il banco, gli amici sono dei mentecatti, sia detto pur con bonomia, il cui encefalo è più microscopico della realtà di provincia in cui risiedono, o almeno così pare, dati i loro comportamenti il più delle volte inqualificabili, la droga una compagnia noiosa, il sesso un apostrofo grigio topo tra le parole “l’inadeguatezza” e il lavoro alienante come poco altro. Eppure… Che sia questo diventare grandi nella mercificata e mercificante società occidentale, un piano inclinato verso l’abulia? Forse, però… Una dark comedy coi fiocchi: imperdibile.

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“Vinpeel degli orizzonti”

513afGli2XL._SX348_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Deluderlo mostrandoti per quello che sei veramente…

Vinpeel degli orizzonti, Peppe Millanta, Neo. Tutti vogliamo essere amati. Ma nessuno è disposto ad amarci davvero per quello che siamo. Perché a nessuno piacciono i difetti, quali che siano. Soprattutto se sono altrui: con i propri, infatti, si è sempre disposti all’indulgenza, anche al di là di ogni ragionevolezza. Eppure è così che si misura l’affetto, nelle difficoltà: finché tutto va bene ogni cosa è dannatamente semplice, non ci sono pesi da condividere. E quando si crede di possedere un amore ciò che più atterrisce è la sola idea di perderlo liberandolo via via di tutti gli orpelli con cui lo abbiamo agghindato per renderlo più affascinante. Però non si può fuggire per sempre, soprattutto da sé. Vinpeel è un ragazzino che non vuole che chi l’ama debba sentirsi tradito, ma al tempo stesso non può più far tacere quella voce che ha dentro e che lo induce a rivolgere lo sguardo al di là del noto. Del resto, attorno a lui, c’è ben poco. Un cartello sbiadito. Benvenuti a Dinterbild. Una locanda circondata da un grappoletto di case. Una comunità che sembra fuori dal mondo. Già, il mondo. Perché dev’esserci qualcosa oltre quella strada da cui non arriva più nessuno, e nessuno ricorda più dove porti. Non può essere tutto qui. E… Allegorico, potentissimo, raffinato, sapiente: da leggere.

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“Palace of the end”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

C’è qualcosa di più potente dell’amore di Dio?

Palace of the end, Judith Thompson, Neo. Traduzione di Raffaella Antonelli. È una delle più celebri drammaturghe canadesi e con questa splendida opera in edizione multilingue ha vinto il “Susan Smith Blackburn Prize” per la migliore opera in lingua inglese scritta da una donna. Tre monologhi, tre voci per tre personaggi reali: Lynndie England, la soldatessa americana famosa, o, meglio, famigerata, per le foto in cui viene ritratta mentre, in barba a qualsiasi principio di umanità, sevizia i prigionieri detenuti all’interno del carcere di Abu Ghraib, David Kelly, biologo inglese chiamato a dare prova dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, morto suicida, o, più probabilmente, come si suol dire, suicidato, e Nehrjas Al Saffarh, un’attivista irachena, sposata con un dirigente comunista, fiero oppositore del sanguinario regime di Saddam. Judith Thompson sa entrare nei loro corpi, nelle loro vite, nelle loro anime, sa dare consistenza ai loro pensieri, dà loro parole che squadrano sul serio l’informità della coscienza. Da non perdere.

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