Libri

“Nella quiete del tempo”

di Gabriele Ottaviani

L’Annegato era mosso dalla curiosità…

Nella quiete del tempo, Olga Tokarczuk, Bompiani. Traduzione di Raffaella Belletti. La Collina dei Maggiolini è una delle alture che caratterizzano il panorama di Prawiek, luogo al tempo stesso fuori da tutto e al centro dell’universo, protetto da quattro arcangeli, percorso dai fiumi Bianca e Nera e connotato dal procedere lento e neghittoso di attività rituali, l’ambiente in cui si dipanano le vicende di una comunità in cui ogni dettaglio è la rappresentazione simbolica di una tipologia di viventi: la commedia umana messa in scena con sapienza dal premio Nobel del duemiladiciotto è un vivido e sapido affresco della condizione esistenziale. Lieve e sublime.

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“Nella quiete del tempo”

71Omecs1X4L._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il figlio del vecchio Boski, Paweł, voleva diventare “qualcuno”. Temeva che, se non si fosse dato subito da fare, sarebbe rimasto una “nullità” come suo padre e avrebbe passato la vita a sistemare scandole su un tetto. Per questo all’età di sedici anni se n’era andato di casa, dove regnavano le sorelle, tutt’altro che graziose, e aveva trovato lavoro presso un ebreo di Jeszkotle. L’ebreo si chiamava Aba Kozienicki e commerciava in legno. All’inizio Paweł svolgeva le mansioni di semplice taglialegna e scaricatore, ma dovette piacere ad Aba, perché ben presto gli affidò un incarico di grande responsabilità: la marchiatura e lo smistamento dei tronchi. Perfino mentre era intento a smistare il legno, Paweł Boski non smetteva di guardare al domani: il passato non lo interessava. La sola idea di poter plasmare l’avvenire e di influire su ciò che sarebbe successo lo eccitava. Talvolta si soffermava a pensare alle leggi che regolano i destini umani. Se fosse nato in un castello come Popielski, sarebbe stato lo stesso che era adesso? Avrebbe pensato allo stesso modo? Gli sarebbe piaciuta Misia Niebieski?

Nella quiete del tempo, Olga Tokarczuk, Nottetempo, traduzione di Raffaella Belletti. Il premio Nobel, come da previsione al femminile, il quinto battente bandiera polacca da quando esiste il riconoscimento, per la letteratura del duemiladiciotto, che se lo è visto assegnare per un’immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita, come da motivazione ufficiale, ma con un anno di ritardo – il che ha creato non poche perplessità – per le note vicende legate ai comportamenti assolutamente indegni di cui è stato accusato di essersi macchiato uno dei membri della commissione giudicante, che per premiare l’eccellenza intellettuale deve ispirarsi – perlomeno sarebbe auspicabile – anche a una spiccata e specchiata integrità morale, è negli scaffali delle librerie italiane con un testo che ne conferma ed esalta l’eccellenza della prosa: Prawiek è un villaggio fatto di valli e stagni ricchi di carpe, gli animali che più per antonomasia, come si dice anche nel celebre Cronaca di un disamore di Cotroneo, amano le coccole – da non intendersi, naturalmente, come le aulenti bacche del ginepro -, abitato da personaggi che sembrano usciti dal Castello dei Destini Incrociati e che è sito al centro dell’universo, creazione fantasmagorica di un Dio non privo di vanità. E proprio lì accade che… Magistrale.

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