Libri

“La Cheffe”

318ox1FigPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La ragazza aveva vissuto in casa loro, vicino a loro, adesso era dentro di loro.

La Cheffe – Romanzo di una cuoca, Marie Ndiaye, Bompiani, traduzione a cura di Antonella Conti. È una grande donna, ma non sappiamo di lei altro nome che non sia l’appellativo con cui viene presentata sin dal titolo. E la sua identità in realtà è dunque più che altro racchiusa nella desinenza, quel suffisso che, assieme all’articolo, femminilizza un lemma che tradizionalmente è solo maschile, così come solo maschile è il mondo nel quale lei vive e con fatica e impegno trova spazio. Apparentemente imperscrutabile, in realtà un’anima piena di ricchezze, elargite con parsimonia, per proteggere e proteggersi. Ma un uomo che l’ha amata c’è, ed è lui a raccontarne la vicenda, sin dai più teneri momenti… Un romanzo appassionante e avvincente che dona al lettore un ritratto umano di grande accuratezza e sensibilità.

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Libri

“Ladivine”

60186t-TQYXVKNI.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le venne da pensare al corpo di Marko, che immaginava tutto vibrante di un’eccitazione briosa, infantile, vagamente cattiva, certo non perché si esaltasse alla prospettiva di guidare una simile macchina, come chiunque avrebbe immaginato, ma perché, osservava Ladivine a disagio, il suo corpo, il viso, perfino i capelli, tutto sembrava essersi trasformato in lui ed essersi fatto più intenso e più brillante, crudele, forte e impetuoso, oltre che, sorprendentemente per quell’uomo gentile e serio, molto più allegro, una dura allegria adamantina priva di leggerezza, di affabilità.

Ladivine, Marie Ndiaye, Giunti, traduzione di Antonella Conti. La domanda che è alla base di questo appassionante romanzo è una, e in effetti anche piuttosto semplice: nonostante questo non scontata è la risposta. È davvero possibile liberarsi del proprio passato, delle proprie origini, costruirsi una vita nuova, diversa, più simile a quello che ognuno di noi sente di voler essere? Oppure qualcosa rimane sempre al di sotto della superficie, una vibrazione che risuona come un’eco lontana, un rumore di fondo che da rassicurante si fa fastidioso e ineliminabile? E può essere giusto rinnegare quello che si è? Cosa c’è di così impossibile da elaborare in un amore che si nutre di silenzio? Clarisse è bianca. Una volta al mese va a Bordeaux. Nessuno lo sa. Va da sua madre. Ladivine. Che è nera. E l’ha cresciuta da sola. Un personaggio straordinario, una madre difficile e irresistibile, che fa talvolta rabbia, ma più spesso infinita tenerezza. Come Clarisse, a volte così dura solo per terrore di andare in frantumi. Ladivine non sa che Clarisse è sposata e ha una figlia. Il marito e la figlia di Clarisse, che in realtà si chiama Malinka, pensano che Clarisse sia orfana. Bugie. Vergogna. Misteri. Paure. E un gomitolo di sentimenti che si intreccia sempre più a ogni capoverso, perché da fuori sembra tutto così assurdo, ma quando si è immersi nella propria ansia di deludere chi si ama ogni storia diventa ingarbugliata, e più si cerca di allontanarsi più, a livello più o meno conscio, si rimane aggrappati a ciò che spaventa e insieme dà vita, in altalena sull’elastico del timore di essere liberi e felici. Potentissimo.

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