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“Educati alla violenza”

baby_gang_fronte_lowdi Gabriele Ottaviani

Quando arriva a casa, mi racconta: non riesce più ad andare a scuola, le viene il panico, ha paura. Un suo compagno, tra i più bravi della classe (intelligenza sprecata) con il suo entourage di scagnozzi senza palle, regolarmente l’aspetta negli angolini più oscuri dei corridoi della scuola per metterla contro il muro e minacciarla. Avvertimenti tipo: «Guardati le spalle che prima o poi ti facciamo la festa» oppure «occhio che se ti becchiamo da sola ti facciamo nera». E tutto questo perché? Perché mia figlia non ha ceduto alle sue “grazie” e perché lei è “diversa”: non ascolta la stessa musica, non ama andare in discoteca. Il suo presunto “snobismo” viene mal digerito dal bullo. Poi ci sono stati altri episodi. A fronte di un suo intervento durante una lezione, era stata apostrofata: «Stai zitta tu che non capisci un cazzo», oppure «sta parlando la deficiente». Pensando fosse solo una questione di un momento, lei lo ha ignorato per un po’; visto che invece non finivano le minacce e le vessazioni, ha cominciato con il vomitare nei bagni della scuola e poi scappare. Andava in biblioteca per cercare di rimanere al passo con lo studio. Una volta che si è confidata, siamo andate a scuola l’indomani a parlare con la professoressa. Dopo averci ascoltato disse che «il ragazzo, d’accordo, era un imbecille ma che lei doveva mettere acqua sul fuoco e non paglia e che certamente avrebbe smesso». Mia figlia, intanto, non aveva voti e, comunque, non riusciva a tornare a scuola. Non fu nemmeno ammessa agli esami e ovviamente perse l’anno. Lì ho sbagliato io: avrei dovuto ribaltare scuola e docenti.

Educati alla violenza – Storie di bullismo e baby gang, Antonio Murzio, Imprimatur. Non hai vestiti firmati. Ti piace studiare. Non riesci ad avere buoni voti anche se ti impegni. Sei gay. Pensano che tu sia gay. Sei timido. Sei insicuro. Sei povero. Sei ricco. Balbetti. Sei un po’ sovrappeso. Sei troppo magro. Sei troppo alto. Sei troppo basso. Sei troppo bello. Non ti senti bello. Non ti piace un certo cantante. Non ti piace bere o calarti le mutande ogni cinque secondi con chiunque capiti per sbaglio nel primo angolo buio che trovi. Possono essere mille milioni di miliardi i motivi. Che motivi non sono. Perché non c’è motivo. Non esiste motivo al mondo per cui ti debbano fare del male. Proprio a te, che non fai del male a nessuno. Eppure te lo fanno eccome. Sei una vittima. E basta. Sei stato scelto. E ti vergogni. Perché pensi che sia colpa tua. Perché ti fanno credere che sia colpa tua. Perché ne parli con i tuoi e loro ti dicono di essere superiore. Di ignorarli. Che quelli sono solo dei deficienti che cercano solo attenzione. Che passerà. Che tanto alla fine tu emergerai e loro no. Che non devi avere nulla di cui preoccuparti. Al limite se ti menano mena due volte e più forte. Certo, come se fosse facile. Perché uno impara così, dalla sera alla mattina. Allora ne parli a scuola. Con gli insegnanti. Ma non sei mica figlio loro. E poi hanno tante cose da fare. Il programma da finire. I compiti. Le interrogazioni. I ricevimenti. Il collegio docenti. La pausa caffè. La pausa sigaretta. Capire come si accende la LIM. Il registro elettronico da compilare. Mandare a chiamare la bidella che però non si può più chiamare bidella perché se la chiami bidella si offende. Leggere le circolari. Andare in gita. La cattedra da riscaldare. Lo stipendio che è tanto basso, con tutto il lavoro che sta dietro. Talmente dietro che spesso non si vede però c’è. Dicono. Allora ne parli con il preside. Che però deve occuparsi delle scartoffie. Delle scartoffie. Delle scartoffie. E quindi a novembre ti dà un appuntamento per maggio. Fai prima a parlare col papa. A cambiare scuola. A morire. Perché il bullismo può persino ucciderti. Perché ti viene voglia di morire, se sei bullizzato. Perché vuoi sapere se magari a qualcuno mancherai. Perché vuoi che chi ti ha ignorato si senta in colpa. Perché certo qualche bullo magari è recuperabile. In fondo è un ragazzo come te, probabilmente figlio di una situazione di disagio. In altri casi però semplicemente è un malvagio. Che va messo nella condizione di non nuocere. A sé e soprattutto agli altri. Perché il problema della violenza va affrontato, senza se e senza ma. E per essere affrontato va conosciuto. Perché l’ignoranza, reale o presunta, è la prima colpa. Io non c’ero. Non sapevo. È la prima condizione, la base. Voltare la faccia dall’altra parte. Questo libro non lo consente. Perché racconta perfettamente la realtà e le sue storie. Necessario.

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