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“Tamarisk Row”

di Gabriele Ottaviani

Nelle ore più calde del pomeriggio, nella città che molti non raggiungono mai perché non hanno quelle preziose pietre a guidarli, il ragazzo si mette alla ricerca di un posto dove un paio di persone potrebbero essersi nascoste con maggiore astuzia e sicurezza di quanto nessuno a Bassett sia mai riuscito a fare. Si addentra nelle profondità di un cortile fino a un punto in cui non penetra nemmeno la luce del sole se non di rado. Vede come la sagoma di una lepre tra l’erba alta sotto una macchia bassa di arbusti. Si abbassa in quella piccola impronta di erba schiacciata e scopre che è stata lasciata dalla sagoma rannicchiata di un ragazzo. Mette le braccia e la testa e le spalle nelle conche che sembrano attendere solo loro e guarda fuori tra le foglie. Vede sopra i recinti che chiudono i cortili, proprio come in un’altra città che conosce, il basso e minaccioso profilo delle colline che anche al di là di quella città nascondono un punto lontano da cui una persona che guardasse verso la città sulla pianura forse non vedrebbe altro che una macchia scura su una superficie simile a quella di un ciottolo bianco e da dove i segreti degli abitanti della città potrebbero sembrare così remoti e sfuggenti in mezzo a tutte le terre che si stendono là intorno come la luce giallastra che ogni tanto si rifletteva nella venatura di una pietra simile a quella perché un ragazzo che aveva costruito un ippodromo che aveva resistito per qualche giorno nel suo cortile a Bassett non dimenticasse mai che una pietra di un certo colore rimandava a un paesaggio che per qualche minuto durante una corsa di cavalli aveva rimandato a sua volta agli insondabili pensieri di un certo gruppo di persone che un tempo guardarono una certa città su una pianura afosa dove forse nessuno avrebbe saputo dove si trovava davvero la città senza la pietra adatta che glielo dicesse…

Tamarisk Row, Gerald Murnane, Safarà. Traduzione di Roberto Serrai. L’Australia, il nuovissimo continente, la colonia penale dell’impero di sua maestà la regina britannica, un vero e proprio universo a sé, pieno di fascino, ha un amplissimo e maestoso repertorio di miti, leggende, usi, costumi, tradizioni, riti, legami, superstizioni, passioni, ossessioni: pubblicato per la prima volta nel millenovecentosettantaquattro, il romanzo d’esordio di un autore formidabile e amatissimo narra, con accenti che, cambiando quel che dev’essere cambiato, rimandano a Steinbeck, Faulkner e McCourt e a moltissimi altri cantori dell’epica della formazione e dell’autodeterminazione, una spietata infanzia rurale e cattolica degli anni Quaranta del ventesimo secolo, quella di un ragazzo che, figlio di un padre giocatore d’azzardo, circondato da coetanei crudeli, adorato da una madre cui è connesso in modo intimo e dolente, in un mondo scabro e ostile che lo respinge, si rifugia, sublimando anche l’irresistibile attrazione per il sesso, nell’immaginazione di una realtà in cui ogni cosa è allegoricamente interpretata per il tramite della lente d’ingrandimento/specchio deformante dell’ippica e della sua liturgia. Epico e imprescindibile.

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“Le pianure”

copertina-sito-murnane-500x667.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non solo i miei anni di letture, ma le mie lunghe conversazioni con gli uomini delle pianure, e perfino con il capo di questa famiglia, il mio imprevedibile mecenate, che ormai entra nella biblioteca solo per ammirare le tavole a colori nelle storie di certi stili di ceramica, mi garantiscono che la gente, qui, concepisce la vita solo come un altro genere di pianura. Loro non sanno che farsene delle banali chiacchiere sul passare degli anni come un viaggio, o di cose del genere. (Quasi ogni giorno ho la conferma, con sorpresa, di quanto siano pochi gli abitanti delle pianure che abbiano effettivamente viaggiato. Anche nella loro Età dell’Oro, il secolo delle grandi esplorazioni, per ciascun pioniere che trovava il modo di arrivare in qualche nuova regione, erano decine e decine gli uomini che diventavano altrettanto famosi descrivendo i loro angusti distretti come se fossero perfino al di là della più lontana delle nuove terre appena scoperte). Nelle loro parole e nelle loro canzoni, tuttavia, alludono di continuo a un Tempo che converge su di loro, o da loro si allontana, come una pianura tanto familiare quanto formidabile. Quando un uomo riflette sulla propria gioventù, la sua lingua sembra riferirsi più spesso a un luogo che alla sua assenza, e a un luogo libero da qualunque idea di Tempo come velo o barriera. Questo luogo è abitato da persone che hanno il privilegio di poterne identificare la peculiarità (la qualità che ossessiona gli abitanti delle pianure come il concetto di Dio o dell’infinito hanno ossessionato altri popoli) con la stessa prontezza con cui l’uomo del presente potrebbe cercare di cogliere l’identità specifica del luogo dove abita lui. Si insiste molto, ovviamente, sul fallimento di ognuno – del giovane come dell’uomo del presente – di comprendere l’unicità della propria situazione…

Le pianure, Gerald Murnane, Safaràtraduzione di Roberto Serrai. Prefazione di Ben Lerner. Pubblicato per la prima volta trentasette anni fa, è senza dubbio il libro a cui è connessa la maggior parte della fama, ancora troppo ridotta, soprattutto alle nostre latitudini, da cui è baciato Gerald Murnane, autore dalla potenza epica, evocativa e immaginifica di straordinaria significatività: qui, edificando il mito metafisico dei grandi spazi del cosiddetto continente nuovissimo, l’Australia dai mille volti che i colonizzatori sfruttarono in primo luogo per lo più solo come bacino di materie prime cui attingere con protervia e come colonia penale, narra la storia di un giovane cineasta che vuole, dopo aver presentato il progetto ai latifondisti, uno dei quali lo accoglie nella sua tenuta affinché possa attingere alla sua immensa biblioteca per redigere la sceneggiatura, far conoscere le misteriose e remote pianure. Ma… Sontuoso.

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