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“Fumo e cenere”

di Gabriele Ottaviani

Quando è stata l’ultima volta che ha visto suo marito da vivo, signora Dunlop?

Fumo e cenere, Abir Mukherjee, SEM, traduzione di Alfredo Colitto. Sam ha perso la moglie. La prima guerra mondiale, conclusasi da pochi anni, gli ha lasciato specialmente nell’anima cicatrici insanabili. La sua dipendenza dall’oppio è ormai sempre più pericolosa, e per colpa di questa insaziabile ossessione lui, che è un giovane e valente capitano, potrebbe perdere tutto quello che ha. Ma è proprio in una fumeria d’oppio che si imbatte in un cadavere, e non può voltarsi dall’altra parte… La Calcutta dell’anno del Signore millenovecentoventuno è un luogo-non luogo ammaliante e sensuale, protagonista, oltre che sfondo, di una storia travolgente che induce a meditare sulla fragilità umana e sulla potenza irresistibile dei nostri desideri e dei dolori che proviamo, e che spesso ci rendono ciechi.

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“Un male necessario”

51hPWdX0AOL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il maharaja restò in silenzio…

Un male necessario, Abir Mukherjee, SEM. Traduzione di Alfredo Colitto. L’India è ancora una colonia dell’impero di sua maestà britannica, e lo rimarrà ancora per oltre due decenni, ma nella Calcutta dell’anno del Signore millenovecentoventi i fermenti indipendentisti non mancano di farsi già sentire, con sempre maggiore veemenza. Venti principi del regno di Raj sono stati invitati per dei negoziati nella sede del governo britannico. Tra di loro c’è il figlio del maharaja, inviso a molti fondamentalisti e con un fratello minore che ama solo il sollazzo, che ha subito minacce di morte. Minacce che non tarderanno a farsi tragicamente reali, e dunque… Travolgente, trascinante, caratterizzato splendidamente in ogni dettaglio, da non perdere.

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“Redenzione”

41V-nqUUWXL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’indomani ha di fronte una scelta…

Redenzione, Neel Mukherjee, Neri Pozza. Traduzione di Norman Gobetti. Donne, uomini, contadini, addestratori di animali, ragazzi e ragazze, genitori e figli: ha il respiro solenne dell’epica e al tempo stesso la vibrante policromia della commedia umana il romanzo corale, in cui ogni voce trova il suo colore, il suo spazio, la sua cittadinanza, di Neel Mukherjee che racconta con toni mai enfatici ma sempre umanamente coinvolgenti ed emozionanti l’anelito dirompente alla ricerca di un futuro migliore a partire dagli ardui sentieri metropolitani e rurali di un’India di feroce fascino in cui il sacrificio è pane quotidiano spesso vano. Da non perdere assolutamente.

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“L’uomo di Calcutta”

41xFzKD1wKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Attaccai l’omelette. Era fredda e gommosa, ma ciò nonostante migliore di tanti altri piatti usciti dal purgatorio che era la cucina della signora Tebbit. La divorai con il fervore di un calvinista nel giorno del giudizio…

L’uomo di Calcutta, Abir Mukherjee, SEM. Traduzione di Alfredo Colitto. Sam è giovane ma già veterano, ha attraversato militando nelle fila britanniche l’incubo delle trincee della Grande Guerra e ora sta cercando di iniziare una nuova vita come poliziotto nell’afa coloniale di Calcutta. Di fronte a sé, in una mattina canicolare nell’anno del Signore millenovecentodiciannove, rinviene il cadavere innaturalmente contorto e mezzo affondato in una fogna a cielo aperto di un alto funzionario con la gola squarciata, un occhio svelto dai corvi e un biglietto in bocca, come se si trattasse della mela che la tradizione fa adoperare nella cottura al forno del maiale: una missiva che intima agli inglesi di abbandonare al più presto l’India. Ma… Potente, avvincente, suadente: da non lasciarsi scappare.

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“La vita degli altri”

la_vita_degli_altri_1.jpgdi Gabriele Ottaviani

Due giorni dopo il capodanno, a metà aprile, Priyo portò fuori la moglie per la loro prima uscita serale, a vedere Jogan allo spettacolo delle 18.35 al Rupali, e poi a cena da Firpo’s nell’Esplanade. Era una cosa di cui aveva letto in un romanzo recente e che gli era rimasta impressa; una cosa moderna, nuova, col giusto tocco di avventatezza, una lieve deviazione dal conservatorismo borghese a cui tutti gli scrittori erano tenuti a opporsi. Andarono a vedere altri due film – Babul e Tathapi – prima che a luglio, in una burrascosa serata di monsone, la famiglia fosse informata della gravidanza di Purnima. Undici giorni dopo, nel bagno del primo piano, Chhaya si tagliò le vene dei polsi col rasoio a mano del padre, appropriatamente chiamato “Bengall” e fabbricato da Luke Cadman, a Sheffield, in Inghilterra, un oggetto di lusso semplice e pericoloso che lui si era comprato nel 1930, ispirandosi alle abitudini di suo padre, che di tanto in tanto si concedeva un piccolo piacere personale per ricordarsi, come diceva, «che ti sei fatto strada da solo fino a un mondo dove puoi permetterti queste cose; è un regalo che fai a te stesso». I Ghosh cercarono con ogni mezzo di non far trapelare la notizia, di tenerla nascosta anche ai membri più giovani della famiglia allargata, ma era impossibile avere la meglio sull’eccelsa acustica della vita bengalese.

La vita degli altri, Neel Mukherjee, Neri Pozza, traduzione a cura di Anna Nadotti e Norman Gobetti. Il Partito del Congresso, ora definito come Congresso Nazionale Indiano, laico, di centrosinistra, ispirato a concetti come la socialdemocrazia e il liberalismo sociale, tanto che l’attuale presidente del partito, Sonia Gandhi, ha chiesto al greco George Papandreou, il capo dell’internazionale socialista, l’ammissione della sua compagine nell’organizzazione, è stato fondato nel milleottocentoottantacinque e sin dalle sue prime fasi è diventato il riferimento principale del movimento di indipendenza indiano. Nel millenovecentosessantasette l’indipendenza è già stata raggiunta e pare che proprio in quella formazione politica militino gli agganci di indubbio prestigio cui deve la propria fortuna l’abile famiglia di affaristi, proprietari e industriali che fa capo a Baba e Ma, i Ghosh. La cartiera è il fiore all’occhiello fra le aziende che possiedono, la casa in cui vivono, divisi tra i quattro piani, tutti i membri del clan, tra consanguinei e acquisiti, come la vedova dell’ultimogenito, è una splendida magione, che si staglia imponente nel panorama di una Calcutta (ora Kolkata: il cambio ufficiale di nome, per meglio riprodurre la pronuncia in lingua bengalese, risale a quasi sedici anni fa) che però a chi ha letto qualche libro, cambiando quel che dev’essere cambiato, sembra tanto Lubecca – evidente l’eco dei Buddenbrook, ma non solo – ed è ulteriormente impreziosita da un lussureggiante giardino, la dea della ricchezza, Lakshmi, sfavilla in una nicchia. Tutto è bello. Tutto è prezioso. Non ci sono nubi nel cielo dei Ghosh. Tutti sono felici. In apparenza. Benché viva a Londra l’autore è nato a Kolkata, ed è al suo secondo romanzo. Per il quale non si possono che usare le più vive parole di elogio: il ritratto che riesce a dare di una grande famiglia, delle contraddizioni che vi si annidano all’interno, della fragilità del benessere, effimero per sua natura, ma qui ancora più ossessivamente ricercato, nella consapevolezza che la sua perdita comporterebbe un crollo non solo a livello di stato sociale ma anche, per non dire soprattutto, identitario, è appassionante, completo, elegante, raffinato, potente, credibile, cinematografico, avvincente, ironico, emozionante. Un romanzo imperdibile che ha il respiro della saga e dell’epica, e che persino attraverso una storia particolare riesce a trascendere fino all’universale parlando di tanti e ben amalgamati temi al cuore e alla mente di tutti.

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