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“Motherland”

30sic-motherland-2-CINECRITICAdi Gabriele Ottaviani

Una figlia scrittrice che torna nel suggestivo villaggio natale dell’Anatolia per portare a compimento il suo libro. È una donna assolutamente contemporanea, che vuole dimostrare quel che è e quanto vale. Ma il rientro nel ventre materno da cui si è allontanata sembra catapultarla in un’altra realtà, insieme vicina e lontana, arcaica, matriarcale, ben diversa da Ankara e ancor più da Istanbul, un piccolo mondo antico dove è invasiva la presenza delle credenze, delle superstizioni, di una certa religiosità popolare molto legata a una dimensione rituale e primitiva, prossima al senso della morte, intrisa di colpa, peccato e necessità di redenzione, dove le voci, che siano sensazioni intime o pettegolezzi striscianti, hanno la loro importanza. Anzi, condizionano la vita. E c’è anche da ricostruire un rapporto con una genitrice insistente e impacciata, a sua volta irrisolta nel rapporto con la propria madre, desiderosa del meglio per la figlia e visceralmente legata a tradizioni anacronistiche, una donna che sa e non dice, che capisce anche, se non soprattutto, quello che non vorrebbe, che voleva essere e non è stata. Il dualismo non funziona completamente, ma Ana yurdu (Motherland), uno dei molti titoli turchi presenti quest’anno al Lido (sarà la storica vicinanza tra la Serenissima e uno dei suoi più grandi mercati, chissà…), è intenso.

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