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“La strada del mare”

di Gabriele Ottaviani

No, ripete l’anno e basta. E guai a te se lo tocchi!

Li poteva menare solo lei…

La strada del mare, Antonio Pennacchi, Mondadori. Se gli Stati Uniti d’America hanno interpretato il mito della fondazione attraverso le avventure dei pionieri che a bordo dei loro scalcagnati conestoga attraversavano da est verso Ovest sconfinate pianure in cerca di un posto dove vivere al meglio il mito della fondazione in Italia, cambiando quel che deve essere cambiato, affonda le sue radici nelle fertili e un tempo malariche pianura dell’agro pontino, solcate dalla via che porta i romani al mare: Antonio Pennacchi torna a raccontare con accenti profumati di verità e storia la vicenda epica e irresistibile di un clan di coltivatori di origine veneta che ha piantato le sue radici molto più a sud, là dove gli eucalipti servivano per succhiare via l’umidità dalle zolle, là dove ora campeggiano i kiwi, là dove la dittatura fascista ha compiuto quella che è stata la sua più propagandata impresa. Il secondo dopoguerra fatto di sogni, ricostruzioni e speranze è più vivido che mai in questo ritratto avvincente e appassionante scritto con la consueta ironica grazia.

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“La vita salvata”

di Gabriele Ottaviani

Così era continuata quella loro conversazione, fino a che il rimpianto non si era asciugato dalla sua voce stanca…

La vita salvata – Conversazioni con Giovanna Stanzione, Raffaele La Capria, Mondadori. Uno dei più grandi scrittori e intellettuali di sempre e in particolare del Novecento italiano si racconta con estrema schiettezza a una scrittrice esordiente testimoniando la funzione salvifica della cultura, dell’arte, della bellezza e della letteratura, che è certamente lo sbirciare attraverso finestre illuminate nelle case degli altri ma è anche soprattutto il guardare in profondità dentro di sé per conoscere, conoscersi, capire, capirsi: un monumento.

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“L’ultimo sorso”

di Gabriele Ottaviani

Forse aveva nostalgia della sua infanzia…

L’ultimo sorso – Vita di Celio, Mauro Corona, Mondadori. Rocciatore, taglialegna, scalpellino, minatore, apicoltore, uno, nessuno, centomila: chi è Celio non lo sa forse neanche lui e con ogni probabilità nemmeno importa poi tanto, ed è al tempo stesso il ritratto che Mauro Corona, mettendo evidentemente moltissimo di sé, ma del resto ogni opera umana presenta tracce incontrovertibili del suo artefice, tanto che è forse anche poco rilevante e un po’ assurdo chiedersi quanto ci sia di autobiografico in un’opera, rende assolutamente vivido e policromo, multisfaccettato, di un uomo e di un universo. Celio si sente un niente e si rispecchia nel liquido che intorbida il suo bicchiere, ma attraverso la presa di coscienza della sua fragilità ci racconta anche la fragilità di un intero sistema da curare, proteggere e salvare. Da leggere.

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“Croce del Sud”

di Gabriele Ottaviani

La Pampa è la sua montagna bruna dantesca…

Croce del Sud, Claudio Magris, Mondadori. La croce del Sud, la più piccola ma anche una in assoluto fra le più note delle ottantotto costellazioni che attualmente conosciamo e consideriamo, è il faro per la navigazione degli esploratori nell’emisfero australe, un po’ come in quello boreale è la stella polare: Claudio Magris arriva fino alla fine del mondo o quasi, per citare anche la frase con cui Jorge Bergoglio quando è stato eletto Papa ha salutato Piazza San Pietro e l’intero mondo, giunge là dove tutto sembra concludersi per raccontare viceversa tre inizi, le storie di tre vite assolutamente inaspettate e incredibili pur essendo verissime. Da non perdere.

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“Al centro del mondo”

di Gabriele Ottaviani

Si capisce che sei uno spostato da come scrivi, dicevano a scuola…

Al centro del mondo, Alessio Torino, Mondadori. Villa la Croce, ovverosia quella che tutti definiscono come la villa dei matti, neghittosamente adagiata lungo lo stradone che si snoda fra le colline marchigiane, è la casa di Damiano, che vi vive con la nonna, il nonno, lo zio detto il Gorilla, il ricordo del padre che si è impiccato a una quercia che dopo dieci anni, d’improvviso, ha ricominciato a fare foglie, le arnie che danno miele fecondo in tutti i sensi, visto che a quanto pare quella manna rende gravide le donne, e un mare di ricordi, pensieri, paure, fragilità, emozioni, ossessioni: la vita scorre inesorabile mentre siamo impegnati a preoccuparcene, e va, in fondo, sempre e comunque dove vuole lei. Noi, tuttavia, abbiamo il fondamentale compito di accettarla, e renderla migliore e salvifica, per gli altri e noi stessi: Damiano, in cui l’irrequietezza del desiderio di essere quel che sogna ribolle, è il protagonista indimenticabile in cui ognuno può riconoscersi. Una prova narrativa maiuscola, splendida sin dall’immagine di copertina, che diverte e commuove, scritta in stato di grazia, senza retorica.

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“Mia inquieta Vanessa”

download (1)di Gabriele Ottaviani

Quando si decide a chiamarmi, lo fa di mattina presto. Il telefono inizia a vibrare sotto il cuscino e le vibrazioni che si propagano per il materasso sono come il ronzio di un motore sul lago, il brusio sordo e attutito che sentivo quando nuotavo sott’acqua e passava un motoscafo. Rispondo ma sono ancora nel sogno, con il sapore di lago in bocca e davanti agli occhi i raggi del sole che tagliano l’acqua scura, giù fino alle foglie marce e ai rami sprofondati, alla sterminata distesa di melma. Strane emette un sospiro tremante, di quelli esausti, dopo un pianto. «È finita» dice. «Sappi che ti ho amata. Anche se sono stato un mostro, ti ho amata.» È all’aperto. Sento il vento, un muro di rumore che confonde le sue parole. Mi alzo a sedere e guardo verso la finestra. Non è ancora l’alba, il cielo sfuma dal nero al violetto. «Aspettavo una tua telefonata.» «Lo so.» «Perché non me l’hai detto? L’ho dovuto sapere dai giornali. Avresti potuto dirmelo.» «Non sapevo cosa sarebbe successo. Non ne avevo idea.» «Chi sono queste ragazze?» «Non lo so, delle ragazzine. Non sono nessuno. Vanessa, non so cosa stia succedendo. Non so neanche di cosa mi accusano.» «Dicono che le hai molestate.» Resta in silenzio, probabilmente sorpreso di sentire quella parola sulle mie labbra. L’ho trattato con riguardo per così tanto tempo. «Dimmi che non è vero» continuo. «Giuramelo.» Sento il rumore bianco del vento. «Tu pensi che possa essere vero» risponde. Non è una domanda quanto una presa d’atto, come se avesse fatto un passo indietro e si fosse finalmente accorto del dubbio che ha iniziato a insinuarsi ai margini della mia lealtà. «Che cosa hai fatto a quelle ragazze?» chiedo. «Secondo te? Di cosa mi credi capace?» «Qualcosa devi aver fatto. Altrimenti perché ti accuserebbero, se non avessi fatto niente?»

Mia inquieta Vanessa, Kate Elizabeth Russell, Mondadori. Traduzione di Linda Martini. Lei ha quindici anni, lui quarantadue. Lui è il docente, lei l’allieva. Iniziano una relazione passionale. Quasi vent’anni dopo, nel duemiladiciassette, nel bel mezzo del ciclone #metoo, il professore viene denunciato, e un’altra ex alunna chiede a Vanessa di portare anche la sua testimonianza. Vanessa però inorridisce. Non c’è stato affatto abuso, il loro è stato amore. Vero. O forse no… La parabola di una donna costretta a ripensare a tutta la sua vita, a tutta la sua storia e a tutte le storie che si è raccontata per imparare ad affrontare la realtà sono il fulcro di questo romanzo riuscito, credibile, affilato, da leggere.

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“Priestdaddy”

downloaddi Gabriele Ottaviani

L’unico regalo di Natale che ho mai realmente desiderato, oltre a una serie di grosse biglie ricavate da pietre semipreziose che ho comprato nel negozio di souvenir del museo di storia naturale, era una radio… dentro un gatto di peluche. Una radio a forma di gatto di peluche. Si chiamava Pettable Portable Fluffy Kitty, e all’interno aveva una radio AM-FM funzionante. “Ce l’hai fatta, Radio Shack” pensai quando presi in mano la scatola e vidi il peluche che mi fissava con gli occhi dorati e seducenti quanto un assolo di sassofono. “Alla fine siete riusciti a farmi appassionare alla tecnologia.” «Ti prego, mamma» le dissi con disperazione, senza riuscire a esprimere appieno il mio bisogno. Cosa avrei potuto dire? Che il muso del gatto era simmetrico come solo la matematica delle più immortali tra le composizioni lo avrebbe potuto rendere? Che aveva nella pancia i deliziosi croccantini della musica? Che era a pelo lungo, come Beethoven, e lo volevo a tutti i costi? Mi affidai come sempre alla lettura. «Ti prego. La scatola dice che si può ABBRACCIARE, e che è un COMPAGNO PERFETTO PER I BAMBINI.» Quando arrivò Natale scartai la mia piramide di regali come una forsennata. Niente. Neanche l’ombra di una radio a gatto di peluche…

Priestdaddy – Mio papà, il sacerdote, Patricia Lockwood, Mondadori. Traduzione di Manuela Faimali. Gira nudo o quasi per la casa, si fa arrestare durante una manifestazione antiabortista a dir poco scombiccherata, suona la chitarra elettrica producendo un clangore metallico inquietante e ha una figlia – classe millenovecentoottantadue, autrice sopraffina, e questo libro le ha dato grande e meritata fama – che non è certo né la più credente dei credenti né la più canonica delle scrittrici, sia in prosa che in poesia: è però in canonica che a causa di una crisi è costretta dopo anni a tornare col marito, ed è la sua infanzia e adolescenza, irresistibilmente tragicomica, quella che racconta. Il prete in questione infatti è padre Greg Lockwood, e questo romanzo sembra un film di Peter Cattaneo, pieno di grazia e di profondità.

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“Un amore qualunque e necessario”

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Quando l’incontro di orientamento fu terminato, non restava altro da fare che comprare i libri e iscriversi ai corsi. Mentre si recava alla libreria del campus una mattina, Peter dovette fermarsi sulle strisce per lasciar passare un autobus con la scritta “41st Street Terminal” illuminata sopra il parabrezza. Smise di camminare e rimase a fissarlo finché si rese conto che c’era un’automobile ferma in attesa che lui attraversasse. Il giorno dopo, poco prima delle nove, l’autobus era di nuovo là. L’autista imboccò l’ampia strada chiusa davanti alla libreria. Quello che era nato come un pensiero casuale iniziò a prendere forma. Gli studenti degli ultimi anni ora arrivavano a frotte occupando tutti i tavoli da picnic e i prati del cortile interno, e il giorno prima dell’inizio delle lezioni Peter salì i gradini dell’autobus ed ebbe la conferma che la destinazione era Manhattan. Era un bus diretto, disse l’autista. Faceva tappa a un altro college nel New Jersey, poi in due parcheggi di interscambio lungo l’autostrada, e infine al Port Authority Bus Terminal. Peter si picchiettò la tasca posteriore dei calzoni per controllare di avere il portafogli e poi salì a bordo. Non aveva né un libro né una rivista con sé. Non aveva detto nulla al suo compagno di stanza, né al suo coach, né al supervisore del residence. Evitò di chiedersi cosa stava facendo.

Un amore qualunque e necessario, Mary Beth Keane, Mondadori. Traduzione di Maria Carla Dallavalle. Sono vicini di casa da sempre, sono pressoché coetanei, sono non lontani da New York, sono una la figlia di una famiglia numerosa e serena e l’altro l’unico rampollo di un nucleo reso fragile come cristallo dal precario equilibrio rabberciato alla meno peggio da una madre che forse non avrebbe dovuto diventarlo, perché in primo luogo mentalmente instabile, e da un padre che nonostante tutti gli improbi sforzi non riesce a proteggere la creatura che è nata da lui e che ama di più al mondo, sono le due facce di una stessa medaglia, sono ineluttabilmente connessi, e questa inestricabile relazione va avanti nel tempo, a dispetto di tutto, a dispetto di un’immane tragedia, a dispetto dei ricordi. Che però, col tempo e la giusta distanza, scolorano e mutano. Splendido sin dal titolo, perfetto anche per la trasposizione sullo schermo, che infatti è in programma, è un libro niente affatto qualunque, ma senza dubbio necessario, scritto con una prosa intelligente, viva, profonda. Da non farsi sfuggire.

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“Odio”

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Cosa avevamo mangiato io e la mia famiglia fino a quel momento?

Odio, Daniele Rielli, Mondadori. BEFORE, un’azienda di Big Data in grado di prevedere il comportamento di milioni di consumatori, è il fiore all’occhiello di Marco De Sanctis, che dalla provincia ha compiuto una vera e propria escalation nel mondo dell’altissima finanza: si sa, però, ogni cosa ha il suo prezzo. Tuttavia nessuno sa davvero quale sia stato quello che lui ha pagato. Né tantomeno nessuno sa quale sarà la sua prossima mossa. Certo è che sarà rivoluzionaria, e forse persino inquietante, e terribile… Se il mondo è un mare sempre più pieno di squali si deve essere pronti a nuotare: deflagrante, megnetico, destabilizzante.

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“Baci da Polignano”

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Dovevano parlarle, ma non era il momento giusto…

Baci da Polignano, Luca Bianchini, Mondadori. Luca Bianchini ama riamato la Puglia e in particolare Polignano (come dargli torto, del resto…), ormai ambientazione privilegiata dei suoi scritti, che trattano i sentimenti senza sentimentalismi, con prosa lieve, poetica, credibile, raffinatamente semplice, adatta anche allo schermo: e, dopo Io che amo solo te e La cena di Natale, la storia infinita di questo amore osteggiato dalla ragion di stato, ossia quella della famiglia, tra Ninella e don Mimì, una passione che non ha potuto avere la vita desiderata ma che non smette mai di ardere, come un fuoco inestinguibile, che il tempo, come il vento e la lontananza, almeno stando al testo d’una celeberrima canzone, destina a una sorte ben diversa rispetto a quella dei fuochi piccoli, fatti per spegnersi, continua pure in quest’ultima riuscita prova narrativa, tra nipoti neonate, mogli insopportabili che perdono la testa per il tuttofare, trasferimenti, corteggiamenti, fidanzate di copertura e persino l’eredità contesa di un trullo… Una delizia, saporita come la fiorona, o il riso patate e cozze.

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