Libri

“Pagina bianca”

pagina biancadi Gabriele Ottaviani

anonimato fantasma fantasma. spettro spettracolare. farsi il pensiero poi ricorda. per mancanza di padre. ricordare il dolore persistente al torace. immagina impossibile. una doccia. fare la spesa. saluta la vicina il marito appena circuiti. diventa di ritornare. cucinare prendere il treno. andare dimesso. dall’ospedale non dover morire ora. peregrinare altrove telecamere stanze a pistoia via firenze rifredi. scorre sotto il cielo una vena sottile sotto la pelle. immaginarsi. più che immaginare. svegliarsi e morire.

Pagina bianca, Gianluca Garrapa, Miraggi. Originale sin dall’impaginazione, Pagina bianca di Garrapa, che collabora con molte testate, come Sul romanzo, Psychiatryonline, Puntocritico, Poetarum Silva, Nazione Indiana, L’immaginazione e Culturificio, è la raccolta di un autore che tra l’altro, evidentemente con pieno merito, si è aggiudicato riconoscimenti prestigiosi in occasione del premio Pagliarani del duemiladiciassette e due anni fa nella cornice del Celan, ed è la riuscita, intensa e policroma rappresentazione simbolica della fragilità umana che si manifesta nella reboante contraddittorietà delle tensioni in cui ogni individuo si imbatte nel corso del proprio cammino esistenziale, volto alla realizzazione. Da leggere.

Standard
Intervista, Libri

“Donne di mafia”: intervista a Liliana Madeo

mafiadi Gabriele Ottaviani

Liliana Madeo ha scritto per Miraggi Donne di mafia: Convenzionali ha il piacere e l’onore di intervistarla.

Chi sono le donne di mafia?

Sono – per gli uomini del malaffare – la garanzia della continuità del loro potere, la sicurezza, il collante fra la vita privata e l’organizzazione criminale in cui si muovono. Un collante prezioso, dalle dimensioni e coloriture diverse a seconda che si parli di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra. Nel mio libro le luci sono accese sulle figure femminili dell’Onorata Società, come la mafia siciliana si chiamava prima di etichettarsi “Cosa Nostra”. Le storie di queste donne si intrecciano, si contrappongono, segnate da una prima fondamentale differenza fra loro: l’origine mafiosa di  alcune e l’amore, l’incoscienza, il gusto dell’avventura per cui tante altre – giovanissime, inconsapevoli – sono piombate nel tunnel degli  inseguimenti, le fughe, le latitanze,  le vendette,  gli omicidi.

Quali sono i loro ruoli?

Le regole di Cosa Nostra sono precise. La donna deve ubbidire, rispettare gli ordini, tacere. Il silenzio è obbligatorio per lei.  Non ci si può fidare dell’emotività femminile, ripetono i mafiosi. È  pericoloso far conoscere alla moglie o alla figlia cose che possono farle perdere il controllo di sé e della situazione. Nelle mani e nella voce della sposa che non sa né vede niente di quanto avviene intorno a lei è riposta la tutela della famiglia, del boss, del clan intero. Ovviamente alla donna  tocca anche essere fedele al marito e dare ai figli un’educazione che ne faccia i degni eredi del padre. Colei che tradisce una di queste regole va uccisa, e per colpe simili non poche sono state uccise.

La società mafiosa è una società patriarcale?

Sì, rigorosamente patriarcale. Lo testimoniano, ciascuna a modo proprio, le persone che hanno attraversato tale società. Cito, come esempio, le donne che di quei diktat sono state fedeli  osservanti e che adesso sbandierano i pregi, l’onestà dei loro uomini magari morti in carcere dopo lunghissime latitanze, vedi Totò Riina e Bernardo Provenzano. Lo ha detto anche Giovanni Falcone:  Le donne, che in passato hanno raramente avuto una parte decisiva nella vita dei mafiosi – i quali si accontentavano di una famiglia di tipo matriarcale dove la sposa, senza mai venire informata di alcunché, sapeva tutto, ma stava zitta – hanno assunto un ruolo determinante […] Sono entrate in rotta di collisione con il mondo chiuso, oscuro, tragico, ripiegato su sé stesso e sempre sul chi vive di Cosa Nostra, ha affermato, quando si è trovato davanti le prime “pentite”, le prime donne che rompevano la regola del silenzio e venivano alla ribalta.

Come si è radicata la mafia nel tempo?

La mafia siciliana ha origine a metà dell’Ottocento. Si chiama Onorata Società. La sua unità di base è la “famiglia”, il gruppo degli uomini che controllano una città, una zona del territorio in cui operano. I primi settori in cui l’organizzazione si intromette sono l’agricoltura, la pastorizia, il contrabbando: quindi – con un ritmo clamoroso quanto rapido – ecco l’intromissione nel mondo degli appalti e sub-appalti, dell’edilizia pubblica e privata, gli omicidi su commissione o per rivalità fra clan e clan, le “collaborazioni” con alcuni uomini delle istituzioni, le spiate, la creazione delle bande di baby criminali, le stragi di  magistrati, sindacalisti, poliziotti, uomini politici, quindi il  gigantesco traffico della droga, il fiume di denaro che se ne ricava, la Sicilia che diventa sponda del malaffare fra Oriente e America, Palermo che pullula di laboratori da cui escono tonnellate di eroina, le casse di vini pregiati che entrano nelle celle dei mafiosi in galera, le “signore della droga” che partono in aereo per New York con buste di stupefacenti attaccate alla pelle sotto gli abiti e  ritornano con buste di dollari infilzate nella panciera…

Come è cambiata?

Fino a qualche decennio fa parlare di mafia era parlare di Cosa Nostra. Oggi non è più così. Cosa Nostra non ha il giro di affari e di potere di un tempo, veleggia con le altre organizzazioni criminali, asseconda o integra il percorso di un’altra struttura cui può far comodo il suo contributo. Oggi la ‘Ndrangheta – nata in Calabria all’inizio dell’Ottocento – è la mafia italiana più forte e pericolosa: ha soppiantato Cosa Nostra nel traffico internazionale delle sostanze stupefacenti, ha saputo radicarsi in nuovi territori sia in Italia sia all’estero… E non disdegna il contributo che può venirle anche dalla Camorra napoletana, dal suo pulviscolo di clan che fin dalla loro nascita – nei primi decenni dell’Ottocento – sono in conflitto/competizione fra loro  per le “piccole” attività come spaccio, furti, contrabbando, ricettazione di merci rubate, contraffazione, come per le imprese più complesse e redditizie che esulano da Napoli e dalla Campania.

Lei ha una lunga storia di femminismo…

Tremate tremate, le streghe son tornate, gridavamo nelle piazze anni fa. Buttando all’aria – fra ironia e gusto della provocazione – lo stereotipo della donna malefica, della matrigna crudele. E rivendicando la libertà dalle convenzioni e dalle norme che ci imbrigliavano. Sì, passi avanti ne sono stati fatti tanti: accesso a carriere e ruoli sociali prima impensabili, varo di leggi (aborto, divorzio, affido dei figli, retribuzioni professionali, ecc.) che hanno spezzato barriere secolari, un nuovo modo di bilanciare pubblico e privato, inconscio e materialità dell’esistenza, successo di personaggi ed espressioni d’arte celebrativi dei  cambiamenti in atto… Ma il viaggio è ancora in corso. Imperversano i femminicidi. Non si spegne il coro del #MeToo. Si moltiplicano, anche per voce di persone autorevoli,  le espressioni maschili di disagio o fastidio per la presa di parola delle donne. Il ritorno alla “legge del Padre” non viene più invocato nella penombra. Il vecchio non muore e il nuovo stenta a nascere, direbbe Gramsci.

Standard
Libri

“La vita moltiplicata”

612VecITu+L._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Chissà se era ancora un sogno, si chiese Ascanio…

La vita moltiplicata, Simone Ghelli, MiraggiOboe d’amore, Vera, Piano inclinato, La somma dei secondi e dei sogni, L’ultima vetrina, Compito di realtà, La grande divoratrice, La scatola nera, La sentinella di ferro, L’ineluttabile: dieci racconti uno più bello dell’altro, come del resto splendida è la copertina, per il tramite dei quali Simone Ghelli, con maestria, profondità, eleganza, raffinatezza, cura e delicata tenerezza per le fragilità delle anime che arrivano alla soglia della sua coscienza, presentandosi fra parole e righe, per raccontargli la propria vicenda, indaga, semplicemente, ma nessun sentiero è più impervio di quello che in apparenza appare senza ostacoli, l’esistenza, in tutte le sue forme. Eccellente.

Standard
Libri

“Non serve nascondersi”

71yqYCpeqPL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Papà era andato in pensione presto. Presto si fa per dire. Aveva lavorato quarant’anni: dai quattordici ai cinquantaquattro.

Non serve nascondersi, Marco Proietti Mancini, Miraggi. Maledetti, La busta, Figlio mio, Insieme, Risvegli, Dondolo, Ma non ci sentite?, Al tramonto, Ciao pa’, Uomini di merda, Check Out, Il Natale di Antonio, Amanti a sorpresa, Se Ulisse e Penelope fossero stati romani: quattordici racconti di rara sensibilità, com’è del resto sempre la scrittura di Marco Proietti Mancini. Per chi lo conosce dalle sue precedenti opere, ma anche dall’assidua frequentazione, sempre garbata, brillante, intelligente, dei social network, che sono un mezzo, e dunque di per sé non sono né buoni né malvagi, dipende tutto, com’è lapalissiano, dall’uso che se ne fa e dall’atteggiamento col quale vi ci si approccia, non certo una sorpresa: Proietti Mancini conosce la tenerezza, e indaga l’animo umano con cura e rispetto. In questa pinacoteca di vividi ritratti il filo rosso che unisce le storie è la percezione dell’alterità, che in realtà, però, non è che un falso problema. Tutti infatti siamo diversi, gli uni dagli altri, ma ciò non ci rende né migliori né peggiori: ognuno ama, vive, pensa a suo modo, e non ha diritto di ritenersi superiore né deve ritenersi sbagliato, perché non c’è nulla d’errato nell’essere perbene, anche se il mondo sembra sempre premiare chi è più scaltro, furbo e imbroglione. Essere buoni, dunque, è la vera ribellione, con buona pace di chi ci vede il male e invece non sa cosa si perde. Da leggere, rileggere e far leggere.

Standard
Libri

“Il bruciacadaveri”

71I0DOfxYxL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In alcuni paesi bruciano anche gli animali, dopo la morte.

Il bruciacadaveri, Ladislav Fuks, Miraggi, traduzione di Alessandro De Vito. Postfazione di Alessandro Catalano. Nato a Praga, laddove è morto poco meno che settantunenne, all’incirca diciotto mesi dopo la dissoluzione della Cecoslovacchia, nel millenovecentoventitré, Ladislav Fuks ha attraversato i decenni più significativi del secolo breve e dell’egemonia sovietica sul paese di Kafka: questa sua opera, giunta in Italia per la prima volta nel millenovecentosettantadue, senza dubbio uno dei suoi scritti più importanti, nel quale viene messa in luce in maniera assai preponderante la sua passione per il grottesco e il fantascientifico, generi visti anche come evasione e al tempo stesso privilegiata narrazione delle storture della sua contemporaneità, racconta con prosa suggestiva e ricchissima di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione la vicenda del misterioso signor Kopfrkingl, in apparenza, mentre infuria l’orrore nazista, uno sdolcinato e sempre sorridente padre di famiglia impiegato al crematorio, in realtà un uomo dalla morale talmente schematica sa risultare inquietante… Da leggere: sorprendentemente e drammaticamente attuale.

Standard
Libri

“Mazzarrona”

51zdH08RzBL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le sensazioni di allora sono ancora capaci di atterrirmi. Oggi che sono adulta non è cambiato niente. Non voglio tornare a Mazzarrona. Evito alcune strade, se sento gli odori di allora mi pare di morire di nuovo. I siciliani sono gente triste, diffidente. Il castigo di esserlo lo possiamo capire solo noi. Ed è un errore usare un plurale, odio le mie radici, una parte di esse. Non sono siciliana. Mi pare di morire di nuovo, come in quegli anni. Credo che fossero tutti morti per ignoranza, non perché si facessero di eroina, non leggevano, non ascoltavano buona musica, non conoscevano altro che la loro stazione di confine. I compagni della valle non avevano terminato le scuole. Terra maledetta. Il giorno della festa in casa di Mary, leggevo ad alta voce, in bagno da Romina, mentre lei finiva di prepararsi. La sonata a Kreutzer di Tolstoj. Non era poi un linguaggio ostile, se vogliamo parlava d’amore. Di Matrimonio, di tradimenti. «La depravazione non consiste in qualcosa di fisico» leggevo a pagina 151 «essa, l’autentica depravazione consiste proprio nel liberarsi da qualsiasi rapporto morale con la donna con cui si ha una relazione fisica». Siamo nella provincia russa ottocentesca, Romina. Lei passava l’ombretto sulle palpebre, la sua bocca morbida e regolare stavolta sorrideva. Succedeva quando leggevo a voce alta o le raccontavo le mie cose. Sorrideva, immagino per tenerezza. La vita era molto più infame dei miei libri e delle mie piccole cose riferite con lo slancio di una ragazzina viziata, confusa da parolone apprese maldestramente, senza un vero trasporto. Ogni tanto volevo essere impegnata, salivo sulla gomma di pneumatico e urlavo scioccamente: questa è una lotta di classe!

Mazzarrona, Veronica Tomassini, Miraggi. Si apre con una dedica che è pura poesia (Ai miei amati assenti) l’opera di Veronica Tomassini, presentata allo Strega da Giovanni Pacchiano, dottore in lettere classiche, insegnante in alcuni noti licei milanesi, traduttore e scrittore, con queste parole: Nel romanzo di Veronica Tomassini, Mazzarrona, diversamente dall’attuale pullulare di una letteratura d’evasione, l’autrice racconta sul filo del ricordo, con nobile e profonda passione, governata peraltro da un sapiente controllo della scrittura, le vicende, ambientate nell’estrema e degradata periferia di Siracusa (una realtà di falansteri e baracche ed amianto), di un mondo di giovani emarginati e drogati con poca o nessuna speranza di sopravvivere. La sua protagonista, una ragazza piccolo-borghese estranea a quel mondo ma insieme emotivamente coinvolta, cerca lì invano un affetto e un amore stabili, ma il ricordo di quei momenti di candore e di strazio è destinato a rimanere per sempre. Prossima a una delle zone naturali più belle della città, in riva al mare e lambita dalle scogliere che di fatto formano la lunga costa (storicamente detta a costa re piliceddi) che parte da sud e si conclude a settentrione rispetto alla località, la Mazzarrona, o Mazzarruna, in dialetto, è un quartiere sorto durante il boom edilizio (popolare e privato) tra gli anni Sessanta e gli Ottanta del Novecento, con tutte le problematiche, in primo luogo di carattere speculativo, nonostante i numerosi progetti di recupero tentati e avviati, che ne conseguono, alla periferia nordest di Siracusa: è un luogo afflitto da una pandemia, quella di un’insaziabile fame di vita che si manifesta nella ricerca disperata di amore, di accettazione, di sesso. Disperate speranze che, come troppo spesso è accaduto e accade, passano attraverso vene avvelenate dalla droga: straziante, dirompente, eccellente, talmente vivido che fa immergere nei vicoli, negli anfratti, nel dolore.

Standard
Libri

“Pontescuro”

41odoSwDS8L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I due si ricomposero facendo traballare coppe, ampolline e pissidi e l’intruso riguadagnò l’aria aperta senza pronunciare una sillaba, ma l’incidente ebbe rumorosissime conseguenze. Sergio, a Pontescuro, era una fune, e non di salvataggio. Cosimo Casadio governava dall’alto l’economia dell’intero paese ma non si sarebbe di certo sporcato gli stivali andando a controllare di persona un campo dietro l’altro e perciò si era avvalso del contadino che gli era parso più sveglio e preparato e l’aveva istruito affinché, sotto il suo controllo, tutti filassero dritto. Sergio era diventato il fattore di Pontescuro. Non era più un contadino come gli altri, ma era ben lontano dall’avvicinarsi alla tavola del padrone. Badava al lavoro della terra e riferiva, lui stesso divenuto una terra di mezzo che collegava il disprezzo alla frustrazione. La sua numerosa prole non era riuscita a donargli una scorta di umanità ma, a differenza di Nella, il livore che lo avvolgeva quasi mai si rendeva visibile: il suo sfiatatoio era molto meno grossolano di quello della sua aiutante. Lui tamponava il desiderio di far soffrire con il ghiaccio del ragionamento e, grazie all’abitudine segreta di annotare a sera i fatti della vita del paese su un quaderno che teneva a letto sotto il cuscino, era in grado di attendere impassibile dei mesi…

Pontescuro, Luca Ragagnin, Miraggi. Illustrazioni di Enrico Remmert. Pontescuro di Luca Ragagnin è l’opera matura di un autore che ha esplorato molte possibilità espressive della parola (canzone, poesia, racconto, romanzo, saggio narrativo) in oltre trenta libri pubblicati, senza contare le numerose collaborazioni musicali. Il romanzo si svolge nel 1922, nella Bassa padana, nell’immaginario villaggio eponimo, e analizza attraverso la testimonianza corale degli abitanti le premesse di fatto di sangue: l’uccisione della bellissima e scandalosa figlia del signorotto locale. Colpevole è il fattore, mosso da invidia sessuale e sociale, ma dell’assassinio viene incolpato lo scemo del villaggio, un trovatello che passa il tempo legando nastri colorati ai rami degli alberi e che aveva stretto una tenera amicizia con la ragazza. Ciaccio, il trovatello, è la personificazione dell’innocenza, allegoricamente posta ai margini di una società che o sfrutta e opprime, oppure vive in una tetra, stolida e quasi inconsapevole miseria materiale e morale (il 1922 è l’anno della marcia su Roma e nel romanzo riecheggiano le rivolte contadine soffocate con manganelli e olio di ricino). Il romanzo, però, non è indirizzato a una puntuale ricostruzione storica e sociale, ma si interroga sul lato metafisico del male, nel duplice senso che può avere l’espressione «il male che abita l’uomo»: oggettivo – il male in cui l’uomo si adatta a vivere quotidianamente – e soggettivo – il male che alberga, radicale, nel cuore umano. Il tema, certo ambizioso, è avvicinato con riserbo e delicatezza. La presa di distanza si concreta non solo nella distanza storica dell’epoca narrata rispetto all’oggi, ma anche nella voluta neutralità linguistica – la lingua di Pontescuro non è mai mimetica e non fa il verso al popolo o al periodo storico, bensì è piana e astorica – e narrativa: la forma scelta si avvicina molto a quella della favola, con ampio uso di prosopopee e cauti simbolismi. Soprattutto quest’ultimo aspetto, quello favolistico, si incarica di portare la riflessione dell’autore: affiancando il punto di vista del narratore onnisciente a quelli di alcuni protagonisti (una focalizzazione multipla che in quanto priva di rigore evita il rischio di un’astratta metodicità), Ragagnin dà voce alla nebbia, al fiume, al ponte, al cadavere della ragazza, a una ghiandaia, a una blatta; oltre al narratore, sono quindi i testimoni innocenti o le vittime a prendere la parola, a rispecchiare il male che alligna intorno a loro e contro di loro. Allo stesso modo, nonostante l’introduzione di un ispettore di polizia, sorta di anti-Ingravallo prossimo alla pensione, giunto da Roma con scarso interesse per le beghe di provincia, i fatti materiali relativi al delitto non prendono mai il sopravvento sulla riflessione morale. L’arrivo dell’ispettore non rende centrali l’investigazione sull’omicidio, il contesto sociale in cui questo matura, la congiura contro il povero innocente e la sua fuga salvifica. L’ispettore, anzi, occhio estraneo e acuto (anche la sua è una delle voci del romanzo), ha un’altra, duplice, funzione: da un lato, riconoscere e avallare sia il crimine sia il depistaggio, accettando la falsa ricostruzione che gli viene proposta e che torna comoda a tutti, anche ai pigri funzionari della capitale; dall’altro, soprattutto, raccogliere attorno al corpo della vittima, nella chiesa del paese, i veri colpevoli della vicenda – il fattore-assassino, il prete senza fede, il padre-padrone, la serva invidiosa, degni rappresentanti del villaggio di Pontescuro – nel momento preciso in cui una tempesta di uccelli suicidi si schianta contro la chiesa, contro il campanile e le vetrate, inscenando un olocausto di innocenti, un sacrificio volontario come riprova e sanzione metafisica del carattere maligno, disperato, inaccettabile delle scelte umane. È con queste parole che Alessandro Barbero, storico, scrittore, docente, divulgatore, “amico della domenica”, saggista, editorialista, vincitore del premio Le Goff, presenta all’edizione di quest’anno del più prestigioso premio letterario italiano, di cui è stato anni fa, per poi dimettersi, membro del direttivo, l’opera di Ragagnin, artista, autore, paroliere, vero e proprio virtuoso della letteratura nelle sue molteplici declinazioni che dimostra e conferma una volta di più, qualora fosse necessario, la fertilità della sua vena narrativa, che irrora e nutre nel profondo ogni pagina, ogni frase, ogni lemma, dipanando come una calda matassa dinnanzi agli occhi del lettore le numerosissime possibilità della parola e dell’arte, che ha tante declinazioni quante sono le sensibilità individuali: Pontescuro, romanzo davvero ottimo, è immaginifico, allegorico, intenso, ricchissimo di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, caleidoscopico, raffinato, in grado di valicare il genere rifuggendo ogni possibile accostamento o paragone, di trasformarsi come Proteo a ogni volgere di pagina in qualcosa d’altro, ed è la storia di un luogo-non luogo nella bassa padana, laddove la nebbia fa da padrona, un posto dell’anima, quello in cui s’annida il male che in un anno, il millenovecentoventidue, ricostruito in modo impeccabile e al tempo stesso capace di farsi ritratto universale di ogni tempo di prevaricazione e dittatura, in cui il male della perdita della libertà s’affaccia nelle vite di un popolo intero, fa una vittima innocente, bellissima. E la colpa ricade su…

Standard
Libri

“Roma”

511wkaKiNEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma c’erano anche situazioni più complesse, dove gli uomini di Satchmo erano costretti a fare quasi da attori. Volevi vedere il divo in compagnia della determinata diva? Perfetto, bastava mandare una comparsa. – Le migliori sono le donne ricce e coi capelli rossi –, diceva Satchmo. – Le confondi tutte. – Davvero, Satchmo?, – replicava qualcuno. – E come fai con l’altezza? Anche le rosse hanno pur sempre altezze diverse. – Esistono i tacchi. Oppure li fotografiamo seduti.

Per fare tutto questo, Satchmo spesso si serviva di Calabria, che era una specie di trasformista e ogni tanto interpretava anche le parti da donna. Guido Calabria era un giovanotto pallido, smilzo e dai capelli ovviamente rossi, che era venuto dalla Calabria (scherzi del destino!) qualche anno prima per tentare la carriera d’attore, ma gli era andata male. I motivi per cui fosse andata male non erano ben chiari. Si vociferava che fosse troppo pignolo e avesse da discutere con le battute che i registi gli affibbiavano. Altri parlavano della sua omosessualità, che gli aveva messo i bastoni fra le ruote, il che ne faceva un po’ il nostro Montgomery Clift, anche se Satchmo lo riteneva naturalmente superiore a “Monty”.

Roma, Nicola Manuppelli, Miraggi. Federico Fellini, nel millenovecentosettantadue, con Peter Gonzales, Fiona Florence, Britta Barnes, Pia De Doses, Marne Maitland, Renato Giovannoli, Elisa Mainardi, Raout Paule, Galliano Sbarra, Paola Natale, Mario Del Vago, Alfredo Adami, Stefano Mayore, John Francis Lane, Anna Magnani, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Gore Vidal e molti altri, realizzò un’opera complessa e articolata, intima e solenne, un malinconico apologo della decadenza e del cupio dissolvi che porta il nome della città più bella e marcescente del globo, Roma. Quella che rivive esaltata nella prosa che non ha bisogno di presentazioni, perché la magnificenza di Nicola Manuppelli in quanto scrittore è nota ed evidente anche a partire dalle sue sempre precise e raffinatissime traduzioni, di un autore che dà impressionante prova di maturità con un libro che un’opera-mondo e che merita assai fortuna. Quella che accoglie tra le pagine di questo romanzo che fa venire nostalgia di epoche mai vissute il giovanissimo Tommaso, aspirante giornalista di belle speranze che finisce a occuparsi di pettegolezzi a Cinecittà, frequenta una ragazza inglese e… Da non perdere. Per nessuna ragione.

Standard
Libri

“La folle storia del kamikaze che non voleva morire”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

In poche parole è già deciso che tu morirai, devi solo decidere la modalità. A quel punto, immobile davanti al nulla della mia esistenza, decisi di accettare la falsa offerta, cercai di auto convincermi di essere una sorta di eletto. Un prescelto mandato dal cielo per risolvere i mali che affliggono il pianeta Terra. Il mio sacrificio avrebbe condotto il genere umano alla salvezza. In fondo è così che Gesù è diventato famoso, sacrificandosi per gli altri. Il dottor Reich mi iniettò qualcosa con una grossa siringa dall’ago lucente. Mi avvolse il buio, quello vero. Percorrevo il cammino nel bosco a ritroso. C’era un sole pallido che non scaldava nulla, però era in grado di farmi sudare. Sotto la camicia avevo circa tre chili di esplosivo cuciti sulla pelle ed in tasca tenevo il telecomando per porre fine alla mia vita terrena e per condannare quella ultraterrena. Speravo di non cadere per evitare botti inutili. Mi facevano male sia le cuciture che legavano l’esplosivo alla pelle sia le ossa per le botte ricevute. La mia lingua giocava con il labbro rotto e mi resi conto che un dente dondolava pronto a cadere. Anche se dubito che nessun topolino mi avrebbe lasciato una moneta, al massimo mi avrebbe divorato una volta morto. Con l’aiuto di una mappa disegnata a matita su un foglio, cercavo di trovare la strada che mi avrebbe portato alla città dove sarei morto massacrando dei pazzi innocenti. Come una medicina che uccide il cancro. Come un veleno che uccide i piccioni. D’un tratto vidi la mia ombra più definita, barcollava e ritornava come prima, pensavo fosse ubriaca. Una luce intensa arrivava da dietro le mie spalle. Mi voltai e vidi un grosso incendio provenire dall’accampamento che avevo da poco abbandonato, non potevo tornare indietro. La mia non era pienamente codardia ma indossavo materiale esplosivo che non andava molto d’accordo con il fuoco. Incominciai a scappare come se fossi inseguito da un animale feroce. Ancora una volta correvo per cercare di sopravvivere.

La folle storia del kamikaze che non voleva morire, Claudio Marinaccio, Miraggi. Claudio Marinaccio ha una gran bella prosa, che si manifesta in tutta la sua spiccata policromia quale che sia il testo cui decide di dedicare tempo, passione e attenzione, che si tratti di un articolo, di un saggio, di un racconto, un romanzo o un post su Facebook: intelligente, vivace, colorata, brillante, sapida, arguta, lieve ma mai superficiale, seria ma niente affatto seriosa, convincente, originale, ironica, sarcastica, irriverente senza la benché minima traccia di spocchia egoriferita che è invece di norma caratteristica peculiare di chi si sente Moravia ma ha problemi anche col plurale di valigia. In questa sua nuova opera, che convince, commuove, emoziona e fa riflettere sin dalla dedica, Marinaccio, in Delirio di negazione, FooG, Una giornata da dimenticare, Una barba lunga un mese, Il tragico inizio di una storia non banale, Pelle, Amore farmacologico, Un viaggio mentale in una terra desolata, La folle storia del kamikaze che non voleva morire, Così diversamente uguali e La ballata del ladro di anime, un capolavoro di bravura che fa pensare che un giorno Haruf, Fante e Chandler si siano stretti la mano e abbiano deciso di collaborare, un vero romanzo a sé, ritrae con crescente – il filo rosso che unisce le parole disegna nel cielo del testo un vero e proprio climax ascendente – autorevolezza, sardonica gioia e al tempo stesso una solennità potente e aulica benché mai pedante e/o pesante, ed esaltata dalle splendide illustrazioni di Luca Garonzi, che, altamente narrative a loro volta, punteggiano e intervallano la narrazione, tutte le declinazioni dell’alterità rispetto all’anonima quotidianità della prepotenza del vivere. Imperdibile.

Standard
Intervista, Libri

“Di notte sgomitano le crisi”: intervista a Tomas Bassini

9788899815462_0_0_0_0di Gabriele Ottaviani

Quando eravamo portieri di notte: Convenzionali intervista con felicità il suo autore, Tomas Bassini.

Da dove nasce questo romanzo?

Si può dire che è venuto fuori da una crisi, un mio personalissimo buco nero a cui devo dire grazie. Naturalmente una volta pubblicato il libro non appartiene più (o nel del tutto) a chi l’ha scritto, o meglio, il lettore può farsi la sua idea e dare al libro l’interpretazione che preferisce e in questo lo scrittore non ha voce in capitolo, e meno parla meglio è. Ma se mi domanda da dove nasce questo romanzo non posso fare a meno di risponderle che nasce da un fatto prettamente privato che ha un indirizzo e un codice fiscale, forse oggi anche una partita IVA.

Che cosa rappresenta la notte per lei e nell’immaginario collettivo della nostra società?

Nell’immaginario collettivo non saprei ma per quanto mi riguarda è in un certo senso l’ambiente ideale per il buco nero di cui le ho accennato. È di notte che certe crisi riescono a sgomitare e a far la voce grossa, è proprio lì che anche il più piccolo intoppo si trova in una posizione privilegiata che gli permette di guadagnare spazio e tempo, di stratificarsi senza che quasi te ne accorgi, almeno all’inizio, che dopo un po’  sì che te ne accorgi  e non è più possibile tornare indietro, e non c’è quindi da stupirsi se puoi non si riesce a dormire.

Che valenza ricopre l’abbandono?

In questo romanzo ha un ruolo fondamentale. Un po’ come se fosse l’attore principale che non esce mai di scena, e anche quando per sbaglio non c’è, anche solo per un minuto, si finisce comunque per parlare di lui. È il filo conduttore che influenza ogni cosa, in maniera sia negativa che positiva. Non è però da intendersi semplicemente come l’atto di qualcuno che abbandona qualcun altro, e nemmeno come la condizione di chi l’ha subito, ma qualcosa di molto più ampio e duraturo, molto meno occasionale.  L’abbandono in sé può essere un concetto estremamente banale, l’abbiamo provato tutti, e tutti sentendocelo raccontare ci siamo annoiati; quello che mi sembrava più interessante era vedere invece com’è che un individuo può reagire a questo, e soprattutto come questo particolare tipo di resistenza può mantenersi e svilupparsi. Quello che per il protagonista conta non è lo spazio vuoto che un brutto giorno s’è trovato davanti (quello al massimo lo indispettisce) ma ciò che può essere utilizzato per riempirlo. La differenza non la fanno le grandi giornate, dice più o meno Lui, ma tutto ciò che sta fra una grande giornata e quella dopo.

Perché scrive?

Diciamo che non ho trovato niente di meglio da fare. Ma va benissimo così.

Standard