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“Noi non abbiamo colpa”

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Nonna, insegnami a cucinare, facciamo una torta assieme, le chiedevo…

Noi non abbiamo colpa, Marta Zura-Puntaroni, Minimum fax. Il tulipano è il simbolo dell’amore puro, vero, onesto e disinteressato, come quello che per esempio si può provare per una nonna cui l’infame Alzheimer sta sottraendo la parte più preziosa di sé, come quello per il proprio paese natio, un porto sicuro, accogliente, cinto dal bosco e dalle storie che lì vi gemmano, incastonate in cortecce delicate ma al tempo stesso forti. Marta torna nelle Marche per la cura e la memoria, e tre generazioni di donne eternano la vita del mondo, con il loro tessere storie e il loro comporre riti, che nella liturgia rinsaldano legami: emozionante e splendido fin dalla copertina, è un tenerissimo incanto. Da leggere.

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“Il fratello buono”

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Si domandò se non fosse un brutto segno, invidiare gli animali…

Sanno tutti lungo il torrente, in prossimità di quella cittadina in cui Zephianah gestisce un ufficio postale dalla bandiera a stelle e strisce ormai lacera, chi abbia ucciso Boyd la testa calda. Boyd che si cacciava sempre nei guai. Boyd il fratello di Virgil. E anche Virgil sa chi è stato. Ma in una terra che affonda le sue radici nel sangue non è data un’alternativa terza: o la fuga o la vendetta. Null’altro può lavare l’onta. Null’altro può pareggiare i conti. Virgil però non ha un’indole di tal sorta, Virgil è Il fratello buono. L’epica del mito della fondazione e della frontiera, cambiando quel che dev’essere cambiato, rivive nella prosa maiuscola di un autore che Granta nella sua edizione estiva di ventiquattro anni fa ha inserito, assieme a Sherman Alexie, Madison Smartt Bell, Ethan Canin, Edwidge Danticat, Tom Drury, Tony Earley, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen, David Guterson, David Haynes, Allen Kurzweil, Elizabeth McCracken, Lorrie Moore, Fae Myenne Ng, Robert O’Connor, Stewart O’Nan, Mona Simpson, Melanie Rae Thon e Kate Wheeler nel novero dei venti migliori narratori delle ultime generazioni: Chris Offutt, Minimum fax, traduzione di Roberto Serrai. Imperdibile.

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“Il cielo è dei violenti”

imagedi Gabriele Ottaviani

La parola di Dio è amore e voi lo sapete che cos’è l’amore, gente? Se non sapete che cos’è l’amore non riconoscerete Gesù, quando tornerà. Non sarete pronti. Voglio raccontare a voi, gente, la storia del mondo, a cui non è dato sapere quando arriva l’amore, così quando l’amore tornerà, voi sarete pronti…

Il cielo è dei violenti, Flannery O’Connor, Minimum fax, traduzione, meravigliosa, di Gaja Cenciarelli. Prefazione di Marco Missiroli. Sono passati sessant’anni dalla prima pubblicazione di questo romanzo straordinario e tragicamente attuale, dato che sarebbe viceversa così rassicurante illudersi di poter definire come del tutto superati i tempi nei quali era necessario combattere perché la ragione e la scienza si imponessero sull’oscurantismo dell’incultura, in cui, come un ventaglio policromo, si mostra tutta la straordinaria forza della stentorea voce narrativa di Flannery O’Connor. Flannery aveva soltanto trentacinque anni, e gliene restavano quattro, gravidi di tormenti, anemie, necrosi e tumori, da vivere quando pubblicò questo che è di fatto il suo testamento: da otto anni sapeva di avere il lupus eritematoso, la stessa malattia, all’epoca del tutto incurabile, che sedicenne l’aveva resa orfana di padre e costretta ad assumere quantitativi enormi di steroidi che per converso dettero a lei, giovane e appassionata viaggiatrice – e poi tra l’altro pure docente universitaria, in sostituzione di un altro mito come Eudora Welty – finita sempre per tornare a casa, in Georgia, problemi ossei e di mobilità via via sempre peggiori, tanto che si ritrovò a un tratto di fatto con l’anca e la mandibola disgregate. Ma questo non la fa avvitare su di sé, tutt’altro: lo spirito pionieristico ereditato dagli avi migrati nel diciannovesimo secolo oltreoceano dall’Irlanda poverissima, fondatori del primo nucleo cattolico in quella che è la terra delle pesche, della Coca-Cola e della più indomita di tutte le Scarlett e non solo, risboccia come da un bulbo a riposo più fulgido che mai, dando al genio gotico e ironico della sua scrittura una connotazione viepiù marcata, l’audacia. E verrebbe da dire che non potesse che nascere in Georgia, così come non poteva che essere un Ariete, e una figlia unica, che da un lato sente il peso di dover sempre dimostrare qualcosa, dall’altro non sa né può né vuole vivere altrimenti, Flannery, sognatrice razionalissima, a sei anni già celebre per aver insegnato a un pollo a camminare all’indietro, amante dei pavoni, animali splendidi che accudiva a dozzine, scrittrice prolifica (più di cento solo le sue recensioni per il settimanale della diocesi…) nonostante il poco tempo concessole su quest’atomo opaco del male da un Dio talmente amato da dedicargli un diario, scritto ogni giorno, nel cortile di casa, tra la ghiaia, l’erba e il cemento, a pochi, pochissimi passi, di più non poteva farne, dalla cucina, in cui, comme il faut, troneggiavano un tavolo e una madia, e da litigarci sovente chiedendo perché: Il cielo è dei violenti è un titolo tratto da un verso di Matteo tradotto dalla Bibbia che inneggia alla collera contro Dio, e racconta del rapimento di un ragazzo di quattro anni affidato allo zio dopo la morte della madre da parte di un prozio fanatico santone che non ha nulla, pare, di santo. Quando dopo dieci anni Francis Marion Tarwater torna a casa sarà difficile per Rayber, maestro elementare che confida nelle leggi del sapere, togliergli dalla mente la mefitica gromma della grettezza, e liberarlo dal senso di colpa. C’è chi, del resto, non se ne affranca mai: ma siamo davvero nati per soffrire? O non, piuttosto, per essere e rendere felici? Immenso.

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“Caccia alle ombre”

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Come lo avete trovato?

Caccia alle ombre, Herbert Lieberman, Minimum fax, traduzione di Raffaella Vitangeli. Il grande e incomprensibilmente misconosciuto maestro della narrativa poliziesca a stelle e strisce torna nel catalogo di Minimum fax con una nuova e preziosa gemma che conclude una trilogia che ha condotto il lettore attraverso non solo i meandri più oscuri della realtà ma anche, per non dire soprattutto, nelle ombre più dense dell’animo umano, molteplice e inafferrabile, difficile da ingabbiare, esattamente come il Danzatore, il violentatore e omicida seriale che sta tenendo in scacco la città e le forze dell’ordine, pressate dalla politica che vuole a tutti i costi e quanto prima un colpevole da dare in pasto all’opinione pubblica così da potersi vantare della propria irreprensibile efficienza. La situazione però è in verità ancor più complessa di quanto già non sembri, perché con ogni probabilità non è solo una la mano che tinge di rivoli di sangue la metropoli, e… Cupo, intenso, travolgente, raffinatissimo, monumentale.

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“Lettere scontrose”

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L’uomo che si è abituato alla violenza, che assiste impassibile a un assassinio sotto le sue finestre di casa (succede in ogni strada d’America e non ci vorranno molti anni perché succeda anche qui), cosa sa ancora dell’uomo?

È il ventotto di ottobre del millenovecentosessantaquattro quando sulle colonne di Tempo Giovanni Arpino, autore fra le altre cose d’impareggiabile arguzia, inaugura una nuova rubrica, che lo terrà occupato per un anno, e che adesso per la prima volta grazie alla sempre meritoria Minimum fax è pubblicata in volume, inviando lettere sgradite e gradite – cinquantadue, come le settimane in dodici mesi – a donne e uomini alla ribalta della cronaca: nella fattispecie Amintore Fanfani, Monica Vitti, Vittorio Gassman, Aldo Moro, Charlie Chaplin, Brigitte Bardot, Vittoria De Amicis, Ezio Pascutti, Giovanni Malagodi, Claudia Cardinale, Federico Fellini, Giuseppe Saragat, Tommaso Landolfi, Sophia Loren, cui chiede delle tasse (questione per cui la diva da Oscar finirà addirittura in galera), Mariano Rumor (il primo presidente del consiglio gay?), che chissà se legge ancora Dante, domanda Arpino, Liz Taylor, Concetto Lo Bello, Alberto Sordi, il presidente svizzero, Ludwig Van Moos, Mario Nardone, Maria Callas, Totò, l’unico che replicò, con una missiva incantevole, Georges Simenon, Dino De Laurentiis, Donato Pafundi, Jeanne Moreau, Jean-Paul Sartre, Geraldine Chaplin, Maria Bellonci, Evgenij Evtushenko, i Beatles, Helenio Herrera, Ursula Andress, Edmondo Fabbri, Nino Manfredi, Paolo Monelli, Virna Lisi, Ugo La Malfa, Charles De Gaulle, Jacqueline Kennedy, Hans Hofmeyer, giudice del secondo processo di Auschwitz, Jacques Tati, Achille Corona, Juliette Gréco, Scott Carpenter, un generico studente italiano che si trova a far le spese di una scuola tragicamente malridotta e dunque sventuratamente attualissima, Dario Fo, detto burattino senza fili, la farfalla caduta Françoise Sagan, Frank Sinatra, Omar Sivori e Guido Piovene. Così viene alla luce Lettere scontrose: un gioiello splendente. Postfazione di Bruno Quaranta.

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“Nozze sul Delta”

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Lui scosse la testa, e sorrise al ricordo del passato ormai lontano.

Nozze sul Delta, Eudora Welty, Minimum fax. Traduzione di Simona Fefè. Scrittrice e fotografa statunitense di chiarissima fama e indiscutibile talento, vissuta fra il millenovecentonove e il duemilauno, insignita, dall’allora inquilino della Casa Bianca Ronald Reagan, della medaglia presidenziale per la libertà, nonché, nientedimeno, che del Pulitzer, legata a filo doppio a Jackson, la sua città natale, la capitale del Mississippi nella quale la casa in cui ha visto la luce è adibita a museo e ritenuta di interesse nazionale, ha sempre immortalato sia per il tramite dell’obiettivo che attraverso la raffinatezza delle sue parole con precisione chirurgica la complessità dei rapporti umani sullo sfondo di ambienti e situazioni che mostrano, nonostante i belletti, i segni non solo d’un’incipiente decadenza ma anche dell’impossibilità di adeguarsi al mutare dei tempi: così, nel millenovecento ventitré, una ragazzina da poco orfana di madre si mette in viaggio da Jackson verso la piantagione connessa al ramo paterno della sua famiglia e prossima alla foce del grande fiume dove in assoluta pompa magna si sta allestendo il matrimonio di un’altra giovinetta del clan. Ma… Impeccabile e imprescindibile.

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“Gli dei notturni”

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Nella vita non ero stato molto diverso da loro. Anch’io carponi, con il muso proteso, mi insinuavo nel fondo di un tunnel ad annusare un’esca, un avanzo, esultando a quel sapore di letame che avevo imparato a leggere come cibo. Accadeva con gli affetti, con i bisogni di ogni giorno. Noi uomini ci commiseravamo, coltivavamo uno strano culto della depravazione. Avevamo guadagnato la luce, l’acqua potabile, l’ossigeno, ma era la fogna il nostro paradiso perduto. Ebbi un incubo. Ero nell’esercito, in Germania, dopo il bombardamento di una città. Un bravo soldato scelto, ma con il corpo di un bambino. Intorno a me fischiavano le macerie ancora bollenti. L’edera che assaliva le ferite di un palazzo, l’ortica che germogliava sul filo delle pietre scomposte. Percepivo il proliferare automatico dei ratti, che estendevano il loro regno dove il soccorso umano non poteva arrivare, e masticavano chi era rimasto schiacciato sotto l’urlo del raid. La distruzione non era la norma, non un passaggio obbligatorio, come la vecchiezza e la decomposizione per un organismo vivente. Era l’apoteosi del genio infantile, la riproduzione in grande del ciclo elementare di ogni vita. Io ero uno degli alfieri di quel trionfo. Altri uomini invece si erano opposti alla grandezza della guerra e l’esercito li aveva puniti per questo. Percorsi un sentiero ingombro di vecchie lavatrici, carcasse di automobili nelle quali si agitavano branchi di lupi. La strada sfociava in una piazza sterrata, dalla cui superficie la polvere saliva in cielo a schermare la luce del sole. Vidi decine di soldati appesi per le caviglie sgocciolare la saliva, morti. Mi avvicinai e scoprii che tutti i traditori avevano il volto di mio padre. A testa in giù il vecchio mi disse, Hank, gli uomini sono stati più fortunati dei topi.

Gli dei notturni – Vite sognate del ventesimo secolo, Danilo Soscia, Minimum fax. Buffalo Bill, Aldo Moro, Sylvia Plath, Julio Cortázar, Erich Mielke, Pier Paolo Pasolini, Billie Holiday, Saddam Hussein, Kawabata Yasunari, Marlon Brando, Moana Pozzi, Charles Bukowski, Ronald Reagan, Janis Joplin, Antonio Ligabue, Marilyn Monroe, William Burroughs, Tommaso Landolfi, Garrincha, Elsa Morante, Bonnie Parker e Clyde Barrow, Ho Chi Minh, Cesare Lombroso, Eva Braun, Amedeo Modigliani, Marlene Dietrich, Charlie Parker, Giulio Andreotti, Charles Manson, Alda Merini, Rudolf Nureyev, Ezra Pound, Mario Schifano, Akira Kurosawa, Hannah Arendt, Jean-Michel Basquiat, Anna Magnani, Louis-Ferdinand Céline, Josef Mengele, Virginia Woolf: celebri ma ignoti sovente in buona parte anche a sé medesimi, forti, fragili, amati, odiati, odiosi, amorevoli, luminosi, oscuri, contraddittori, controversi, geniali, perversi, temuti, celebrati, invidiati, emulati, idolatrati, calunniati, umiliati, offesi, vendicati e vendicativi, multiformi, citati, travisati, inafferrabili, mutevoli, come la notte, che tutto rabbuia ma non è mai uguale a sé stessa, divinità pagane sacralmente profane, carnefici e vittime. Questo, e molto altro, sono i protagonisti dei ritratti che cuce assieme con perizia di ricamatore abilissimo Danilo Soscia, che dà vita a una pinacoteca inaspettata, sorprendente, che fa riflettere. In primo luogo sull’umana natura, che non conosce definitiva definizione.

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“Gravesend”

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  • Perché non ti ammazzi da solo?
  • Devi farlo tu.
  • Perché?

Silenzio.

  • Perché? – ripeté Conway.
  • È quello che vuoi, no?

Conway annuì…

Gravesend, William Boyle, Minimum fax. Traduzione di Raffaella Vitangeli. Dopo che ha trascorso sedici anni in galera per l’omicidio di un ragazzo Ray Boy torna a Gravesend, Brooklyn, laddove era incontrastato signore del crimine. Lo attende il fratello della vittima, che per essere finalmente libero deve vendicarsi. Ma un uomo con una coscienza non può liberarsi compiendo scientemente il male, dunque… Raffinatissimo, poetico, sublime, sensazionale, profondissimo, crudo, monumentale, travolgente, irressitibile: un romanzo che è come l’acqua per chi ha sete. Impeccabile e imperdibile.

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“Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”

Rapino_coverdi Gabriele Ottaviani

Di queste persone perbene quasi normali me ne ricordo pure qualcuna…

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, Remo Rapino, Minimum fax. «È un libro non collocabile facilmente né per generazione né per lingua in un contesto già noto della narrativa italiana. È un libro che sorprende per la scatenata vitalità e autenticità della lingua. È un libro che poggia sapientemente su una grande tradizione ed è popolare. Sta dalla parte dei matti, degli idioti, fuori dai margini, dove spesso sta la letteratura o comunque dove la letteratura sa stare. Un libro in cui un “cocciamatte” di paese, un uomo che non ha mai conosciuto il padre e che ha perso la madre da ragazzino, ormai anziano, solo, racconta in prima persona la sua vita e nel farlo riattraversa buona parte del Novecento. Con un linguaggio gergale e personalissimo, intriso di dialetto abruzzese, scorrono le vicende di una esistenza segnata da una infanzia e una giovinezza povere , il servizio militare in Friuli, il ritorno a casa, di nuovo la ripartenza per cercare lavoro al nord, il lavoro in fabbrica, lo sfruttamento e la scoperta della politica, il legame e la solidarietà con gli altri emarginati, la disillusione e la fine dei sogni di riscatto, il carcere e il manicomio, fino al definitivo ritorno al paese dove viene accolto come “cocciamatte” e da questa condizione si mette a scrivere, a più di ottanta anni e prima di morire. E scrive con grandissima umanità, commuovendo e divertendo i lettori. È un romanzo che ha una voce. Le vicende narrate e lo stile della scrittura sono il personaggio stesso, coincidono. Il matto Liborio con la sua vita sconquassata, con il suo parlato /scritto, con i suoi amici e i suoi nemici, con la solitudine che lo avvolge, si fa ascoltare e ci conquista.» È con queste parole che lo candida con pieno merito all’edizione del Premio Strega di quest’anno l’autorevole Maria Ida Gaeta, direttrice dell’ufficio convegni – mostre – conferenze dell’assessorato alle politiche culturali della città di Roma e la Casa delle Letterature, centro cittadino da lei ideato e realizzato, interamente dedicato alla letteratura italiana e a quelle d’ogni parte del mondo, dal secolo scorso fino ai giorni nostri, nonché ideatrice, direttrice artistica e curatrice, anche del relativo catalogo, sin da diciotto anni fa, del Festival Internazionale Letterature di Roma che ha luogo alla Basilica di Massenzio al Foro romano, promotrice di progetti culturali, direttrice della collana editoriale Roma/Incontri delle edizioni Fahrenheit 451, atti dei convegni letterari, filosofici e artistici curati nella capitale, curatrice dei volumi degli atti del convegno dedicato a Giovanni Gentile per le edizioni Marsilio e, sempre per Marsilio, della pubblicazione dal titolo La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, collaboratrice di case editrici e testate sia italiane che straniere, nonché delle principali istituzioni del mondo del libro in Italia e all’estero, fiere, saloni del libro, festival letterari e molto altro ancora. In un paese che non viene mai chiamato per nome si aggira il proverbiale matto del luogo, lo strano (e dunque estraneo e straniero), il diverso, l’altro, la voce fuori dal coro, che non segue a prescindere nessuna regola prestabilita, nemmeno sintattica o grammaticale, perché il fluire torrenziale dei suoi pensieri, delle sue parole, delle sue azioni, delle sue passioni, delle sue meditazioni, è lo specchio della realtà confusa e spersonalizzante in cui si trova immerso l’uomo in ogni tempo e in ogni luogo da quando viene al mondo a quando invece esce di scena, chiude il sipario, concede l’ultima replica dello spettacolo del suo esistere. Bonfiglio Liborio viene alla luce nel millenovecentoventisei, l’anno delle leggi fascistissime, e ottantaquattro anni dopo, nel duemiladieci, si prepara all’estremo saluto, e il racconto della sua vita, caleidoscopica, contraddittoria, esilarante, tragica, buffa, farsesca, ardua, impavida, unica, insostituibile e incomparabile come la prosa di questo libro, che rifugge ogni catalogazione, si dipana alla stregua d’una matassa attraverso la guerra, la lotta partigiana, il lavoro operaio, gli amori, gli incontri con personaggi immaginifici e straordinariamente concreti, simbolici e realistici assieme, la storia con l’iniziale maiuscola e quella degli individui, come una processione sacra e profana al tempo stesso, come una banda a carnevale, come il finale di 8 ½. Sensazionale: perderlo significa farsi un torto. Grave.

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“Lezioni di anatomia”

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Esiste una ragione neurologica per i nostri pregiudizi…

Intestino, pelle, naso, appendice, occhio, sangue, cistifellea, budella, rene, cervello, polmoni, orecchio, tiroide, fegato, grembo: a cura di Naomi Alderman, Christina Patterson, A. L. Kennedy, Ned Bauman, Abi Curtis, Kayo Chingonyi, Mark Ravenhill, William Fiennes, Annie Freud, Philip Kerr, Daljit Nagra, Patrick McGuinness, Chibundu Onuzo, Imtiaz Dharker e Thomas Lynch, esce per Minimum fax nella traduzione di Veronica Raimo Lezioni di anatomia – Il corpo umano in quindici storie, antologia di altissima letteratura e a sua volta metatestuale. Del resto infatti cosa sono la lingua e la letteratura se non organismi vivi e pulsanti, fatti di elementi che si combinano insieme e che costruiscono una cultura e un’identità? Imprescindibile.

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