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“Ora saremo liberi”

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Lui ed Emily si sedettero a un tavolo in sala da pranzo e ordinarono la cena.

Ora saremo liberi, Andrew Miller, Bompiani, traduzione di Sergio Claudio Perroni. Sopravvissuto nel corpo ma con lo spirito irrimediabilmente compromesso dalla disastrosa campagna militare antinapoleonica da cui è fortunosamente riuscito a trovare scampo tornando nella sua dimora nel Somerset, in una notte d’inverno del milleottocentonove, il capitano John Lacroix è accudito dalla sua governante ma assalito da torme di demoni, e quando si avvicina il momento dell’obbligatorio ritorno tra le file dell’esercito schierato decide di fuggire verso le Ebridi, di fatto portando con sé solo il suo violino e poco altro, verso una nuova terra, una nuova vita, una nuova realtà, una nuova identità. Potente, filosofico, raffinato, splendido: da non perdere.

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“Biloxi”

71tjovLQy9L._AC_UL320_di Gabriele Ottaviani

Col senno di poi la notte che avevo trascorso in gabbia non era stata poi così male…

Biloxi, Mary Miller, Black coffee, traduzione di Leonardo Taiuti. Appena divorziato dalla moglie, che aveva l’abitudine di spaccare il capello in sessantaquattro, il che non rende a lungo andare molto facile la convivenza, Louis, pensionato insonne e depresso poco più che sessantenne che si crogiola in pochi ricordi felici e attende di vivere la vita sul serio non appena riceverà un’eredità, abita in un’anonima casa a Biloxi, in Mississippi, sul Golfo del Messico, e non si cura affatto di sé. L’arrivo improvviso nella sua esistenza di Layla, ce non a caso è un border collie, ossia uno di quegli eccezionali cani che mettono a posto tutto e tutti, finanche sé medesimi, perché senza far niente non sanno proprio starci, lo obbligherà però a scrollarsi di dosso quella patina fatta di birre consumate senza gusto sul divano sera dopo sera davanti alla tv continuamente accesa sul reality di turno, a cavalcare finalmente l’onda della vita, da cui prima passivamente non faceva altro che lasciarsi trascinare, osso di seppia denudato abbandonato sulla battigia dalla risacca. E… Malinconicamente delizioso.

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“Siamo riflessi di luce”

91x79fegqJL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È probabile che Allen Ginsberg abbia fatto sesso con un ragazzo in cambio di soldi proprio dove stai seduto adesso.

Siamo riflessi di luce, Samuel Miller, Harper Collins, traduzione di Alba Bariffi. Arthur non sa quale sia il suo posto nel mondo. Del resto da ragazzi chi è che possa dire di conoscerlo per davvero? Una sparuta minoranza di individui, tutt’al più… È di Palo Alto, in California, località cantata anche da James Franco in alcuni suoi mirabili scritti e che per certi versi rassomiglia alla Sacramento di Joan Didion che ha ispirato finanche Greta Gerwig, lontana dunque anni luce, e non solo svariate miglia, dalla magnificenza e dagli scintilli di Los Angeles o San Francisco. Nella comunità, solo perché una volta ha avuto un’esplosione d’ira, è visto come un paria, e dunque viene spedito a vivere dagli zii, in the middle of nowhere, a Truckee, dove non c’è molto da fare se non scartabellare nella biblioteca di famiglia che, all’interno di un vecchio tomo di ornitologia, gli regala la scoperta di un vero tesoro, alcuni scritti nascosti, quasi un diario, del suo omonimo nonno, Arthur Louis Pullman Primo (lui è il terzo), un celebre autore che, un po’ à la Salinger, dopo un solo libro straordinariamente di culto si è ritirato a vita privata ed è poi morto in maniera assai misteriosa a migliaia di chilometri da casa. Ma ora Arthur crede di avere in mano la chiave per risolvere l’enigma, e per dare anche un senso al suo esistere: più che un semplice romanzo, un meraviglioso atto d’amore.

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“Circe”

515VH04AKsL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Volevo che arrivasse l’equipaggio successivo, per poter di nuovo vedere le loro carni dilaniarsi.

Circe, Madeline Miller, Sonzogno. Traduzione di Marinella Magrì. Con una nota di Maria Grazia Ciani. Trovarono in mezzo alla vegetazione l’abitazione di Circe, fatta di rocce bianche e protetta tutto attorno. Intorno c’erano lupi montani e leoni che ella ammansì con un incantesimo e delle erbe magiche. Le bestie non attaccarono gli uomini, anzi scodinzolavano e si misero a sedere sulle quattro zampe. Come i cani stanno attorno al padrone quando questo torna a casa dal banchetto, perché egli ha sempre buoni bocconi per loro, così questi si fecero attorno agli uomini di Ulisse, ma erano pur sempre lupi dalle forti unghie e leoni, e scodinzolavano, mentre gli uomini tremavano. Si fermarono davanti all’entrata della casa della maga dai lunghi riccioli, si sentiva a cantare fin da fuori con voce dolce, mentre tesseva una lunga tela magica, una tela lucente, soffice e  ben fatta che solo gli ei riescono a tessere. Polite, il mio più caro amico, parlò ai compagni: “Compagni, qualcuno là dentro canta mentre tesse, tutta la casa risuona della voce di questa dea o donna. Affrettiamoci a presentarci”. Gli altri la chiamarono ed ella aprì le porte splendenti e uscì subito, chiamandoli e loro, stolti, entrarono. L’unico che rimase fuori fu Euriloco che pensava a qualche inganno della maga. Lei li fece entrare tutti e li fece accomodare; a quel punto gli diede formaggio e farina e miele e vino rosso. Poi nell’impasto del pane aggiunse malvagie erbe, che facessero scordare loro la loro patria. Dopo che elle porse il cibo agli uomini, essi subito bevvero e poi lei li colpì con una bacchetta e li chiuse nel porcile. Ed ecco che gli uomini si trasformarono in maiali, ma la mente era sana, come prima, da uomini. Essi piansero mentre la maga li chiudeva ed ella gettò loro ghiande e cornioli come mangime, come porci che stanno nel fango… L’allegorico e mitico episodio è noto, così com’è celebre la sua protagonista: almeno, così a ognuno sembra. Perché in effetti quanto davvero sappiamo di Circe, la maga sensuale e bellissima, indipendente, figlia del sole e d’una ninfa, fosca, cupa, ombrosa, eccentrica, che agli immortali preferisce gli umani, finisce esule e apprende le virtù delle piante, ammansisce fiere come e meglio della cetra di Orfeo, seduce ed è sedotta, diviene di fatto moglie, nel grembo madre, eroica antieroina? La figura è complessa e potentissima, e l’appassionata e appassionante prosa di Madeline Miller ne fornisce un ritratto intenso e piacevole.

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“Una ragazza semplice”

41EHU7UxDqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Scivolò fuori dai boxer, tastò il letto con lo stinco e si coricò accanto a Janice mentre lei gli fissava il volto incapace di vedere. La mano di lui scoprì il suo bel corpo felice.

Una ragazza semplice, Arthur Miller, Einaudi. Traduzione di Federica Oddera. Nei tre racconti raccolti in questa splendida antologia, caratterizzata da un nitore impeccabile e da uno splendore sorprendente, l’autore, con sensibilità raffinatissima ed estrema, rende straordinario l’ordinario, scardina la serranda delle apparenze per mostrare quanto nella cosiddetta normalità in realtà vi sia di anomalo. E quanto, soprattutto, la felicità possa annidarsi dappertutto. Soprattutto laddove non la cerchiamo, presi da altro, dall’erronea e fatale frenesia dell’inautenticità. Janice non si è mai sentita amata. Specie da chi avrebbe proprio dovuto farlo. Nessuno l’ha mai fatta sentire bella. Finché… Meyer invece è un divo. Ma ciò non significa avere l’anima in pace. Tony, invece, è un immigrato calabrese di seconda generazione, che la vita si è divertita a prendere a schiaffi. Ma… Taumaturgico.

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“Happy hour”

download (4).jpegdi Gabriele Ottaviani

Si siede sul letto e io gli appoggio una mano sulla gamba, poi inizio a salire. Ce l’ha duro, glielo tocco, poi apro la lampo dei pantaloncini e glielo prendo in bocca. Me lo spinge fino in fondo alla gola, mi soffoca, e mi sfilo le mutandine. Faccio prima a lasciarmi scopare.

Mi sveglio che ho indosso solo il braccialetto e la canottiera rosa. Cerco le mutande e le trovo sul pavimento: sono le più carine che ho, di pizzo con i fiocchi. Lui russa leggermente, a bocca aperta. I capelli gli si sono allungati e si arricciano sulle punte. Mi avvicino. Non gli dispiace quando gli sto addosso. Mi chiama fornetto, dice che vado bene d’inverno. Chissà perché non mi ama più, se è perché sono troppo forte o troppo debole. Le cose fra noi sono diventate talmente confuse che ormai tutto può essere il contarrio di tutto.

Happy hour, Mary Miller, Black coffee. Traduzione di Sara Reggiani. Dedica: Ai miei ex. Già questo è molto significativo, oltre che brillante. Com’è la scrittura dell’autrice, affilata come la lama di un bisturi, profondamente vera, dolorosa, credibile, realistica, senza infingimenti, senza ipocrisie, senza agiografia, talmente scintillante da rendere maestoso anche lo squallore, la desolazione, la cupezza sorda dell’eco di una solitudine da quadro di Hopper, da motel con l’insegna al neon che frigge e non illumina mai completamente, da incarto di plastica preconfezionato. Sono sedici i racconti di questa antologia. Uno più bello dell’altro. Come una più bella dell’altra sono le protagoniste di queste storie. Donne che bevono. Donne che soffrono. Donne che cercano il sesso. Donne che dipendono dal sesso. Donne che dipendono da uomini che valgono meno di loro, che le fanno stare male, che non sono alla loro altezza. Eppure non sanno farne a meno. Donne che amano. Donne che sono poco amate. Donne che sono troppo amate. Donne che cercano sé e la propria felicità. Amaro come il fiele, immenso come il mare.

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“La traversata”

51yyhjJD3jL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Tutto, anche la sopravvivenza – specie la sopravvivenza -, ha i suoi appuntamenti fissi.

La traversata, Andrew Miller, Bompiani, traduzione a cura di Sergio Claudio Perroni. Non abbiam bisogno di parole per spiegare quello che è nascosto in fondo al nostro cuore, io ti solleverò tutte le volte che cadrai…: così recitano alcuni versi di un fortunato pezzo di qualche anno fa che ha ottenuto un certo successo e tributato numerosi onori all’interno del panorama della musica leggera italiana al suo artefice. E in effetti, come già, cambiando quel che dev’essere cambiato, sosteneva Dante in merito all’impossibilità di raccontare col solo strumento delle parole la totalità di qualcosa che è molto più grande di quel che un singolo possa percepire, certe volte le parti del discorso non bastano. Restano un passo indietro, si perdono e pur contemplando la bellezza non la racchiudono completamente. È talmente bello il romanzo di Miller che qualunque cosa si possa dire pare parziale: è una storia d’amore, certo, e d’altra parte quand’è che non si parla d’amore in letteratura, visto che la letteratura parla della vita e la vita è generata dall’amore, che già etimologicamente nega la morte, la fine, ma anche di fede. Nella necessità di compiere il passo decisivo verso l’introspezione: Maud e Tim si conoscono da poco. Sono diversi, ma hanno un amore comune: il mare. Maud, sulla sua barca a vela, un giorno ha un malore. Cade. Tim la raccoglie. La vuole. Lo capisce in quell’istante. Ma Maud non ha bisogno di nessuno. Eppure inizia il loro viaggio insieme. inevitabile si presenta la tempesta, e ancora una volta in quel frangente le parole sembrano non servire, essere di troppo, svanire, ammutolire. Comincia allora un nuovo viaggio, dopo il quale nulla sarà più come prima… Vibrante.

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“Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga”

4542627di Gabriele Ottaviani

Adesso nella casa si respirava un senso di pace, simile a quello che provavo quando depennavo l’ultima voce della mia tabella di marcia. In sala da pranzo, Margaret e Dotty erano impegnate in un gioco da tavolo con alcuni dei bambini più grandi. Henry sonnecchiava in poltrona, mentre Mark e sua moglie sedevano sul divano mangiando una fetta di torta mentre guardavano il football. Presi il cappotto e uscii in veranda in cerca di Martin. Sul dondolo c’era un ragazzo alto con un maglione nero attillato, jeans scuri e stivali da cowboy.

     «Non ci siamo ancora presentati. Per mia nonna sono ancora un bambino, anche se ho ventotto anni, perciò mi sono ritrovato al tavolo dei piccoli.» Mi porse la mano. «Sono Samuel. Figlio di Mark.»

     Risi. «Detto così fa tanto Vecchio Testamento.»

     «In certi giorni mi sembra di viverci, nel Vecchio Testamento. Tu sei Olivia?»

     «Sì.»

     «Zio Martin mi ha parlato di te.»

Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga, Louise Miller, traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni, Sonzogno. La vita di Olivia pare essere davvero succulenta come una torta appena sfornata, profumata, soffice e fragrante: ha tutto quello che si può desiderare, per prima cosa un grande successo, persino mediatico, a livello lavorativo (cui si accompagna una soddisfacente, benché clandestina, relazione col suo datore di lavoro). Le leccornie che prepara fanno infatti sì che lei sia la rinomata pasticciera del più esclusivo club della città raffinata per antonomasia, quantomeno fra quelle della costa orientale degli Stati Uniti d’America, ossia Boston. Il problema è che anche ai più grandi capita di sbagliare, ma se si sbaglia ai fornelli il rischio è che le fiamme prendano il sopravvento. Così le succede: brucia tutto, sembra Atlanta in Via col vento. E lei è costretta a ripartire da zero, con le sue forme generose, i capelli viola come gli occhi di Liz Taylor, il cane Salty, il nuovo lavoro dall’irresistibile bisbetica Margaret, la tranquillità di un eremo nel Vermont. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma che al paese piccolo si addicano i mormorii della gente è cosa nota e arcinota. E quindi di nuovo le ciambelle per Olivia sembrano tornare a essere avare di buchi: o forse è solo questione di vedere le cose dalla giusta prospettiva… Scritto con levità e brio rende la lettura un divertimento rilassante.

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