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“Il fotoromanzo”

biblioteca-culture-visuali-turzio-fotoromanzo.indddi Gabriele Ottaviani

DC e PCI cercavano di destreggiarsi in una realtà in profondo sommovimento. Se da un lato erano attive le strutture locali, le parrocchie, l’oratorio e le corporazioni di genere, come l’Unione Donne Italiane (UDI) del Partito Comunista Italiano, e si incrementavano le varie associazioni locali come i Cral (Circoli Ricreativi Assistenziali Lavoratori) e le Camere del Lavoro che avevano la funzione di bacino di raccolta e di formazione del consenso in ambito popolare, dall’altro la posizione dei quadri politici, almeno della maggior parte, era debitrice dei valori delle classi borghesi da cui provenivano. La borghesia colta, di sinistra come di destra (anche se è palese un maggior elitarismo culturale nelle sinistre), aveva grande difficoltà a dialogare con le masse. A maggior ragione, era forte l’imbarazzo di fronte al fotoromanzo che veniva visto a priori come un oggetto estraneo e sospetto poiché non se ne capiva proprio la natura. Lucio Lombardo Radice, già collaboratore dell’“Unità” e responsabile della sezione Scuola del PCI, punta il dito sulla questione dell’emarginazione culturale senza rinnegare tuttavia il giudizio negativo sui fumetti che aveva definito “disastrose letture”

Il fotoromanzo – Metamorfosi delle storie lacrimevoli, Silvana Turzio, Meltemi. Si è spesso parlato, sin dai tempi di peppone e Don Camillo, di due chiese, perché non solo la Democrazia Cristiana ma anche il Partito Comunista Italiano, il più grande votato e autorevole d’Occidente, nei paesi al di qua della cortina di ferro, aveva le sue regole, le sue norme, i suoi perbenismi. I grandi movimenti popolari hanno sempre rivolto grande interesse a ogni fenomeno che, appunto, riguardasse i cittadini, il potenziale elettorato, le generazioni che si andavano succedendo, quelle che avrebbero formato la classe dirigente: e non hanno mancato di tracciare il sentiero di ciò che era ritenuto opportuno. Un certo classismo in ambito culturale parte anche da qui, da esegesi approssimative di fenomeni che oggi definiremmo, giudicheremmo, bolleremmo forse come trash tout court senza minimamente metterci in discussione, riflettere, indagarli: Silvana Turzio parla del fotoromanzo, che ha tenuto ma ancora tiene, seppur in forma decisamente minoritaria, compagnia a molte persone, che è stato palestra per tanti attori e che ha segnato e ritratto un’epoca e un mondo. Il saggio è bello, dotto, ampio, denso, riuscito.

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“Comunismo queer”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

A differenza di quanto accade altrove, è doveroso ricordare non solo che i gender studies non costituiscono nell’università italiana un settore disciplinare autonomo – tralasciamo, in questa sede, se ciò costituisca o no una buona cosa –, ma anche là dove testi sul genere (non importa se più o meno radicali) vengano adottati nei programmi accademici, come accade spesso, tutt’altro che sporadici sono invece gli attacchi nei confronti delle docenti e dei docenti che li adottano. Può trattarsi dei già citati attacchi neofondamentalisti, o neofascisti; ma può anche trattarsi degli attacchi di chi non ha nulla a che spartire con nessuna di quelle tendenze politiche, che magari si percepisce progressista, o addirittura di sinistra e anticapitalista, ma che tuttavia revoca in dubbio che quei testi costituiscano “davvero” testi su cui valga la pena studiare e dare esami, che si tratti di “vera” sociologia, o di “vera” filosofia, o se non si tratti invece di manifesti ideologici volti all’indottrinamento, le cui argomentazioni teoriche sono irragionevoli, o la cui attendibilità epistemologica è fallace o priva di fondamento. Attacchi di fronte ai quali, chiaramente, è forte la tentazione di rispondere che “sì, lo sono”, che anche questi testi sono veramente filosofici o sociologici, e che chi li ha scritti dovrebbe meritare lo stesso posto e lo stesso rispetto nell’accademia. Questa, tuttavia, non è la mia posizione.

Comunismo queer – Note per una sovversione dell’eterosessualità, Federico Zappino, Meltemi. Nella collana Culture radicali diretta da Gruppo Ippolita e che vede nel collettivo editoriale e nel consiglio culturale Alessio Andriolo, Rachele Borghi, Loretta Borrelli, feminoska, Vivien Garcia, Marco Liberatore, Maresa Lippolis, Lavinia Hanay Raja, Marco Reggio, Claudio Agosti (vecna), Laura Corradi, Elisa Del Chierico, Carlo Formenti, Porpora Marcasciano, Andrea Marchesini (bakunin), Francesco Monico, Marco Pattaro (oberix), Benedetto Vecchi e per l’appunto Federico Zappino, dottore di ricerca in filosofia politica, traduttore, in primo luogo di Monique Wittig, che sosteneva che l’eterosessualità non fosse una preferenza o un orientamento sessuale qualsiasi bensì un vero e proprio sistema sociale consolidato e fondato sulla relazione di dominio degli uomini sulle donne, fautore della dottrina della differenza fra i sessi al fine di legittimare la propria oppressione e alla base di tutte le relazioni imperniate su discriminazione, gerarchia e prevaricazione, nonché fine esegeta e saggista, la casa editrice lombarda dà alle stampe un interessante volume che induce senza dubbio numerose riflessioni. Mettendo infatti in relazione, nei vari interventi qui antologizzati e cuciti insieme con abilità, in seguito a una rielaborazione successiva alla loro prima esposizione, verificatasi, come Zappino stesso con chiarezza racconta, nell’introduzione, capitalismo ed eterosessualità, la bella e densa prosa, dotta ma mai ostica, dell’autore, che si è avvalso, come riportato in nota, di un apparato bibliografico di tutto rispetto, declina variamente il tema della coscienza, individuale e di classe, così come dell’identità e della risonanza politica di ogni nostra azione, anche di quelle che paiono avere poco a che fare, di primo acchito, con la dimensione globale della società cui però tutti apparteniamo e dalla quale sovente diverse categorie di persone per motivi che non hanno alcuna ragione di esistere sono emarginate. Da leggere.

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“Dato per scontato”

41SuNThjk4L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nel processo di alterizzazione, comunque, un ruolo chiave lo gioca il linguaggio:

[…] termini come italoamericani, ebrei ortodossi, sinistra extraparlamentare, famiglie disfunzionali implicano tutti che non si abbia a che fare con la forma generica (“tipica”) degli americani, degli ebrei, della sinistra e della famiglia. Nel momento in cui si elabora una forma composta per riferirsi ai casi particolari, si costruisce indirettamente anche il caso normale o generico, tramite l’assenza degli attributi qualificativi utilizzati per designare le categorie particolari.

Dato per scontato – La costruzione sociale dell’ovvietà, Eviatar Zerubavel, Meltemi, a cura di Lorenzo Sabetta. Non siamo abituati, purtroppo, a dare per scontate solo le persone, specie quelle di cui maggiormente invece dovremmo avere cura, perché di norma le più generose e assieme fragili, proprio perché forti in apparenza: sovente diamo per buone, acquisite, normali, senza porci nessun problema al riguardo, senza chiederci cosa ci sia a monte, anche espressioni e modalità comportamentali banali e ovvie, ma che invece sono veri e propri fenomeni collettivi, che Zerubavel, sociologo di chiarissima e planetaria fama, si diverte a indagare, inducendo a meditare sul fatto che forse non è così vero che non ci sia nulla di più profondo della superficie. Al tempo stesso, però, è proprio essa infatti d’altro canto la sintesi e l’esito finale di un lungo percorso di sedimentazione: da leggere.

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“Del colonialismo come impensato”

51hdI81S7VL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avere le colonie non è stato un semplice sovrappiù, risultato di un eccesso di potere e vitalità, ma necessità di deboli e poveri, disposti a pagare caro un posto al sole un po’ più confortevole che quello di casa. Qui risiede anche il chiaro mistero della nostra anima “per il mondo in frammenti ripartita”, vale a dire, accolta, il che spiega il vitale radicamento del portoghese, che non ha fretta né voglia, avendo trovato di meglio, di tornare alla “piccola casa lusitana” che egli esalta nell’assenza per perdonarsi l’abbandono. Il risultato storico di tutto questo non è tanto una colonizzazione differente (cosa che è, anche disapprovando i ditirambi ultranazionalisti), ma un cambiamento sostanziale della coscienza lusitana determinato dal ruolo che la colonizzazione, come fattore di compensazione, svolge al suo interno. L’essenza di tale cambiamento si può riassumere in un dittico le cui facce sono complementari: in una di esse, la coscienza nazionale si raffigura la colonizzazione come imperativo spirituale ed etico suscitato dall’esterno, creato dalla necessità e dall’indigenza storiche e umane del colonizzato, nascondendo così il motivo supremo di natura compensatoria in essa implicito fin dall’inizio, e sempre più accentuato man mano che il piacere passivo della nostra facile dominazione ci disarmava in casa; nell’altra, si concede a tale colonizzazione un’esemplarità senza pari, l’esemplarità che ogni popolo attribuisce a se stesso, senza dubitare che attraverso di essa confessiamo implicitamente l’inconsistenza della nostra realtà metropolitana. L’esemplarità della nostra colonizzazione consisterebbe (questo è il mito, almeno) nel fatto che l’attitudine vitale ed etica del Portoghese è la stessa nelle colonie e nella Metropoli. È evidente che non lo è, perché se lo fosse sarebbe assolutamente inspiegabile che egli avesse scambiato la Metropoli con le colonie. Ma il mito traduce una realtà profonda: quella della naturalezza con cui il Portoghese è colonizzatore e accetta di affrontare “pericoli e guerre”, come accetta il nero o l’indio che gli sono vitalmente indispensabili, non solo come fonte della sua ricchezza e a titolo di individui, ma come compensazione morale e a titolo di figli di una piccola patria.

Del colonialismo come impensato – Il caso del Portogallo, Eduardo Lourenço, Meltemi. A cura di Roberto Vecchi e Vincenzo Russo. Traduzione di Marianna Scaramucci. Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada. Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos! Erano diventati un po’ come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano. Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d’Italia. Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Sì, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi. Si diceva: — Dante? Ma voi siete un popolo d’analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s’è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik! I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d’astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl’italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello. Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità. Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto. Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore. E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci. Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati. Anche là è Roma. E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SÌ: Romani. SÌ: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace. — Ma che? — Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. — La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d’un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d’un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sé, era stata vinta da popoli neri e semineri E ora … — Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora. Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo. Nessun’altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Berenike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile! Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini … O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d’Italia? Non ha l’Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l’arte militare dei progenitori, con fossa e vallo; per avanzare poi sicura e irresistibile? Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve. Ma non sono le solite strade, che fanno per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d’Italia. Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno li sotto i rovesci d’acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d’amore e ventura è spesso l’inno funebre che cantano a se stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini. Il popolo che l’Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant’anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l’imperatore d’Austria, e ciò quando l’imperio di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file … vedeteli! È l’ora dell’insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue, vengono … i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente. Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant’anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sé, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell’avvenire. In cinquant’anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava. Ebbene in cinquant’anni l’Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino. Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l’alto granatiere lombardo s’affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d’Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica. E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v’è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca. Non si chiami, questa, retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un’altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sé stessa? E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande! Lotta d’emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore. O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l’Italia, armata ed esercito nostri! Dicono che in codesta scuola s’insegna a oziare! E no: s’insegna a vigilar sempre. S’insegna a godere! E no: s’insegna a patire. S’insegna a essere crudeli a ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S’insegna a uccidere! S’insegna a morire. Questa è la scuola che, oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell’umano esercizio del diritto e nell’eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l’aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù. — Noi — dicono quei nostri maestri — che siamo l’Italia in armi, l’Italia al rischio, l’Italia. in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all’intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro. Così risponde l’Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi. Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l’assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l’esercito nostro che ha l’armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita? O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono divenuti masnadieri … Sì: noi sorrideremmo se l’accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e di più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro te, o pura o santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all’orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d’ogni umanità, o madre tanto forte quanto pia! Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell’inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d’amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a divenir pane. O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio, e del patibolo un altare! Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l’esempio che aveva a restar unico, del Giappone, si era, dopo poco tempo rinnovato. Le opre de’ mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell’occidente appunto come quell’altra dell’oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo’ redenta, doveva a sua volta divenir redentrice. Così l’Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; ché in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l’impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà, non può morir più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra, di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio, in cui (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l’obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro. I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre e per i fratelli è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di coscienza di noi, di gloria e vittoria, d’amore e concordia. Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre, e non muta mai: alla Patria a cui quando si rende, e così volontieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange. Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perché morirono per ciò che non esisteva ancora! Voi l’Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti. Qual festa vi faranno i morti vincitori di S. Martino di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell’ 84° conquistatori della bandiera del Profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felice anche i morti. Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Flombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un’ora, consolate i morti di Custoza! Oh! Non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche più valorosi, morti di Amba Alage e Abba Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d’Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggior Toselli così degno di guidare un’avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggior Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat! O capitano Pietro Verri che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle Trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitan Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! E ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono. Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l’Italia! L’Italia, cinquant’anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantennario voi avete provato, ciò che era voto de’ nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gl’italiani. Così il Pascoli, pressoché in punto di morte, attirandosi gli strali dei sodali socialisti, partito da cui poi pochi anni dopo avrebbe preso le mosse Mussolini, augurando ogni bene all’esperienza coloniale italiana in Libia nell’anno del Signore millenovecentoundici in cui vedeva non una proterva oppressione ma la possibilità d’ingrandire il nido, la casa dei suoi amati contadini costretti altrimenti per aver di che vivere ad andare raminghi dove oltraggiati e invisi in quanto stranieri: per certi versi l’esperienza coloniale portoghese, il cui forse non unico ma principale retaggio è la musicale lingua del fado che si parla sulle spiagge incantevoli e nelle disastrate baraccopoli di un Brasile che al giorno d’oggi pare star pericolosamente ritornando indietro per quel che concerne i diritti civili, non è troppo dissimile. Un paese piccolo ma dalla lunga e densa storia, che cerca soddisfazione per la propria innata e frustrata volontà di potenza collettiva, estrema propaggine occidentale dell’impero romano ma anche coacervo di contraddizioni che ha attraversato la dittatura e non si è fatto mancare abomini in terra d’Africa: per la prima volta in Italia l’opera di uno studioso straordinario indaga questo tema con una prosa magnifica e una dovizia di particolari tale da lasciare stupefatti e colpiti. Da non perdere, e necessario più che mai in un tempo in cui a molti fa comodo dimenticare di discendere da migranti, che non v’è merito nel nascere in un luogo anziché in un altro, e usare la disperazione di uomini, bambini e donne per il proprio mero tornaconto.

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“I cristalli della società”

418LI5pKWJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le qualità morali, le opere d’arte e il complesso universo delle merci che gravita attorno a noi come una grande e universale esposizione di effetti fantasmagorici, dimostrano quanto la modernità sia stata incisiva e quanto gli oggetti siano stati la longa manus di un’epoca che stravolge la vita e la fa apparire, trasformando il medium della percezione, una realtà nuova con cui fare i conti. Se i nuovi oggetti tecnici sono espressione della modernità, è proprio a partire da tali oggetti che Benjamin conta di poter riuscire a domare la catastrofe. Il cinema, ad esempio, “serve a esercitare l’uomo in quelle appercezioni e reazioni” tipiche dell’esperienza vissuta, a condizione che “l’umanità si sarà adattata alle nuove forze produttive [che questo tipo di tecnica] ha dischiuso”. E così con la fotografi a, il grammofono, la radio e tutti quegli appari tecnici, nell’essere prolungamenti dell’apparato sensoriale e dunque organi viventi delle masse, avrebbero dovuto innervarsi nel corpo collettivo, farne parte in maniera intima alle dinamiche sociali e utilizzati come strumenti in grado di poter orientarsi nel contesto dell’epoca moderna.

I cristalli della società – Simmel, Benjamin, Gehlen, Baudrillard e l’esistenza multiforme degli oggetti, Antonio Tramontana, Meltemi, prefazione di Domenico Secondulfo. Le cose non hanno vita. Sono oggetti inanimati. Eppure definiscono incontrovertibilmente il perimetro della nostra esistenza. Incarnano ricordi. Rammentano persone. Hanno un valore materiale e uno spesso ancor più importante spirituale. Ad alcuni ci si affeziona talmente tanto che non si riesce a gettarli. E per due individui diversi la stessa cosa può essere inutile ciarpame o retaggio prezioso: la roba, del resto, per dirla con Verga, è per molti addirittura un’ossessione, un’estensione di sé e del sé. Il volume di Tramontana realizza un’amplissima, dotta e divulgativa esegesi di questo tema interessante e complesso che induce, nella nostra società reificante e consumista, a una profonda riflessione.

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“Potere digitale”

41Du0JrvpYL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A questo punto le considerazioni di tipo psicologico (primo livello) entrano in relazione necessariamente con quelle di tipo sociologico (secondo livello), tanto che a nostro parere non è molto semplice distinguerle nettamente. Si pensi al caso dell’euristica di conferma, legata al sentimento di appartenenza al proprio gruppo, o al caso dell’euristica della socializzazione, che diventa al tempo stesso sia una dinamica cognitiva sia nei fatti una modalità di relazione con gli altri. In generale, sappiamo che la rete delle relazioni personali assume una posizione rilevante nella formazione di un’idea o di un’opinione. Sia nel decidere quale macchina comprare sia nel decidere quale politico votare, i consigli degli amici e dei conoscenti hanno un ruolo importante e in particolare è importante il numero delle volte che si riceve la stessa informazione da parte di persone diverse. L’utente quindi tende a ritenere valida un’informazione dopo aver ricevuto conferme da diverse persone da lui conosciute (Damon, Macy 2007). Gli esseri umani hanno bisogno di conformarsi al comportamento delle persone vicine a loro soprattutto in presenza di situazioni di incertezza o che non si padroneggiano (più si fa difficoltà a comprendere razionalmente un problema più ci si affida istintivamente alle persone vicine a sé) (Deutsh, Gerald 1955). Inoltre, è stato mostrato che, nell’attribuire veridicità ad una notizia, oltre al genere di legame da cui riceviamo l’informazione, ha un ruolo determinante anche il numero di persone da cui la riceviamo: più sono numerose più la notizia viene ritenuta affidabile (Centola 2010). Un individuo tende a esprimere un giudizio o a prendere una decisione in base ad una catena di stimoli dove il primo stimolo avrà maggior influenza del successivo e così via, con influenza decrescente.

Potere digitale – Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia, Gabriele Giacomini, Meltemi. Prefazione di Michele Sorice. Una volta la classe dirigente era certo disonesta, ma preparata. Adesso è disonesta e basta, parla per slogan e tweet e pensa che il congiuntivo e la congiuntivite siano la stessa cosa. È chiaro, il parere qui espresso è tagliato con l’accetta, ma in tutta onestà – e viene proprio da usarlo questo termine così vituperato… – non si discosta di molto dal vero: e in questo ha influito anche la necessità dell’immediatezza del digitale. Internet è un mezzo, non è né buono né cattivo, dipende da come lo si usa, ma influenza eccome la popolarità di qualcuno, che è disposto sovente anche a comprarsi followers sui social per avere più margine di manovra e maggior potere da spendere: su questi – e non solo – temi, con impeccabile dovizia di particolari e una prosa dottissima assai ricca di riferimenti, chiavi di lettura e interpretazioni, riflette e fa riflettere con estrema bravura e altrettanta efficacia Gabriele Giacomini, in un saggio da leggere e rileggere.

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“Iconologie del tatuaggio”

iconologie-tatuaggio.jpgdi Gabriele Ottaviani

Come dicevamo, il punto di inizio, il grado zero della fotografi a del tatuaggio, non può che essere quello del suo autore, quel tatuatore che sembra in qualche caso allestire veri e propri set per riprendere la sua opera. L’intenzione comunicativa è quella di descrivere al meglio il tatuaggio, mostrare la definizione del tratto, la perfezione dell’esecuzione, l’uniformità delle colorazioni, la progressività delle sfumature, come anche l’originalità del soggetto. Uno fra i tanti esempi possibili è quello del berlinese Koit, che sembra avere una certa attenzione per questa pratica fotografica: posiziona i suoi modelli davanti a uno sfondo sempre molto simile e neutro rispetto al tatuaggio, inquadra solo la parte interessata, cerca di riprendere la pelle verticalmente in modo che non ci siano distorsioni prospettiche.

Iconologie del tatuaggio – Scritture del corpo e oscillazioni identitarie, Meltemi, a cura di Gianfranco Marrone e Tiziana Migliore. Fabbri, Bassano, Calefato, Meschiari, Puca, Mangano, Giannitrapani, Ventura Bordenca, Battistini, Petrizzo, Polacci, Raciti e Federico: sono molti gli autori degli interventi, corredati da un’ampia selezione di tavoli e immagini, in merito all’affascinante tema del tatuaggio, della scrittura del e sul corpo che si fa dunque simbolo, manifesto, messaggio, che genera avversione o attrazione, che a seconda del tempo, del contesto, della cultura determina numerose osservazioni e riflessioni. Da leggere e rileggere.

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“Soldi e pallone”

motus-meltemi-russo-soldi-pallone-1di Gabriele Ottaviani

Il peso esorbitante esercitato dai direttori sportivi nel calcio di oggi è l’ennesimo segnale di quanto la trasformazione dei club calcistici sia andata nella direzione di una loro perdita di peso nel governo delle loro stesse attività. La progressiva perdita di controllo sui propri calciatori ne è una misura eloquente, tanto più che nel frattempo le formule per il trasferimento dei calciatori stessi hanno spinto nella direzione del loro inquadramento come asset frazionabili. La diffusione di formule come il prestito, la comproprietà e la recompra testimonia di quanto in avanti ci si sia spinti lungo questa direzione. Ma la forma di frazionamento dell’asset che più delle altre segna la perdita di controllo da parte delle società calcistiche è quella che vede coinvolti gli investitori esterni. Questi ultimi investono sui diritti economici dei calciatori, e ciò comporta che da quel momento in poi il club si trovi a subire un’ulteriore pressione riguardo alle proprie politiche di gestione del patrimonio di calciatori.

Soldi e pallone – Come è cambiato il calciomercato, Pippo Russo, Meltemi. Il calcio è uno sport bellissimo. Attorno al quale girano troppi soldi. Che come il fumo tossico di un milione di ciminiere ne hanno avvelenato l’aria, rendendola irrespirabile. Un tempo erano più che altro gli scandali relativi alla terribile e pericolosa frode del doping, dalle conseguenze devastanti sulla salute, a fare scalpore, oltre a qualche storia di letto più picaresca e colorita, finanche per certi versi leggendaria: ora, ma in realtà sin da tempi non proprio recentissimi, sono gli aspetti finanziari, tangenti, prebende, regalie, plusvalenze, fondi distratti e riciclati, spesso in contiguità con ambienti malati della politica o della criminalità, che come certi amori, ma in misura decisamente meno poetica di quanto esposto in una celeberrima canzone, fanno dei giri immensi e poi ritornano, di solito nelle tasche di chi ne ha già parecchi, a farla da padrone. E tutto questo fetido giro di pecunia in realtà dunque ha depauperato degli aspetti più belli ogni cosa, ogni sogno di bimbo appassionato dei colori del cuore: Pippo Russo fa un’esegesi ottima e abbondante.

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“Pulp times”

519iZ8-Z1qL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Come per il cavaliere di Samarcanda, l’appuntamento è fissato: il cacciatore cacciato, l’inquisitore inquisito, spinto dal desiderio di sapere che cosa lo aspetta, uccide un uomo che penserà essere l’assassino di suo figlio, scomparso alcuni anni addietro. Ma prima di essere ucciso l’uomo gli svela di essere stato pagato per inventarsi tutto e farlo cadere in trappola: il cortocircuito genera allora una valanga di effetti imprevisti. Seguirà una nuova ricerca, condita di tutti gli stereotipi del lieto fine spielberghiano. Grazie alle visioni di Agatha (che solo in questo caso vede il passato), Anderton capisce che il capo del programma, Lamar Burgess (Max von Sydow), ha organizzato tutto per coprire l’omicidio della madre di Agatha, che rivoleva la figlia, senza farsi scoprire dai precog. Questi ultimi, nel frattempo, predicono l’omicidio di Anderton. Nel duello fi nale il vecchio Lamar finirà per uccidersi, chiedendo perdono davanti ad Anderton che gli aveva appena sottoposto il più classico dei paradossi del tempo: se non mi uccidi i precog avranno sbagliato e il sistema avrà fallito; se mi uccidi, non avrà fallito il sistema ma avrai fallito tu. In questa debole e lacunosa trama, dentro la quale lo spettatore è mosso dal bisogno di consolazione “umanistica” del regista, alla fine il futuro ha vinto: era quasi estinto ma ce l’ha fatta e i tre giovani veggenti possono essere tranquillamente messi a riposo. Uccidere il futuro può dunque avere effetti pericolosi, perché il tempo può ripiegare su se stesso, avvitarsi e schiacciare nella sua morsa i controllori del sistema. Ma è un tentativo che vale pur sempre la pena di fare, perché non dimentichiamo che il vero nemico è l’horror vacui prodotto dalla vicinanza del caso, dell’incertezza…

Pulp times – Immagini del tempo nel cinema d’oggi, Fulvio Carmagnola, Telmo Pievani, Meltemi, nuova edizione, con una filmografia a cura di Dario D’Incerti. Il tempo è la misura di tutte le cose, che in esso esistono, e, stando a quello che scrive Daniela Angelucci nell’enciclopedia del cinema, si può dire in merito alla settima arte che nel periodo della nascita del cinema venne messa in crisi, in seguito alle scoperte della fisica moderna e della riflessione filosofica, la nozione classica di tempo come progressione lineare, dal passato verso il futuro, di istanti qualitativamente omogenei. Tra i numerosi epistemologi e filosofi che si occuparono di tale questione, fu Henri Bergson a opporre al “tempo spazializzato” della scienza il suo concetto di durée, durata come esperienza interiore, “tempo vissuto” che possiede il carattere irriducibile della imprevedibilità. Il cinema sembrò rappresentare in modo efficace questa inedita esperienza del tempo, che fu posta quindi al centro delle riflessioni teoriche sulla nuova arte; ciò accadde soprattutto a partire dal riconoscimento del predominio della narratività come elemento prioritario del cinema, dopo la fase originaria, d’altronde molto breve, in cui l’obiettivo prevalente era la proiezione di vedute, di immagini in movimento o la creazione di trucchi cinematografici. Il tempo è dunque una tematica fondamentale nella cultura e nella dimensione stessa del racconto in quanto tale, e in questa nuova e ampliata edizione del loro lavoro Telmo Pievani e Fulvio Carmagnola ne fanno un’esegesi brillantissima attraverso tutti i generi: da non perdere.

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“Sardi, italiani? Europei”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

GC – Hai fatto l’università in Sardegna?

OO – Ho iniziato l’università in Sardegna, ho fatto diversi anni, in facoltà diverse, ho una formazione − per vederla in maniera positiva − eterogenea, ricca, variegata… Poi ho finito per laurearmi a Trento, in Storia, perché al karma non si sfugge [risata]. Però, anche in Sardegna, ho studiato storia della Sardegna; ho fatto Storia medievale con Francesco Cesare Casula, tanto per dire un nome che poi ritornerà, un nome che ha a che fare con la questione dell’identificazione come italiano. Da grande, da adulto, innestandola sopra una sensibilità politica che si era già sviluppata a scuola, ho maturato anche una visione molto più forte della nostra vicenda storica collettiva, e questo mi ha portato a maturare un orizzonte politico spostato verso l’asse che, oggi come oggi, si chiama indipendentismo. Anche se, secondo me, non esiste un’ideologia, un ambito teorico preciso di riferimento. È una galassia, una nebulosa, a cui mi sono accostato intorno ai primi vent’anni, con molti aspetti critici verso la proposta politica esistente, compresi grandi litigi. Solo negli ultimi dodici, tredici anni, ha trovato una via per esprimersi. Questo però non mi ha portato a rinnegare la componente italiana, nel senso che io do per scontato di essere sardo, e non è stata nemmeno una scelta, perché sono sardo da “n” generazioni; e do per scontata l’appartenenza europea, perché so che la nostra vicenda collettiva è strettamente legata a tutto ciò che ci circonda…

Sardi, italiani? Europei – Tredici conversazioni sulla Sardegna e le sue identità, Giacomo Casti, Meltemi. Conversazioni con Giulio Angioni, Francesco Abate, Michela Murgia, Gigliola Sulis, Omar Onnis, Alexandra Porcu, Frantziscu Medda Arrogalla, Alessandro Spedicati Diablo, Jacopo Cullin, Pinuccio Sciola, Giancarlo Biffi, Elena Ledda, Marcello Fois. Registrate e trascritte fra il duemilaquattordici e il duemiladiciassette, queste conversazioni indagano l’anima di una terra ricchissima di specificità peculiari, che ha una sua propria lingua, che non conosce i sismi né le vipere, che è specchio della varietà che connota una nazione che è al centro e al tempo stesso alla periferia di un’Europa che molti sentono istituzione distante e priva di reale fondamento: da leggere. Per conoscere, riflettere, capire.

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