Libri

“Gli anni del nostro incanto”

51kaV4HA+0L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Vedi la vita?

Gli anni del nostro incanto, Giuseppe Lupo, Marsilio. Il papà fa l’operaio, la mamma fa la parrucchiera, il figlio ha sei anni, la figlia ne deve ancora compiere uno. Sono gli anni del boom. Della motorizzazione di massa. Della Vespa. Della Lambretta. Della 500. Dell’autostrada del Sole. Della bella di Lodi di arbasiniana memoria. Del lavoro che c’è, si trova, per non lavorare non devi averne voglia, non come oggi, che il desiderio c’è, eccome, ma è l’impiego che manca. Della rinascita dopo la guerra. Della ricostruzione. Della speranza. Della lira che vince l’Oscar di miglior moneta del pianeta. Vent’anni dopo è un’altra la vittoria che si sta manifestando, quella dell’Italia ai campionati del mondo, e una figlia, al capezzale della mamma che all’improvviso ha perso i ricordi, riannoda i fili di una stagione passata per il terrorismo, di una parentesi collettiva e individuale punteggiata dai versi delle canzoni di Sanremo. Fa tenerezza e commuove come una vecchia fotografia color di seppia, che ritrae quel che c’è stato e ora non c’è più. Semplicemente meraviglioso.

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“Storia di alberi e della loro terra”

51HScw+7SWL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È il canto dell’estate, il frastuono di una guerra indefessa contro l’erba che si annuncia ad aprile…

Storia di alberi e della loro terra, Matteo Melchiorre, Marsilio. Fai un figlio, scrivi un libro e pianta un albero: così sarai immortale. E così dice, pressappoco, Tagore. Scrivere dunque un bel libro che parla di alberi dovrebbe essere con ogni evidenza qualcosa che consegni con pieno merito a gloria sempiterna: ed è in effetti davvero quello che ci si augura leggendo la prosa maiuscola e magnetica, colta, elegante, raffinata, simbolica e attraente di Matteo Melchiorre, che squaderna dinnanzi agli occhi via via sempre più stupefatti e incantati del lettore un repertorio immaginifico di suggestioni che fanno della natura il riverbero e l’irraggiungibile sublime fine dell’umanità. Perché il tempo d’oggi è liquido, precario, sdrucciolevole, la terra frana sotto ai piedi di chi si affaccia al mondo del lavoro e delle responsabilità, che molti viceversa sembrano fuggire come se fossero un pericolo e non i mattoni necessari per edificare il proprio cammino verso la felicità, e quindi ci si ritrova sul crinale dell’impossibilità di fare un progetto anche a brevissimo termine in bilico e prossimi allo sradicamento, come alberi su cui si abbattono i fulmini. Da non perdere.

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“Il suo nome quel giorno”

51LRlyeNE8L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Vera venne a sapere che Walter aveva una doppia vita…

Il suo nome quel giorno, Pietro Spirito, Marsilio. Giulia è italiana. Vive in Sudafrica. La sua vita è agiata. Tranquilla. Serena. Ha dei genitori. Che un giorno, come è purtroppo nell’ordine naturale delle cose, lasciano questa valle di lacrime. A quel punto però Giulia viene a conoscenza del fatto che coloro a cui si è sempre rivolta con l’appellativo di padre e madre, e che come tali si sono comportati nei fatti con lei, non lo erano per il sangue. Poiché Giulia è nata da una donna di origine dalmata che l’ha concepita in un campo profughi e che poi, costretta dal bisogno, dalla disperazione, dalla miseria, l’ha venduta. Giulia quindi comincia a battere tutte le strade possibili per arrivare alla verità. E… Intenso, appassionante, emozionante.

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“Fair play”

51rPdOVp8ML._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fair play, Claudio Pallottini, Marsilio. Ivan è nato su una nave. La madre è morta di parto. La notte era buia e tempestosa. Lui è diventato un calciatore. Straordinario. Questa è la sua storia. Peccato che non sia vera per nulla. È una favola. È questo il bello delle favole. Che non sono vere. E questo è anche il brutto delle favole. Però è proprio per questo che fanno sognare chi le ascolta. E Claudio Pallottini, attore, autore televisivo, sceneggiatore, che debutta come romanziere con quest’opera di rara freschezza che regala gioia a ogni sillaba, percorre passo dopo passo il cammino dell’illusione, edificando un castello di parole immaginifico che coniuga invenzione e grazia e regala dolci emozioni.

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“Come un giovane uomo”

413w8H3pc-L._SX324_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’azione della memoria, invece del dolore che solo mi pareva giusto desiderare, avrebbe finito per donarmi il piacere della consolazione che non volevo in alcun modo mi fosse concesso.

Come un giovane uomo, Carlo Carabba, Marsilio. Il caso. Il destino. Il fato, cinico e baro. La vita. La morte. La spensieratezza. Che d’un tratto, per forza, si è costretti ad abbandonare. La neve cade. Su Roma. Che bello. Che spettacolo suggestivo. Capita una volta ogni vent’anni, e più. Era bambino lui quando l’ha vista cadere per la prima volta. Ora non lo è più. È adulto. Giovane, ma adulto. Almeno per l’anagrafe. Perché dire che sia cresciuto sul serio, forse, è esagerato. Forse sarà proprio questa seconda neve, che vede di nuovo, a dargli lo spintone definitivo. Uno spintone che ha il sapore amaro della perdita e dell’abbandono. Perché la sua amica Mascia, su quella neve, mentre la sua vita sembra finalmente sul punto, come del resto quella del nostro protagonista, di sbocciare e dare frutto, cade. E finisce in coma. Si sa, le strade di Roma sono un disastro anche col sole… E poi, dopo il coma, c’è l’ultimo saluto. Ma chi si ama non muore mai. Vive nel ricordo di chi resta. Che vuole stare ancora un po’ accanto a chi non c’è più. Altri cinque minuti, come un bambino che non vuole alzarsi dal letto per andare a scuola. Solo un altro po’. Solo un altro istante di pace… Splendido.

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“Eravamo tutti vivi”

4136yLWoA2L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Accidenti, Alberto. Sono stata a letto con Max, e lui con Agnese, e Agnese con te. Adesso tu con me? Ma che roba è questa? Me ne pentirò per il resto della vita, ma no. Io non ne ho voglia adesso. E poi non sono Agnese.

Eravamo tutti vivi, Claudia Grendene, Marsilio. Il passato non torna. Anche perché non se ne va mai via. È ciò di cui siamo fatti. È la strada che abbiamo percorso fino ad arrivare dove siamo. E ci accompagna finché non passiamo a miglior vita. E proprio la morte di uno dei componenti di un gruppo di amici, uomini e donne di cui percorriamo le vicende passo dopo passo nell’arco di un ventennio a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo, mentre la società, gli ideali, le aspettative, le speranze, i sogni, le preoccupazioni, le paure, ogni cosa in definitiva muta, è una delle chiavi di volta di questo romanzo elegante, raffinato, semplice, leggibile, credibile, realistico, in cui è facile immedesimarsi e riconoscersi, che travolge, coinvolge, convince e conquista, scritto con grande partecipazione e senza retorica: un’apologia della giovinezza che conquista. Fossero tutti così gli esordi…

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“L’ultimo pellegrino”

51w-NxzroIL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

L’ultimo pellegrino, Gard Sveen, Marsilio, traduzione di Giovanna Paterniti. Gard Sveen è un politologo. Nonché un consulente del ministero della difesa del regno di Norvegia. Con questo romanzo monumentale ha esordito nel campo della letteratura. E ha ottenuto numerosi riconoscimenti. E ci mancherebbe ben altro, verrebbe da dire. Perché è una storia congegnata in maniera esemplare e che mantiene destissima l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina. È una spy story tra Oslo, della cui polizia è ispettore l’ottimo e assai ben caratterizzato protagonista Tommy Bergmann, Stoccolma e Berlino, fra oggi e la seconda guerra mondiale. Carl Oscar Krogh ha ottantacinque anni. È stato partigiano antinazista. Ministro del commercio. Imprenditore editle. Vive in una bellissima magione. Dove lo trovano morto. Accoltellato. E… Da non perdere.

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