Libri

“Figli di un io minore”

31hyNofJYUL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La lunga marcia verso l’ignoranza…

Figli di un io minore – Dalla società aperta alla società ottusa, Paolo Ercolani, Marsilio, prefazione di Luciano Canfora. Omologazione, reificazione, depauperamento culturale, sociale, politico, economico, etico, morale, il pronome noi è sempre più vuoto e svuotato di senso, e se è vero com’è vero che certo non si tratta di un plurale di io, bensì di io e gli altri, insieme, la seconda parte sembra essere sempre meno rilevante, dato che pare evidente come l’egoismo di fondo della nostra società, conscia dell’evoluzione ma consapevole di voler imboccare un’altra strada, che nonostante le opportunità di miglioramento crescano di continuo in realtà si accartoccia di momento in momento sui propri pregiudizi come una foglia morta, si manifesti con remore di giorno in giorno minori: ma proprio d’altronde mettersi sempre al centro ci pone all’estrema periferia della nostra vera essenza, siamo individui, ma anche, per non dire soprattutto, animali sociali, eppure la strada che stiamo percorrendo è quella di una competizione senza premi, una corsa in cui più ci si avvicina al traguardo più si perde qualcosa in termini di umanità. Ercolani, scrittore, autore, divulgatore, docente di filosofia di chiara fama, cita Marcuse, Eco e moltissimi altri, tessendo una struttura narrativa ricchissima di riferimenti per un saggio efficacissimo sin dal titolo, denso e assai limpido che indaga il tempo presente e induce a meditare.

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Intervista, Libri

“Federica Fantozzi: “Il meticcio”, storia di oggi”

5149LwEZUhLdi Gabriele Ottaviani

Federica Fantozzi, giornalista e scrittrice, torna in libreria con una nuova avventura della sua eroina, Amalia Pinter, penna affilata che nel crimine si imbatte e che esso combatte: dopo Il logista ecco in libreria per Marsilio Il meticcio.

È una sorta di sequel, ma le due storie sono indipendenti, non è necessario, benché si consigli vivamente la lettura, essersi accostati al Logista per appassionarsi alla bella prosa del Meticcio: torna però la protagonista, Amalia. Com’è cambiata nel corso del tempo?

Faccio una premessa: non penso mai a come cambiano i personaggi, salvo ovviamente l’età e le circostanze già accadute, per esempio un trasloco o un nuovo lavoro. Eppure, loro si evolvono in ogni pagina, come succede a noi umani, senza che l’autore se ne accorga se non a cose fatte. Così Amalia nel Meticcio ha qualche cicatrice in più: la sua amicizia con Alfredo è ammaccata, segnata da fraintendimenti e punte di orgoglio eccessivo, come spesso accade nella realtà. Si girano intorno, si fiutano, interessati ma distratti dai loro rispettivi mestieri – giornalista e poliziotto – che sono entrambi totalizzanti. E poi Amalia, a sua insaputa, ha sviluppato una dipendenza: vuole far parte della “squadra” del Barracuda, essere apprezzata da gente così dura, sogna a occhi aperti. Diciamocelo: diventare agente sotto copertura, sia pure per breve tempo, è il sogno proibito di molti cronisti investigativi.

Dall’ISIS alla mafia italonigeriana: quanto pesa la criminalità organizzata nel nostro mondo, anche in termini economici?

Moltissimo. Come dicono prima e meglio di me le analisi degli investigatori internazionali, oggi il vero pericolo sta nella criminalità dei “colletti bianchi”. Lo ha capito da tempo anche la mafia tradizionale che spara meno e ricicla alla grande. Già nelLogista raccontavo che i kamikaze del terrorismo islamico sono solo la punta di diamante di una piovra che si finanzia anche “distraendo” fondi versati per una presunta beneficenza. Questo Alfredo lo ha capito meglio di Amalia, quando la costringe a fare i conti con un’alternativa sgradita a qualsiasi giornalista: rinunciare a uno scoop immediato in vista di un’operazione di lunga durata, che richiede tempo e sforzi sotterranei. Lei non la prende bene, ma è fatta così: impulsiva, impaziente, irriflessiva. È il suo difetto ma anche il suo bello, secondo me.

Si sta davvero facendo qualcosa politicamente per l’inclusione e contro il caporalato?

Questa è una domandona. Politicamente, i tempi mi sembrano molto bui e temo che ci vorrà parecchio tempo prima di sviluppare gli anticorpi per reagire a quanto sta accadendo. Basta guardarsi intorno. Posso dire che nel mio romanzo ho preso spunto da svariati reportage – che cito nei ringraziamenti – sulla terribile condizione dei braccianti nei campi dell’oro rosso, il pomodoro che sulle nostre tavole non può mancare ma che costa sofferenze e fatiche a questi nuovi schiavi. Il “ghetto” che descrivo è terrificante, ma realistico. E purtroppo ne esistono tanti. In cui si infiltra facilmente gente di tutte le risme.

Immigrazione: problema, risorsa, entrambe le cose?

Anche questo è un tema epocale, a cui è difficilissimo rispondere. Nel libro, da scrittrice, ho scelto il punto di vista di Bambino, un personaggio a cui tengo molto e che si è guadagnato il suo spazio pagina dopo pagina: all’inizio era secondario, poi sempre meno. Bambino è un giovane corriere dell’Ascia Nera, la spietata mafia nigeriana. All’apparenza un africano come ne incontriamo a ogni angolo di strada. Ma dietro questa lapidaria definizione c’è molto di più: chi è davvero? Cosa cerca? Perché si è imbarcato in un viaggio così pericoloso? Qual è la sua strategia e quale sarà la sua fine? In fondo, guardiamo ogni persona attraverso le lenti della nostra esperienza precedente, e sbagliamo perché dietro ogni volto, ogni parola, ogni gesto, si nasconde una storia nuova che può essere terribile o grandiosa.

La nostra società appare sempre più rissosa, cattiva, invidiosa: perché?

Perché siamo meno ricchi del recente passato – la crisi economica sta lentamente minando le nostre certezze e la fiducia nel futuro – e sempre connessi con il resto del mondo grazie alla rete – quindi siamo più invidiosi perché i social ci mostrano costantemente la bella vita di chi sta meglio di noi. È un combinato disposto letale. Ci domandiamo in continuazione: perché loro sì e noi no? E non sarà facile farsene una ragione”.

Ci sono cose che il giornalismo non può o non deve raccontare? Secondo me sì. Non si può dire tutto. Ci sono dei livelli di intimità prima di raggiungere i quali ti devi necessariamente fermare. Soprattutto per quel che concerne le immagini. Non sai che pubblico hai di fronte, non sai come possa reagire. È vero che se non dici una cosa quella cosa non esiste, quel fatto non smuove le coscienze, ed è altrettanto vero che nel caso delle immagini c’è modo e maniera di avvisare del fatto che si tratti di contenuti particolarmente sensibili che possono creare un turbamento anche forte, ma se quel dettaglio non è indispensabile, non è una notizia ma è solo sensazionalismo, allora non è necessaria, non è giornalismo. Quali sono i problemi e le urgenze del mondo del giornalismo oggi? È chiaro che in questo momento di grossa crisi e di concorrenza sempre maggiore e più diffusa (bastano un cellulare e un profilo su un social network) i problemi siano moltissimi e si cerchi sempre di arrivare prima all’attenzione del pubblico, ma secondo me una parte di responsabilità, soprattutto per quel che concerne il dilagare delle fake news, è anche dei fruitori. Al mondo non ci sono solo i contadini del Michigan che passano tutto il giorno sull’aratro a lavorare faticosamente e quindi giustamente non hanno l’opportunità né il tempo materiale di poter prestare particolare attenzione alle fonti delle informazioni che ricevono, c’è anche gente che ha tutte le possibilità per informarsi correttamente, per poter scegliere e discernere, per poter capire chiaramente se colui che sta descrivendo quel determinato fatto è un cialtrone o meno, se la notizia è vera o falsa, e decide, per motivi suoi, di non farlo. E invece prestare attenzione, come sempre, come per tutto, è fondamentale. Quando ci sentimmo per Il logista ci dicemmo le frasi testé riportate: la pensi ancora così? La situazione a due anni di distanza è migliorata, peggiorata, rimasta invariata? Quali sono i possibili rimedi alle varie criticità del settore?

Come già nel Logista anche nel Meticcio la crisi del giornalismo oggi è uno dei temi cruciali. Non sembra, perché è laterale rispetto alla trama che si dipana tra Roma, il Palio di Siena e la Sicilia, ma in realtà è il sottofondo costante. Perché il giornalismo – ripeterlo è banale ma dimenticarlo è peggio – non è un mestiere qualsiasi: è lo specchio della nostra società, con l’aggravante che i danni di oggi li coglieremo appieno tra cinque-dieci anni. In due anni è sotto gli occhi di tutti come la situazione sia peggiorata: il mio giornale, l’Unità, ha chiuso. Altri si barcamenano e cercano di riguadagnare copie, ognuno con una ricetta diversa. Anche il giornale in cui lavora Amalia, il Vero Investigatore, è cambiato in peggio: il crollo dell’editoria comincia a lambirlo, l’editore intraprende tagli insensati e miopi, il direttore vorrebbe proteggere i suoi ragazzi ma non ha gli strumenti per farlo. Appaiono all’orizzonte inutili indagini di mercato e tagliatori di teste. Amalia è arrabbiata, scoraggiata, disillusa. A dire la verità, non so cosa le riserverà il futuro professionale…

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Libri

“Il confine”

image001.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il confine, Giorgio Glaviano, Marsilio. Glaviano è scrittore e sceneggiatore di fama e di pregio, che ha già dato alle stampe, tra l’altro, Sbirritudine, di cui parlammo così: non è solo un bel libro. È un libro di indispensabile valore civile. Perché racconta una storia vera. Quella della mafia in Italia. Della criminalità organizzata, veicolo di morte, distruzione, incultura, delitto. E di chi la combatte. Le forze dell’ordine. Che certe volte il nemico se lo trovano direttamente in casa. Che certe volte devono calarsi completamente nelle acque torbide di quel fenomeno che si è insinuato sotto la pelle e persino nella mentalità di certa parte della società civile, e corrompe dall’interno un organismo dall’equilibrio fragile. È la storia di un poliziotto, uno “sbirro”, come i malviventi dicono senza celare affatto il loro disgusto. “Sbirritudine” è parola che si è letta persino nei verbali, pronunciata dai più feroci delinquenti, i componenti di quei clan nelle cui compagini, talvolta, riescono a introdursi, per sconfiggerli, i tutori della legalità. La prosa è incalzante, lo stile asciutto e crudo: da leggere. Per non abbassare mai la guardia. E ora Glaviano torna in libreria con la storia parimenti valida, se non superiore, avvincente e ben orchestrata sotto ogni aspetto, bella sin dalla copertina e ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, che si palesano nelle varie dinamiche manifeste, fra dimensione pubblica e intima, presente e passato, di Fabio Meda, un uomo che, per sua esclusiva responsabilità, ha perso tutto: la moglie, l’onore, il rispetto, e da capitano dell’Arma è stato degradato a carabiniere semplice e trasferito da Milano a Velianova, in Maremma, in the middle of nowhere, tra turni noiosi in caserma, prostitute e tv. Ma a un rave in zona un giorno vengono rapiti tre ragazzi, e allora… Da non perdere.

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“Il meticcio”

5149LwEZUhL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il treno regionale procedeva sferragliando. Bambino si strofinò i polsi fino a farli diventare rossi. Si guardò intorno con aria furtiva, ma nessuno nel vagone sembrava prestargli attenzione. Devi smetterla, si ripeté. Ma non ci riusciva. Gli sembrava ancora di sentire la stretta delle manette intorno alla carne.

Amalia Pinter, cronista del Vero Investigatore, è di nuovo alle prese col crimine. La protagonista del Logista (di cui scrivemmo così:  Si sente spesso parlare di logistica, qualche volta anche a sproposito, o non capendo bene il significato di questo vocabolo: ma è raro che si oda la parola logista. In effetti però come chiamare altrimenti chi della logistica, ossia l’arte e scienza dell’organizzazione, della progettazione e dell’attività tecnica riguardante i requisiti, la definizione, la fornitura e le risorse necessarie a supportare obiettivi, piani ed operazioni, si occupa? È una disciplina importante, che nasce per lo più in ambito militare, e che in certi particolari frangenti è davvero banalmente indispensabile per portare in senso letterale a casa la pelle. Amalia è una giornalista. Si occupa di cronaca nera. È romana, di Ponte Milvio, mollo per antonomasia, decadente come tutta la città che si fa teatro e fulcro di un intrigo dai contorni frastagliatissimi. Non sono infatti i famigerati lucchetti a stagliarsi nella memoria di Amalia, a rimanerle impressi nella retina e a farle decidere di non fermarsi dinnanzi alle apparenze, di fronte a una verità che sembra convincere tutti ma che al tempo stesso appare anche marchianamente costruita ad arte, se solo si ha voglia di vedere sul serio. È l’immagine di uno scorpione, un velenoso artropode dai contorni dorati: è raffigurata su un biglietto minatorio che riceve. È questa la molla. Non è passato molto tempo, infatti, da quanto ha nuovamente per caso incontrato, visto che da anni si era trasferito a Londra, Tancredi, una vecchia fiamma dei tempi dell’università che si occupa di logistica. Un affascinante borderline che la accompagna per lavoro nella casa di due vittime di una strage terroristica. E che improvvisamente muore. Suicidio, si dice. Ma… Ottimo, vibrante, ben costruito, brillante, intelligente, raffinato, mai banale, solido, fluido, con un eccellente ritmo, senza mai lungaggini o cadute di tono, curato sin nei dettagli, caratterizzato in ogni aspetto con precisione. Da leggere.) torna in libreria, questa volta per combattere la mafia italonigeriana che vessa e sfrutta i migranti, persone bisognose ma anche tema di scottante attualità e di propaganda politica: Federica Fantozzi, sempre per Marsilio, narra una storia ancora più avvincente della precedente, con chiarezza, potenza, empatia, cura, ritmo, vibrante passione civile. Il meticcio: da non perdere assolutamente.

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“Questioni di famiglia”

51t9K6QXOYL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La Bontà prese un enorme mazzo di tulipani dal bagagliaio.

Questioni di famiglia, Anna Grue, Marsilio, traduzione di Eva Valvo. C’è del marcio in Danimarca, recita una celeberrima frase formulare. Non solo lì, ovviamente, ma è nella provincia profonda di questa nordica terra che è ambientato questo nuovo riuscitissimo romanzo giallo, che trascende il genere e che per questo con ogni probabilità saprà appassionare anche chi di solito non vi accosta: Dan Sommerdahl, ex pubblicitario ora investigatore privato noto come il Detective Calvo, è alle prese col suo quarto caso. Mentre deve difendere la sua fidanzata da uno stalker infatti gli si avvicina un importante politico che gli chiede di aiutarlo in quanto il suo terzogenito sta per compiere sedici anni. Un’età fatidica, le fiabe insegnano: si dà il caso che infatti altri due figli dello stesso uomo siano entrambi morti in circostanze a dir poco misteriose esattamente ventisette giorni dopo quello specifico genetliaco. E… Da non lasciarsi sfuggire.

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“Un’altra strada”

51vHODsSERL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Del resto, tutto torna. Alla Difesa hanno messo un militare, alla Sanità hanno messo un medico, alla Disoccupazione hanno messo Di Maio.

Che ami – forse anche troppo, dato che se si resta solo al livello del calembour non si va da nessuna parte, specie se non si è dei comici di professione, ma degli uomini di Stato: del resto però non è il solo… – le battute di spirito, il centro dell’attenzione, le luci della ribalta, così come che, in tutta onestà, non paia un campione di autocritica (mistakes were made, avrebbe detto viceversa in una situazione di difficoltà Ronald Reagan, o la sua epigona televisiva Calista Flockhart nel ruolo di Kitty Walker in Brothers & sisters durante l’omonimo episodio, pietra miliare della narrazione sul piccolo schermo in tempi ormai non più tanto moderni), è un dato di fatto: è stato sindaco, primo ministro, segretario di partito, ha portato la sua compagine al quaranta per cento dei voti ma tradendone secondo molti la natura tradizionale – ma per molti aspetti oggettivamente fuori tempo massimo nella realtà attuale – di sinistra, tanto che poi il tracollo elettorale è stato fragoroso. Eppure dei risultati da portare ci sono, e comunque ha una sua chiara visione della politica, degli ideali riformisti – del tutto contrari a misure come per esempio il reddito di cittadinanza, che non è, a suo dire, affatto contro la povertà, bensì contro l’unica cosa che sia in grado di dignità all’uomo, ossia il lavoro, e alla tanto reclamizzata quota 100, che non ritiene per nulla risolutiva, tutt’altro -, dell’Italia, che certo, ora come ora, è un paese che non progredisce da nessun punto di vista, anzi: Un’altra strada – Idee per l’Italia di domani, Matteo Renzi, Marsilio, è una dissertazione agile e brillante, un saggio, qualunque sia il modo in cui la si pensi, piuttosto interessante, caratterizzato da una splendida copertina, ampio e ben argomentato, che tocca molteplici temi e induce alla riflessione.

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“Più grande la paura”

41ar-x9N9DL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È questo il ricordo, preciso da far male, che si culla e la culla mentre vanno.

Più grande la paura, Beatrice Masini, Marsilio. Beatrice Masini non ha bisogno di presentazioni, scrive bene, con funambolica souplesse e caleidoscopica sensibilità, connota gli ambienti e le situazioni in modo raffinato e non lesina in dettagli, che però non appesantiscono mai la trama: tutte queste considerazioni trovano facilmente conferma nella vicenda qui esposta, che delicata indaga un’atmosfera che l’autrice conosce e padroneggia mirabilmente, la dimensione dell’infanzia, violata, vagheggiata, ammirata, sognata, cullata, condivisa, perduta, ritrovata, nutrita, curata, coccolata, carezzata, dimenticata, rievocata, attraverso la letteratura e il suo potere salvifico, che aiuta a crescere specie quando si è costretti a farlo, che fa della fragilità una brillantissima forza. Da non perdere.

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