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“Lo straniero misterioso”

mark_twain_lostranieromisteriosodi Gabriele Ottaviani

Faceva un freddo del diavolo quando fu bruciata la nonna di Gottfried.

Lo straniero misterioso, Mark Twain, Mattioli 1885, traduzione di Livio Crescenzi. Il tema dello straniero è per eccellenza uno di quelli che si impone all’interno della storia letteraria di ogni tempo e di ogni luogo, con le dovute distinzioni, come un vero e proprio cardine attorno al quale si impernia la riflessione sulla rappresentazione che si dà di sé e di ciò che da sé è lontano, distinto, diverso, talvolta in contrasto e in conflitto, benché, o forse proprio perché, a contatto, ché del resto conflitto, contatto e contrasto sono parole che persino si somigliano, perché i confini se da un lato separano dall’altro appunto tengono adese fra loro due differenti realtà. Lo straniero di cui parla Mark Twain, che va sempre letto e riletto, in continuazione, tale è la sua universalità, la frizzante freschezza della sua prosa, la sua incantevole modernità, altri non è che Satana in persona, quasi à la Dostoevskij. Ma non c’è aspirazione al trascendente, anzi, il materialismo è talmente concreto e diretto da spingerlo ad ambientare la vicenda in una realtà anch’essa straniera, anch’essa altra, distante nel tempo e nello spazio, proprio per rendere ancora più efficace il suo messaggio, moralista e satirico insieme come seppero essere solo i più grandi della classicità greco-latina, dando voce a una figura che tra alterne vicende e peripezie sbeffeggia e denuncia le miserie umane. Da leggere.

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“Libri, autori e cappelli”

9788869932007di Gabriele Ottaviani

Aboliamo i poliziotti con manganelli e revolver e sostituiamoli con una squadra di poeti armati fino ai denti di poesie che parlano di primavera e d’amore. Sarei lieto di assumere il ruolo di commissario, non perché pensi di essere particolarmente qualificato, ma perché sono stanco di lavorare e mi piacerebbe prendermi un po’di riposo. Howells andrebbe bene come mio vice. È stanco anche lui, e avrebbe un gran bisogno di riposarsi. Inizierei intanto col migliorare, depurare e spopolare il quartiere a luci rosse. Assegnerei a quel quartiere i poeti più provvisti di sentimento, tutti massicciamente armati delle loro poesie.

È una raccolta di memorabili discorsi pubblici tenuti da Mark Twain dinnanzi alle più diverse platee e nelle più disparate occasioni: un libro che si legge in un attimo, perché sembra che la voce dello scrittore ti riecheggi nelle orecchie costantemente, ogni secondo, per suggerirti la giusta strada. La prosa è limpida, la traduzione efficace (Claudio Mapelli), le risate assicurate ma anche i momenti di riflessione. Pochissime le pagine, ma ognuna ha il peso specifico del piombo. Libri, autori e cappelli, Elliot. Da non perdere.

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“In questa Italia che non capisco”

cop huxley il geniodi Gabriele Ottaviani

Ce ne andiamo a Roma. Qui non c’è nulla da vedere.

Così Mark Twain a proposito di Civitavecchia, detta la lugubre (absit iniuria verbis), in In questa Italia che non capisco, a cura di Livio Crescenzi, come d’abitudine per Mattioli 1885, che in questi ultimi tempi – nella fattispecie anche con la punteggiatura di diverse e bellissime illustrazioni – sta ripubblicando l’intera produzione dello straordinario scrittore di lingua inglese. In sedici capitoli, in cui l’autore racconta il suo viaggio con i più vari mezzi di trasporto per Genova, Marengo, Milano, Como, Lecco, Bergamo, Venezia, Firenze, Pisa, Livorno, Roma, Napoli, definita brulicante di folla come nemmeno New York sa essere, e le località del suo golfo, il Vesuvio, Torre Annunziata, Pompei, Stromboli, la Sicilia, Scilla e Cariddi, il ritratto di Mark Twain è ironico, disincantato, divertente, sorprendentemente – talvolta a ragione, talvolta purtroppo – attuale, distaccato, con qualche stereotipo e un’abbondante dose di arguzia. Persino consolante, visto che se l’Italia non riusciva a capirla lui che è un genio, figuriamoci noi. Solo che questo dovrebbe essere uno sprone al cambiamento, mentre mala tempora currunt, non un alloro sul quale adagiarsi. Ma al tempo stesso si sa che la speranza, per definizione, non si arrende comunque, se non per ultima… Da non lasciarsi sfuggire.

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“Autobiografia burlesca”

marktwain_solofrontedi Gabriele Ottaviani

Dopo la partenza della figlia, il vecchio Lord rimase seduto in silenzio per parecchio tempo. Poi tornò dalla moglie e le disse: – Mia signora, i nostri piani procedono rapidamente. Sono passati tre mesi da quando ho inviato l’astuto e affascinante Conte Detzin da mia nipote Constance per compiere la sua diabolica missione. Se fallisse non saremmo completamente al sicuro; ma se dovesse portare a termine il suo compito allora niente e nessuno potrà impedire a nostra figlia di diventare Duchessa, e solo perché la sfortuna non ha voluto che fosse Duca. – Ho un brutto presentimento. Spero vada tutto bene. – Che tu sia maledetta, donna! Non fare l’uccellaccio del malaugurio. Vai a dormire, e sogna la grandezza di Brandeburgo!

Una di quelle persone che è sempre difficile capire quando effettivamente scherzino e quando facciano sul serio. Perché sono tremendamente serie nella burla e lievi, ma senza traccia di vanità né retorica, quando parlano dei massimi sistemi, che già sono argomenti ponderosi di loro. Le nostre radici sono ciò che in gran parte ci qualifica e definisce: Mark Twain (tradotto senza perdere nessun guizzo frizzante da Michele Campagna e Chiara Bonsignore) in Autobiografia burlesca, raccolta di tre racconti pubblicati per la prima volta in Italia da CasaSirio, tra celia, fiction e biografia “propriamente detta” ci presenta il suo personalissimo albero genealogico, va in Germania per risolvere le consuete beghe proprie di ogni successione al trono che si rispetti e infine si concede una vacanza a Firenze. Gustosissimo.

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“La banconota da un milione di sterline”

Mattioli_TWAIN_La_banconota_da_unMilione_di_Sterlinedi Gabriele Ottaviani

Noi siamo vittime di un pregiudizio assai diffuso – il pregiudizio secondo il quale ci renderemmo conto dei cambiamenti che avvengono ogni giorno nel mondo perché ne siamo informati dalla stampa e quindi sappiamo di cosa si tratti. Non avrei mai supposto che, per me, la nave moderna potesse costituire un motivo di sorpresa, e invece così è.

Telegrafia mentale. Un manoscritto con una storia, Una cura contro la malinconia, A proposito delle navi d’ogni tipo, Quella volta che feci da accompagnatore turistico, La Chicago tedesca, Una petizione alla Regina d’Inghilterra, Un maestoso fossile letterario e naturalmente La banconota da un milione di sterline, che dà il titolo alla raccolta. Un celebre romanzo breve e un’antologia gustosissima di saggi, testi, racconti, in cui si manifesta in tutta la sua poliedricità la vena letteraria di Mark Twain, autore di culto, un grande classico, conferenziere gustosissimo e assai richiesto, ironico e autoironico, uno dei padri, se non forse IL padre, della narrativa americana, che qui parla di medicina, telepatia, burocrazia… Il progetto Opera omnia di Mattioli 1885, che sta ripubblicando da tempo tutti gli scritti dell’inventore di Tom Sawyer e Huckleberry Finn, a cura di Livio Crescenzi, è come una collana a cui, di volta in volta, si aggiunge un ciondolo. Prezioso.

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“Tom Sawyer, detective”

Schermata-2015-09-08-alle-12.36.28-215x300di Gabriele Ottaviani

Quando Tom Sawyer vedeva una cosa, quella era come se si alzasse sulle zampe di dietro e gli si metteva a parlare, a lui… e gli spifferava tutto quello che c’era da sapere. Mai vista una testa come la sua.

Tom Sawyer, detective. Di Mark Twain, curato da Livio Crescenzi e pubblicato da Mattioli 1885. Meglio, ripubblicato, perché la prima edizione risale al milleottocentonovantasei, quarto volume in cui compare il nome dell’indomito ragazzo che esplora la vita lungo le rive del Mississippi. Il classico dei classici, della letteratura per ragazzi e non solo. Uno dei personaggi meglio riusciti di sempre, anzi due, visto che certo non si può assolutamente dimenticare Huckleberry Finn, il fido sodale, il narratore. Di questo specifico libro fu realizzata una versione cinematografica, in cui Tom era Billy Cook, nel millenovecentotrentotto, lo stesso anno della pellicola tratta dalle Avventure di Tom Sawyer – volume che precede Tom Sawyer, detective di esattamente vent’anni – diretta da Norman Taurog, prodotta da David Selznick (il marito di Jennifer Jones, nonché colui che ha permesso l’esistenza al cinema di Via col vento, non so se mi spiego…) e interpretata da Tommy Kelly, Jackie Moran e Ann Gillis (2001: Odissea nello spazio). Un libro breve, impareggiabilmente fresco, imperdibile.

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“Il furto dell’elefante bianco”

Layout 1di Gabriele Ottaviani

In tutta la mia vita, fin dalla fanciullezza, ho avuto sempre l’abitudine di leggere molte raccolte di testimonianze non confermate, scritte secondo lo stile caratteristico del geniale Favolista del mondo, per gli insegnamenti che ne traevo e per il piacere che mi davano.

Umorista, scrittore, conferenziere, uno dei padri della letteratura statunitense. Mattioli 1885, con la traduzione di Livio Crescenzi, continua a pubblicarlo. Mark Twain. In questo caso riproponendo rigorosamente la pressoché omonima edizione del milleottocentoottantadue curata dall’autore medesimo. Il furto dell’elefante bianco, una raccolta di romanzi brevi e racconti, la gran parte dei quali non ha mai visto pubblicazione in Italia. Purtroppo. Perché, come sempre, sono imperdibili. Il nome di Twain, del resto, è una garanzia. Capace di muoversi nella tradizione rivoluzionandola, di innovare e anticipare i tempi anche semplicemente per il modo attraverso il quale dispone le parole sulla pagina, descrive, reinventa e parodizza la realtà, la società e la stessa letteratura, proponendo mille spunti di riflessione e salaci chiavi di lettura, dando al sogno la forma divertente della caricatura.

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