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“Via dal mare”

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Se mia madre è morta oggi, non si saprà fino a domani, di questo sono quasi certo. Come minimo, domani. Perché si sappia oggi, qualcuno che non sia suo figlio dovrebbe di punto in bianco pensare, nel cuore della notte, di andare a suonare alla sua porta, e non vedendosi aprire, sentirsi in dovere di chiamare il padrone di casa e guadagnare l’accesso al suo appartamento. Tralasciando l’improbabilità della cosa, che mi sembra alta, ci vorrebbe del tempo. Il mattino potrebbe sorprendere questa persona prima che sia riuscita a mettersi in contatto con il padrone di casa, il quale potrebbe avere il telefono staccato. E se anche fosse raggiungibile, dubito che si presenterebbe di corsa, chiavi in mano, facendo sì che mia madre venga trovata oggi.

Via dal mare, Ben Marcus, Black coffee, traduzione di Sara Reggiani. Basterebbe il fatto di essere considerato da Karen Russell uno degli scrittori più cari al cuore per non avere dubbi sul fatto che non si possa non ritenere eccellente Ben Marcus. Né, tantomeno, la sua prosa geniale (si pensi semplicemente che il racconto che dà il titolo alla raccolta è in realtà un’unica frase, da leggere in apnea, specchio perfetto della vicenda raccontata, quella di un uomo che precipita nel vortice della follia). In questa antologia di quindici racconti l’autore dell’Alfabeto di fuoco torna nuovamente a indagare con un acume che ha pochi termini di paragone a livello globale la fragilità umana, la vulnerabilità, le illusioni pie, peregrine, rassicuranti, necessarie, l’amore, il tradimento, la morte, la paura, le paure. Di crescere. Di essere felici. Di assumersi le proprie responsabilità. Di diventare consapevoli. Impeccabile e imperdibile.

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“L’alfabeto di fuoco”

51I-3ZjyqsL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

All’inizio di dicembre cominciammo a restare chiusi in casa. Muti. Se parlavamo, i nostri visi si indurivano in un precoce rigor mortis. Il nostro quartiere era diventato un deserto, soffocato dall’inverno. Per i pochi bambini rimasti faceva troppo freddo persino per andare a caccia. Non so come altro potrei definire quello che facevano ma qualche volta sciamavano per l’isolato, impestando le case di parole finché gli adulti non erano costretti a rifugiarsi nei boschi. Vedevi un vicino con un fucile e poi sentivi lo sparo. Gli alberi erano esangui, faticavano a stare ritti nel vento. Noi andavamo alla finestra e aspettavamo, spiando i bambini quando uscivano in branco. Avrebbero dovuto essere chiamati in un altro modo: abbaiavano vocali tossiche nei megafoni mentre vagavano per le strade tenendosi per mano. Speravo che non si voltassero, vedendoci alla finestra. Speravo non venissero sotto casa, premendo il megafono contro il vetro. E speravo sempre di non vedere la nostra Esther, ma troppo spesso era nel branco, più alta degli altri, che saltellava nella nebbia notturna dell’inverno, scaldandosi le mani con il fiato. Alla fine aveva trovato un gruppo di bambini con cui uscire. Se c’era una fuga da organizzare, noi non ci eravamo ancora riusciti, anche se sempre più vicini riempivano le macchine e lasciavano di soppiatto la città quando ne avevano abbastanza. La quarantena non era stata dichiarata, ma nella nostra area fermavano i bambini ai posti di blocco, lasciando passare solo gli autobus. Un isolamento basilare. Se volevi andartene, andavi da solo. E comunque nei bagagliai venivano caricati fagotti ingombranti. Oggetti che dovevano essere trasportati da due persone.

L’alfabeto di fuoco, Ben Marcus, Black coffee, traduzione di Gioia Guerzoni. È una delle frasi dal significato simbolico, allegorico e metaforico in assoluto più usate fra tutte. Le parole uccidono. Perché gli insulti, gli improperi, le calunnie possono spezzare il fragile equilibrio delle anime. La situazione però in questa fattispecie è ancora più grave. Perché in un’America distopica eppure attualissima, apocalittica, orrenda e orrorifica, si è diffusa una piaga concretamente mortifera: inizialmente solo i bambini sembrano portatori sani di questa malattia che colpisce gli adulti, li fa ammalare, avvizzire, morire, ma via via non si può più evitare di guardare in faccia la realtà. Che dice chiaro e tondo che tutta la comunicazione, sia quella parlata che quella scritta che finanche quella mimata è esiziale. Sam e Claire sono giovani. Hanno una figlia, Esther, un’adolescente come tutte. Hanno sempre avuto molte energie. Ora sono nella catatonia più totale. Ma si rifiutano di credere che sia colpa delle parole di Esther: pare proprio però che l’unica possibilità per loro di salvarsi sia abbandonarla e andare via lontano. Quando è tutto deciso, tuttavia, Claire scompare: e Sam inizia a cercare. Lei, ma non solo. Che potere ha il linguaggio? Che significa essere genitori?… Imprescindibile.

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“Like a rolling stone”

a87d8fed7cc41a0094ceb08efd90a62f_w250_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

… una trapunta rabberciata di note acute …

Like a rolling stone – Bob Dylan, una canzone, l’America, Geril Marcus, Donzelli, traduzione di Andrea Mecacci. Sostituirei l’articolo, in tutta onestà. Determinerei l’indeterminato. Non una canzone. La canzone. Uno dei pezzi migliori di sempre. Un brano a dir poco rivoluzionario. Un’opera che ha una sua individualità. Come se fosse una persona. Una donna bellissima, magari, forse appena appena  spettinata dal vento mentre corre per strada presa da mille impegni e traversie eppure sempre sorridente. Una un po’ à la Jill Clayburgh in Una donna tutta sola, insomma. Oppure un giovane ragazzo pieno di battaglieri ideali. O un uomo disilluso, ma comunque buono e onesto. E come di ogni persona che si rispetti, è infatti possibile farne la biografia. I posti che ha visitato, le esperienze che ha vissuto, la gente che ha incontrato e conosciuto, gli altri esseri umani ai quali ha cambiato la vita. Il libro di Marcus è la vera e propria biografia – non viene in mente termine più preciso – della canzone dell’ultimo premio Nobel per la letteratura: un viaggio attraverso il sogno americano, i suoi aspetti scintillanti e le derive che comunque talvolta gli appartengono, il Novecento e la contemporaneità, un saggio e insieme una raccolta di racconti, frammenti, episodi, istantanee, narrati con leggerezza. Da non lasciarsi sfuggire.

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