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“Redenzione”

di Gabriele Ottaviani

Maurizio ha le mattine. Prologhi di giornata in cui si affaccia alla finestra sul vicolo, lascia entrare l’aria, qualsiasi stagione sia, e fa il punto. Di un’indagine, un caso risolto, un fastidio, una litigata con Lara, una morte che la notte non ha seppellito. Succede. Bambini, soprattutto. Donne. Oppure, come stamane, un senso di leggerezza. Aver reso un avanzo di giustizia a una madre. Avere fatto quel che doveva senza troppi errori. Questa volta, addirittura nessuno. La pagherà, pensa soffiando sul caffè. Sono preludi di giornata di pochi minuti. Ha appena finito di pensare e deve già mettersi in moto: apparecchiare la colazione di Lara, darle appuntamento stasera al ristorante, farsi una doccia fredda, che ormai il caldo arroventa pure il respiro. È terribile essere arrestati in questa stagione. E in inverno, quando Volterra cade in una morsa di gelo. C’era un medico, al manicomio, che l’inverno lo odiava. Se ne andava in giro intabarrato dentro strati di vestiti, coperto fino alle orecchie e, appena qualcuno gli nominava la neve, si metteva a camminare in tondo. I ragazzi di Volterra glielo facevano apposta: Pacchiani, chiamavano, nevica! e quello via a girare. Eppure coi malati ci prendeva. Se Maurizio ricorda bene, scriveva anche poesie e disegnava: autoritratti e vignette sui malati. Qualcuno è stato raccolto dentro un libro, gli hanno detto. Certo d’inverno anche a lui talvolta viene voglia di levare le tende.

Redenzione – La prima indagine di Maurizio Nardi, Chiara Marchelli, NN. Su l’etrusche tue mura, erma Volterra, fondate nella rupe, alle tue porte senza stridore, io vidi genti morte della cupa città ch’era sotterra. Il flagel della peste e della guerra avea piagata e tronca la tua sorte; e antichi orrori nel tuo Mastio forte empievan l’ombra che nessun disserra. Lontanar le Maremme febbricose vidi, e i plumbei monti, e il Mar biancastro, e l’Elba e l’Arcipelago selvaggio. Poi la mia carne inerte si compose nel sarcofago sculto d’alabastro ov’è Circe e il brutal suo beveraggio. Così D’Annunzio ha descritto con versi alati la città delle Balze, che non è un semplice fondale, ma a sua volta una vera e propria protagonista di questo libro in cui un uomo in cerca di pace si trova improvvisamente costretto a dover indagare su un delitto efferato, inquietante e misterioso, in un contesto in cui d’altro canto si intrecciano le vicende esistenziali di due donne, che si rispecchiano l’una negli occhi dell’altra, e si confidano chi un passato d’anoressia e sofferenza, chi i retaggi di una storia familiare che ha avuto luogo tra le più austere delle mura della città toscana, quelle del suo manicomio. Come sempre, inoltre, nulla è nella realtà dei fatti tale e quale a ciò che appare a un primo sguardo, e… Intrigante, ammaliante, intenso, potente, ben scritto, ben confezionato, emozionante: Chiara Marchelli dà vita a un romanzo che ne contiene tanti altri, trascende il genere e induce alla riflessione.

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“La memoria della cenere”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Recupero la bottiglia aperta, ne verso un bicchiere. La tentazione di sedermi sul divano a berlo in silenzio, mentre li guardo. Mio padre si è seduto a un angolo del tavolo, il computer aperto. Legge, ci dirà se ci sono novità. Mia madre versa il vino, attraverso il fumo che si alza rovescia la carne abbrustolita, la fa insaporire mentre il liquido si consuma. Patrick guarda, le mani in tasca. Ha messo a scaldare del brodo, sistemato il mestolo su un piatto. Tra poco mia madre comincerà a versarlo sullo stufato, coprirà, lascerà cuocere per ore. «La sfoglia la facciamo più tardi» gli dice. «Non la lasciamo riposare in frigo?». Mia madre scrolla le spalle: «Mai fatto. Tu la fai riposare in frigo?». È la prima volta che gli dà del tu, non se ne accorge. In bilico sulla frontiera tra confidenza e gena, si dice in dialetto, quella parola così simile al gêne francese, che Patrick ha inteso subito: l’imbarazzo, l’incaglio. «Diventa secca se la si fa troppo presto». Quindi aspettiamo. Ogni tanto mia madre e Patrick aggiungono brodo, commentano il fondo di cottura, i sapori. Lui si scusa di non avere rosmarino, Rosmarino? chiede mia madre, Niente rosmarino! ride lui. Sono fatti di nulla, i momenti di felicità. Una parola che non mi è mai piaciuta. Non vuol dir niente, felicità. O meglio, non è cosa che si possa contenere per guardarci dentro. Una cuspide, un dardo, lo zenit di una spinta fortunata verso l’alto. Non è una condizione, manca della staticità necessaria. La felicità è un anelito mobile e impreciso, e non dovrebbe avere nome. Patrick e mia madre si girano intorno mentre faccio pensieri inutili. Non ho perso l’abitudine delle riflessioni vuote…

Due anni fa Chiara Marchelli (che Convenzionali ha avuto anche il piacere di intervistare), nata ad Aosta, laureatasi in Lingue Orientali a Venezia, autrice di quattro romanzi, una raccolta di racconti e un saggio su New York, la città dove vive e insegna all’università Letteratura Contemporanea, Traduzione e Scrittura Creativa, si è aggiudicata la nomination per il più prestigioso premio letterario italiano, lo Strega, con l’intenso Le notti blu, di cui scrivevamo così: Esisti senza essere più nel momento in cui perdi un figlio. Perché genitore lo rimani ma non hai più nessuno per cui esserlo. Tant’è che infatti si tratta di qualcosa di talmente innaturale e inconcepibile che persino il vocabolario, che per antonomasia definisce lo scibile, si ferma. Non esiste parola. Non sei orfano. Non sei vedovo. Sei. Ma senza. Sei. Con assenza. Incolmabile. Incancellabile. Irrecuperabile. Presenti solo i sensi di colpa. Inutili e inevitabili. Quella domanda che non hai affatto ragione di farti e che eppure inevitabilmente, come un riflesso pavloviano, inarrestabile ti fai e ti rifai, quel dove ho sbagliato, quel cosa avrei potuto fare se avessi capito, che non ti leva giorni alla vita, ma vita ai giorni. Che passi in attesa che il dolore scemi. Ma non lo fa. E il dolore, oltretutto, ti accompagna amplificato e riflesso negli occhi di chi hai accanto. Di chi come te ha subito la tua perdita. La stessa, uguale, quella. Però il dolore è diverso, perché diverso è come reagisci. Come reagite. Larissa e Michele si conoscono da una vita. Hanno un figlio, Mirko. E poi un giorno devono cominciare a fare i conti con la sua mancanza. E allora non c’è più spazio per le cose non dette, hanno cittadinanza solo quelle che restano. E quelle che restano sono montagne da scalare… Un tema così forte è rischiosissimo, perché se chi ti legge ha provato quella devastazione potrebbe vederne riverberate tinte disturbanti, persino volgari: si corre sempre il pericolo di mancare di rispetto non volendo quando ti dedichi ad affrontare le più torbide radici del dramma. Chiara Marchelli, però, ha il dono di una commovente delicatezza: raffigura una coppia avviluppata in intime e strazianti solitudini incomunicabili e descrive con potenza balsamica le dinamiche del cuore. Il suo nuovo, potentissimo, emozionante, appassionante, avvincente, avvolgente, coinvolgente e totalizzante libro, vibrante come un innamoramento, irresistibile come un desiderio che si insinua sotto la pelle e nel cuore, La memoria della cenere, edito da NN, racconta invece la storia di Elena, una scrittrice che decide di trasferirsi col suo Patrick nell’Auvergne, ai piedi del vulcano Puy de Lúg, per la convalescenza successiva all’aneurisma che una sera l’ha colpita nella sua casa di New York e l’ha quasi uccisa, lasciandola cambiata, diversa, ribollente di inquietudini faticosamente soffocate, così come il magma che preme incessantemente contro la crosta terrestre e che d’un tratto, mentre sono venuti a trovarla i genitori, esplode in un’eruzione che blocca tutti i protagonisti in casa. E la dimora, a sua volta, diventa il cratere verso cui si incanalano sentimenti pronti a detonare e a modificare inevitabilmente il panorama delle loro esistenze. Da leggere.

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“Le notti blu”

9788860044396_0_0_1580_80di Gabriele Ottaviani

Chissà se quel giorno la Grosso gli avrebbe passato il bambino al telefono. No, troppo presto, però aveva accettato di parlare ancora, e quindi era lecito pensare che la minuscola breccia si sarebbe piano piano allargata e prima o poi si sarebbe aperta del tutto. Michele aveva scandito lo scorrere dei minuti aprendo e chiudendo documenti sul computer, poi, all’una in punto, aveva chiamato.

Le notti blu, Chiara Marchelli, Giulio Perrone editore. Esisti senza essere più nel momento in cui perdi un figlio. Perché genitore lo rimani ma non hai più nessuno per cui esserlo. Tant’è che infatti si tratta di qualcosa di talmente innaturale e inconcepibile che persino il vocabolario, che per antonomasia definisce lo scibile, si ferma. Non esiste parola. Non sei orfano. Non sei vedovo. Sei. Ma senza. Sei. Con assenza. Incolmabile. Incancellabile. Irrecuperabile. Presenti solo i sensi di colpa. Inutili e inevitabili. Quella domanda che non hai affatto ragione di farti e che eppure inevitabilmente, come un riflesso pavloviano, inarrestabile ti fai e ti rifai, quel dove ho sbagliato, quel cosa avrei potuto fare se avessi capito, che non ti leva giorni alla vita, ma vita ai giorni. Che passi in attesa che il dolore scemi. Ma non lo fa. E il dolore, oltretutto, ti accompagna amplificato e riflesso negli occhi di chi hai accanto. Di chi come te ha subito la tua perdita. La stessa, uguale, quella. Però il dolore è diverso, perché diverso è come reagisci. Come reagite. Larissa e Michele si conoscono da una vita. Hanno un figlio, Mirko. E poi un giorno devono cominciare a fare i conti con la sua mancanza. E allora non c’è più spazio per le cose non dette, hanno cittadinanza solo quelle che restano. E quelle che restano sono montagne da scalare… Un tema così forte è rischiosissimo, perché se chi ti legge ha provato quella devastazione potrebbe vederne riverberate tinte disturbanti, persino volgari: si corre sempre il pericolo di mancare di rispetto non volendo quando ti dedichi ad affrontare le più torbide radici del dramma. Chiara Marchelli, però, ha il dono di una commovente delicatezza: raffigura una coppia avviluppata in intime e strazianti solitudini incomunicabili e descrive con potenza balsamica le dinamiche del cuore.

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