Libri

“Civico 77”

Cover500di Gabriele Ottaviani

Fu come se la tensione accumulata in tutte quelle settimane andasse in frantumi all’improvviso, schegge di luce che gli brillavano dietro gli occhi chiusi e ogni nervo che si incendiava…

Civico 77, Ester Manzini, Triskell. Subito dopo la morte di una persona cara, i più autorevoli e noti indicatori di stress concordano nel collocare a immediato ridosso in classifica, come trauma arduo a superarsi, il trasloco, che è sovente uno sforzo assai rilevante sia dal punto di vista psicologico che da quello meramente, ammesso e non concesso che l’avverbio sia appropriato, fisico: cercare una casa spesso infatti diventa un vero e proprio lavoro a tempo pieno, che può provocare ansia e frustrazione. Andrea ha urgente bisogno di un alloggio, così come Max, studente di biologia che russa come un trombone, è sonnambulo, ha un carattere effervescente ed è in ritardo con gli esami dalla scorsa era geologica, di un coinquilino: la vita insieme però non sembra iniziare col verso giusto, perché Andrea, medico con tanto di gatto scorbutico a carico e un passato ingombrante come la famiglia di Max, è attratto dall’uomo con cui divide l’appartamento. Si direbbe che debba tuttavia rassegnarsi a una infatuazione a senso unico: ma… Intrigante, esplicito, piccante, avvincente, indaga anche i meandri più torbidi, della psiche e delle relazioni: da leggere.

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“Fate il vostro gioco”

41J0QWwAuiL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se uno si può permettere un autista, pensò Rocco, gli affari con i trasporti vanno benone. La notte era gelida, le strade deserte e il gusto amarognolo della grappa si era appiccicato al palato. Un uomo può cambiare. Alzò gli occhi al cielo, la luna era ancora una striscia di luce fra due nuvoloni. Riacciuffò il filo dei suoi pensieri. Si cambia perché nella vita succede qualcosa che non dipende da te, oppure perché ti convinci che è arrivata l’ora di voltare pagina. Di cose nella sua vita ne erano successe, anche troppe, ora stava a lui decidere se era arrivato il momento di un cambiamento, anche minimo. Sapeva di non averne la forza, continuava a trascinare i passi, uno dopo l’altro, tutto lì. Cambiare era un progetto impossibile da affrontare, per ora a Rocco bastava dividere il letto con qualcuno, anche per una sola notte, anche per poche ore. Quello voleva, solo quello cercava. Colpa della stronza?, si chiese attraversando la strada. Caterina Rispoli, al secolo agente di qualcuno al Viminale, l’unica che era riuscita a penetrare nelle difese del vicequestore, a lasciargli un segno. «Sto così per colpa di quella stronza?» stavolta lo chiese a Lupa, impegnata nelle sue ricerche olfattive. «Non credo proprio lupacchio’… intanto vediamo come va stasera, che ne dici?» aveva fatto un tentativo al ristorante, stupido e ingenuo. Qualche anno prima sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma s’era arrugginito.

Fate il vostro gioco, Antonio Manzini, Sellerio. Romano Favre, ispettore di gioco, pensionato del casinò di Saint-Vincent, storico luogo di divertimento e d’azzardo di cui, nel mondo reale, la procura, è notizia proprio di questi giorni, ha richiesto il fallimento, è morto. Ammazzato da due coltellate. Con in mano una fiche. Che però appartiene a un’altra casa da gioco. Può questo caso non vellicare l’irresistibile acume del formidabile Rocco Schiavone, trapiantato oramai da tempo e suo malgrado da Roma fra le incantevoli vette valdostane e incarnato magistralmente sul piccolo schermo dal sempre bravo Marco Giallini? La domanda appare retorica, il caso è da non perdere. Per nessuna ragione al mondo: l’ennesimo delizioso regalo, splendido sin dalla copertina, per tutti gli appassionati.

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“Ultima la luce”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

La minima difficoltà si portava dietro tutto il suo sconforto.

Ultima la luce, Gaia Manzini, Mondadori. In lizza per il premio Comisso di quest’anno. Ivano è un ingegnere. Progetta dighe ovunque. La più solida di tutte, però, è la sua famiglia. Il cui pilastro è la moglie, Sofia. Che un giorno passa ai più. Lo lascia solo. Sbigottito, ma non domo. Raggiunge dunque il fratello, che da anni si è trasferito a Santo Domingo. Ma dopo un po’ comincia a notare in lui dei comportamenti che non possono non apparirgli strani, e che inevitabilmente lo portano a riconsiderare tutto il passato. Con conseguenze sconvolgenti, ma regalandogli anche l’opportunità, a partire dalla crisi (non a caso le lingue fondate sugli ideogrammi legano inestricabilmente i due concetti nello stesso simbolo grafico), di un nuovo inizio. Con stile fresco, accattivante, elegante, ricercato, potente, Gaia Manzini caratterizza i personaggi e gli ambienti con cura e sapienza. Da leggere.

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“Ritratto in piedi”

1307346880copertina Manzinidi Gabriele Ottaviani

Non so: era il mio babbo nel quadro destinato a tramandare un avvenimento durevole.

Gianna è nata in Toscana. A Pistoia. Nel milleottocentonovantasei. Ed è morta a Roma. Quarantadue anni fa, alla fine d’agosto. Gianna di cognome fa Manzini. Con questo libro ha vinto il Campiello, nel millenovecentosettantuno. Come da migliore tradizione dei premi letterari, è un memoir. Una biografia. Gianna racconta la storia di suo padre. Giuseppe. Un anarchico. Ammazzato dai fascisti appena saliti al potere. Gianna non si dà pace. Non ha saputo – ma avrebbe potuto? – essergli vicina come avrebbe voluto. Soprattutto in prossimità della fine. E così ne racconta la storia, che si intreccia con quella con l’iniziale maiuscola. Ritratto in piedi, riedito da Ortica, è un romanzo intenso e intimo, la cui prosa, lirica, è ampia e variegata come le ramificazioni del delta di un fiume, ricca, raffinata, colta, forse, ora come ora, un po’ datata, ma certo splendida.

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